אִשָּׁה (Ishàh): L’Universo della Donna dalla Psicanalisi alla Poesia

Articolo di Bartolomeo Di Giovanni

ANTROPOLOGIA E LINGUAGGIO

La figura della donna riveste una centralità assoluta che, fin dagli albori della creazione, ha mantenuto un primato ineguagliabile nella storia e nella cultura dell’umanità. Al di là delle complesse dinamiche storiche legate alla subordinazione e alle strutture del patriarcato, il vero motore propulsore del divenire umano risiede nella forza originaria del femminile. Poeti, pittori, scultori, registi e studiosi di ogni epoca hanno costantemente orbitato attorno a questa sfera, percependola come sacra e inespugnabile. Non esiste testo fondativo della cultura umana che non le tributi un ruolo essenziale: la narrazione biblica, a partire dal libro della Genesi, elegge la figura femminile a creatura imprescindibile per l’esistenza e la continuità di ogni essere vivente. Nel testo ebraico, il termine Ishah (אִשָּׁה) rappresenta il naturale proseguimento dell’uomo; una traduzione letterale e rigorosa sul piano linguistico restituirebbe la forma “Uoma”. Quando Adamo contempla la donna appena creata, esclama con stupore:

«Questa volta è osso delle mie ossa e carne della mia carne. La si chiamerà Donna [ishah] perché dall’uomo [ish] è stata tratta».

Questo celebre gioco di parole tra ish (אִישׁ, uomo) e ishah (אִשָּׁה, donna) intende sottolineare la profonda uguaglianza e la medesima sostanza dei due esseri. Successivamente, in Genesi 3:20, Adamo le assegnerà il nome proprio di Chavah (Eva), ovvero “colei che dà la vita”, la madre di tutti i viventi. L’esegesi biblica, sia ebraica sia cristiana, evidenzia come la donna non venga plasmata dalla testa dell’uomo (per dominarlo) né dai suoi piedi (per essergli sottomessa), bensì dal suo fianco. Il termine ebraico impiego in Genesi 2:21-22 è tsela’ (צֵלָע), un vocabolo che nell’Antico Testamento indica prevalentemente il “lato” o la “parete” di una struttura (come il fianco dell’Arca dell’Alleanza o del Tabernacolo), rendendo la traduzione con il singolo osso della “costola” un caso quasi isolato. Interpretare tsela’ come “fianco” rafforza l’idea di una radicale parità e vicinanza: una posizione fianco a fianco che esclude qualsiasi gerarchia. A suggellare tale simmetria interviene la parola kenegdo, traducibile come “corrispondente a lui” o “di fronte a lui”: un contro-partner che sta alla pari in una relazione di autentica reciprocità e complementarità. Analogamente, la parola ezer (עֵזֶר), tradotta tradizionalmente con “aiuto”, non denota alcuna inferiorità o subordinazione funzionale; nello stesso testo ebraico, infatti, il termine ezer è attribuito frequentemente a Dio stesso nel suo ruolo di soccorso per l’umanità.

SOCIETÀ E INCONSCIO

Approfondendo questo spessore antropologico attraverso le frequenze di Radio Cairo 95.4 FM, nella trasmissione condotta dalla giornalista Wafaa Ibrahim, si è aperto un profondo dibattito sul legame tra la donna e la psicanalisi: un percorso complesso e denso di trasformazioni che ha accompagnato l’evoluzione del pensiero moderno, impreziosito dalle riflessioni della psicanalista Silvana Rosita Leali e dallo sguardo artistico-letterario del poeta Jonny Souto Rodriguez.

Nelle sue considerazioni, Leali si è soffermata sulle difficoltà costitutive dell’essere donna, sulle solitudini femminili, sulle forme di violenza e masochismo, sulle mode culturali e sulle derive che riducono il corpo femminile a mero oggetto di profitto o di indagine scientifica. È emerso con chiarezza come vi sia sempre un’impronta del femminile all’origine stessa della psicanalisi. Sigmund Freud ebbe il grande merito storico di ascoltare l’universo femminile e di sostituire alle pratiche sbrigative del suo tempo — quali l’ipnosi, la suggestione o la magia — la cura fondata sulla parola e sull’ascolto dell’altro. Freud intuì inoltre la straordinaria importanza del legame madre-figlia: una relazione che, se vissuta in modo troppo speculare, fusionale e priva della necessaria mediazione paterna, può rivelarsi devastante. Risulta fondamentale, in quest’ottica, distinguere tra due dimensioni chiave:

La femminilità, La mascherata e la parata sono due concetti distinti legati ai sembianti. La parata appartiene al registro immaginario della posizione maschile e la mascherata registro simbolico della posizione Femminile. Una parata o un velo estetico con cui la donna tenta di sedurre l’altro, rischiando però di trasformare l’altro in un oggetto e di rendersi ella stessa oggetto dello sguardo altrui.

Il femminile: risponde a una posizione psichica del tutto diversa. Di fronte al mistero inesauribile della donna, chiamato anche Enigma, lo stesso Freud, dopo aver elaborato numerose teorie, scelse di sostare dinanzi a una domanda aperta: «Che cosa vuole una donna e che cosa pretende la bambina da sua madre?».

Circa trent’anni dopo, Jacques Lacan introdusse una svolta radicale, ricordando che la differenza inconscia non è dettata dalla mera anatomia: l’anatomia non è il nostro destino. La posizione femminile autentica si colloca in netta controtendenza rispetto al potere, all’autorità, al fallocentrismo e a ogni forma di assolutismo. Essa preserva la dimensione del limite e dello spazio vuoto. Quando Lacan afferma provocatoriamente che “la donna non esiste”, intende dire che non esiste l’archetipo astratto o l’immagine patinata della donna perfetta pretesa dal mercato e dal potere. Non esiste la donna al singolare, ma esistono le donne, ciascuna con la propria irriducibile singolarità. Come ha ricordato Leali rievocando la propria esperienza clinica:

«Nel mio lavoro ho incontrato donne di ogni estrazione sociale, donne esiliate che hanno attraversato altre terre, e non ho mai trovato una donna simile all’altra. Ciascuna è diversa, grande e fragile al tempo stesso. Per noi analisti è fondamentale preservare questo vuoto, perché solo dal vuoto può nascere la poesia, può nascere una visione di gentilezza sul mondo e soprattutto un amore nuovo che non sia lotta contro l’altro».

METAFORA E SIMBOLO

A questo affresco analitico fa eco la sensibilità poetica di Jonny Souto Rodriguez, il quale offre un’evocativa lettura della figura femminile attraverso la metafora del deserto. Per Rodriguez, il deserto non rappresenta soltanto un luogo di assenza o di privazione, ma uno spazio primordiale di rivelazione, in cui la parola si purifica e la voce si fa fuoco che sfida l’indifferenza, insegnando persino alle figlie del Mali la collera come atto di dignità e virtù.

La donna, pur segnata talvolta dalle cicatrici della vita, incarna la terra fertile da cui i fiori sorgono come un miracolo, testimoniando la bellezza che sopravvive ostinata e fragile. Il fiore cresce laddove le condizioni sembrerebbero negarlo, nutrito unicamente da luce e desiderio, rispecchiando il destino della donna: fiorire nel dolore e custodire nel silenzio il grido di chi non ha voce. Ripercorrendo con il linguaggio del prosimetro la parabola della donna — figlia, moglie, madre, talvolta costretta in una solitudine imposta dalla società — si può certamente evocare, sine dubio, la figura emblematica di Maria. Nel silenzio e nella solitudine, Maria accoglie l’annuncio dell’angelo sapendo che quel figlio le sarà tolto per divenire la redenzione del mondo. Come ha poeticamente espresso Alda Merini nel suo Magnificat, la Vergine accetta la volontà divina pagando il prezzo altissimo del soffrire: un’anima mossa da un profondo pathos, che non teme le sfide e il dolore dell’esistenza. Ed è così che, in fondo al deserto della storia dove tutto potrebbe sembrare perduto, resta custodito quel piccolo granello di sabbia: testardo, luminoso ed eterno.

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