Autobahn: l’autostrada come metafora di vita secondo i Kraftwerk

Articolo di Andrea Musumeci

Autobahn: l’autostrada come metafora di vita che comincia, che riparte, senza limiti di velocità, senza alcun pedaggio e senza confini.
Così, nel 1974, con partenza dalla stazione di Düsseldorf, iniziò IL viaggio verso il futuro tecnologico attraverso l’insegnamento del passato; la navigazione nella fitta rete multimediale sempre più digitale ed il trasporto di dati sull’autostrada dell’informazione.
Un motore, un clacson, il fruscio degli alberi, un manto stradale fatto di Moog e drum machine e quella copertina iconica della A 555 furono il passpartout per tutta la musica elettronica popolare contemporanea, da quel momento sino ai giorni nostri.
Era il 1974, l’anno dei mondiali nella vecchia Germania Ovest, della magnifica Olanda di Cruyff e della pubblicazione di Autobahn, quarto album dei Kraftwerk. All’epoca la band era composta dai due fondatori Ralf Hütter e Florian Schneider (è di qualche giorno fa la triste notizia della sua morte all’età di 73 anni) e da Wolfgang Flür e Klaus Roeder.
Musicisti avanguardisti e visionari che, negli anni ’70, avevano già fotografato quella che poi sarebbe diventata la società moderna: frenetica, automatizzata, iperconnessa e sempre più in simbiosi con le macchine, le quali si stavano trasformando in un prolungamento hardware del software della mente umana.

Il rock sperimentale tedesco, nato a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 (tra i gruppi teutonici più rappresentativi ricordiamo Neu!, Can, Amon Düül, Kraftwerk, Popol Vuh e Tangerine Dream) e meglio noto come krautrock, nacque come risposta estetica ai canoni anglofoni degli anni Sessanta e a tutti i suoi derivati.
La geografia della musica pop stava cambiando: il primato storico di Stati Uniti e Gran Bretagna veniva messo in discussione, mentre stava avanzando il forte interesse nei confronti della proposta sperimentale della zona mitteleuropea.

Düsseldorf, città d’origine di Kraftwerk e Neu, divenne una delle culle della musica elettronica e del neo romanticismo teutonico, grazie all’esigenza di ricostruzione e di rivincita da parte delle nuove generazioni di musicisti tedeschi, stanchi delle macerie fisiche ed umanistiche che la popolazione germanica aveva accumulato dopo le due guerre mondiali e l’Olocausto. Stanchi, oltretutto, della tradizione della canzone nazional-popolare tedesca.

Sappiamo che gli anni Settanta sono stati un decennio complicato dal punto di vista sociale, economico e politico per tutti i paesi occidentali industrializzati. La società di allora stava vivendo sulla propria pelle l’altra faccia della medaglia del capitalismo e del consumismo: quella della sovrapproduzione, della prima crisi energetica a causa dello shock petrolifero, della prima crisi economica dal dopoguerra, della fine della sanguinosa guerra del Vietnam, degli anni di piombo, dei forti conflitti sociali, delle lotte armate, del terrorismo e dei ribaltamenti politici.
In quello scenario preoccupante, surriscaldato e destabilizzante servivano energie rinnovabili e nuove strategie di marketing. Ed è lì che entrarono in gioco i Kraftwerk e la loro rivoluzione del concetto di produzione musicale legata alla cultura di massa che, nella prima metà di quella decade, era ancora condizionata dall’hard rock britannico, dal glam rock statunitense e dal progressive rock, nonostante questi generi mostrassero evidenti segni di cedimento e saturazione.

La musica elettronica, conseguenza dello sviluppo esponenziale della tecnologia in una società sempre più industrializzata, si stava imponendo ad un livello superiore, come arte e design, facendosi colonna sonora ambientale e sottofondo delle luci e dei rumori delle città e, più in generale, dell’attività alienata della vita moderna.

I Kraftwerk incarnarono appieno quella nuova concezione filosofica e sperimentale, con l’intento di arrivare ad un pubblico sempre più vasto attraverso la ricerca del suono: voci artificiali, pulsazioni elettriche, linguaggio numerico binario, atmosfere cupe, rilassate e malinconiche ed uno stile minimalista, ipnotico, ripetitivo, freddo, razionale, magnetico, robotico, dinamico, flessibile e modulare.

La musica dei Kraftwerk, a partire dalle sei tracce di Autobahn, può essere considerata, sebbene qualcuno possa pensare al punk, il vero atto rivoluzionario degli anni Settanta con effetti su larga scala: un cambiamento epocale che, a quei tempi, probabilmente, venne visto da qualcuno come un abominio e come minaccia al sistema tradizionale e conservativo dell’establishment musicale.

La loro influenza è stata determinante nel tempo e nei contesti musicali più disparati: dalla new wave alla techno, dalla house alla disco music, dall’ambient alla elettro-funk, dal synth pop al genere rock. Contestualmente, sono stati fonte di ispirazione per migliaia di artisti e gruppi famosi: David Bowie, Iggy Pop, Devo, Joy Division, Afrika Bambaataa, New Order, Rockets, Ultravox, Depeche Mode, Per Shop Boys, Nine Inch Nails, Moby, Fatboy Slim, Prodigy, Massive Attack, Daft Punk, Coldplay ed LCD Soundsystem. Solo per fare qualche rapido esempio.
Autobahn rappresentò, dunque, lo snodo cruciale per il mondo della musica elettronica che, da lì a poco, avrebbe modificato, irreversibilmente, le regole dell’industria discografica, estendosi ad una concettualità artistica sempre più ampia, fino ad invadere ogni settore della nostra esistenza, ogni attimo della nostra quotidianità.

Quella Mercedes nera e quel maggiolino Volkswagen bianco raffigurati in copertina, ognuno nella sua direzione di marcia, stavano partendo alla conquista di nuovi territori e nuovi mercati, consacrando il marchio Kraftwerk come la “centrale elettrica” più famosa del mondo.
https://youtu.be/vkOZNJYAZ7c

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