“Meddle”, il punto di non ritorno dei Pink Floyd

Articolo di Andrea Musumeci

C’è chi non ha mai capito che cosa rappresenti la copertina di Meddle (la cui grafica finale fu affidata a Storm Thogerson, ma concepita dagli stessi Pink Floyd): c’è chi pensa che vi sia raffigurato un naso al contrario, o addirittura un cammello. Ed invece si tratta semplicemente di mezzo orecchio fotografato sott’acqua da Bob Dowling. Ma il dubbio rimane comunque, nonostante la spiegazione.
Meddle è il sesto album dei Pink Floyd, pubblicato nel 1971 per EMI ed Harvest Records.

I Pink Floyd hanno creato uno stile riconoscibile ed una propria identità, sia dal punto di vista musicale che visivo. Il loro suono è un trademark inconfondibile, accanto al quale hanno affiancato alcune memorabili produzioni multimediali. L’aspetto grafico utilizzato per le copertine dei propri dischi è diventato ben presto iconico, basti pensare ad alcuni simboli come il prisma di The Dark Side Of The Moon, i mattoni o i martelli di The Wall, il maiale di Animals, la mucca di Atom Heart Mother e, giustappunto, l’orecchio sott’acqua di Meddle, zona erogena per antonomasia, simbolo di ricettività e parte imprescindibile della nostra personalità (Van Gogh docet).
Eravamo all’inizio degli anni ’70, periodo storico segnato dalla sperimentazione, da profonde trasformazioni politiche, culturali, da aspri conflitti sociali e dallo spettro della crisi economica. L’epoca dei figli dei fiori era giunta al suo epilogo, così come la carriera discografica dei Beatles, Syd Barrett pubblicava il suo debut album solista, Janis Joplin e Jimi Hendrix perdevano la vita a causa di abuso di droghe, mentre la musica straniera giganteggiava ovunque: hard rock blues, rock progressive e psichedelia in Gran Bretagna, glam rock, art rock e proto-punk negli Stati Uniti e musica elettronica nella vecchia Germania.

Il vento del cambiamento soffiava forte ed i quattro Pink Floyd (David Gilmour, Richard Wright, Roger Waters e Nick Mason), ormai “orfani” di Syd Barrett, soffiarono sulla fiamma della brace psichedelica, tenendola ancora in vita ed ergendosi a massimi esponenti di quella corrente generazionale: musicisti in grado di cambiare le regole della scrittura musicale e di comporre perle senza tempo che, ancora oggi, vengono idolatrate come oracoli e maneggiate con la stessa cura che si conviene alle gemme di inestimabile valore.

Meddle è stato il punto di non ritorno per i Pink Floyd e per tutta la musica psichedelica futura. Meddle rappresentò “l’intromissione” del gruppo anglosassone tra la chiusura di un’epoca e la genesi di un’altra (fine dell’era Syd Barrett e l’inizio della direzione Waters), ponendosi come svolta sonora e concettuale della band britannica che, pur mantenendo lo stile sperimentale psichedelico di Atom Heart Mother, era ormai matura per esplorare ed avventurarsi verso nuovi territori strumentali fatti di suoni allungati, visionari e sconfinati.

I Pink Floyd tracciarono di fatto una linea che definì, da quel momento in poi, un’era pre Meddle ed una post Meddle, ossia il passaggio da quello che era il concetto di psichedelia pop degli anni Sessanta a quello che sarebbe stato il suo nuovo significato, andando alla ricerca di piani di lettura più elevati ed intimisti e decretandone nuovi orizzonti strumentali, pur rispettando le proprie radici blues.

Anche i testi subirono l’influsso di quella maturazione artistica, aprendosi a tematiche universali, profonde ed ancora attuali quali insicurezza, debolezza, alienazione, pessimismo, divisioni tra persone, l’eterno rapporto conflittuale tra la natura dell’uomo e gli inevitabili cicli della vita e l’accettazione del tempo che continuerà a scorrere anche senza di noi, dove la vita è il sogno e la morte il risveglio.

L’eco amplificata di un sonar (che può assomigliare a quella di una goccia d’acqua che cade nella grotta di Dionisio) rispecchiava l’effetto speciale che avrebbe tratteggiato l’andamento emotivo di Meddle: quelle due note di basso di Roger Waters, scandite in un climax ossessivo e martellante nel brano d’apertura One Of These Days, furono l’ingresso ufficiale in quello che potremmo definire come un nuovo capitolo della storia della musica contemporanea.

Un loop psichedelico enfatizzato dalla chitarra elettrica e la steel guitar di David Gilmour, dal pianoforte di Richard Wright e dalla batteria di Mason, dove fruscii ed effetti vento avrebbero sfumato e spostato nuovi confini immaginari, facendo da collante tra la base minacciosa, aggressiva e distorta di One Of These Days, l’atmosfera beatlesiana della rassicurante ballad folk-slide acustica di A Pillow Of Winds e le melodiose armonie di Fearless, passando attraverso le note jazz di San Tropez, lo slow blues “abbaiato” di Seamus ed una velata critica alla società del lusso, esaltando l’importanza dei luoghi sicuri. In pratica, già allora, Roger Waters consigliava di “restare a casa”.

Il disco si conclude con la lunga suite Echoes, un viaggio onirico di 23 minuti e 31 secondi: verosimilmente, uno dei brani più rappresentativi ed evocativi, non solo dell’intera discografia dei Pink Floyd, ma della musica rock di tutti i tempi. Echoes è una mastodontica opera orchestrale da ascoltare in religioso silenzio, con gli occhi chiusi e la mente libera di spaziare verso immagini e lande desolate, sinistre, visionarie, malinconiche, poetiche, dove smarrimento e sconforto si mescolano alla speranza di gioia e redenzione.

Come una goccia distillata in un mare apparentemente calmo: così iniziarono a propagarsi le onde concentriche di Meddle, con l’esperienza di echi lontani del passato, l’inarrestabile contingenza del presente oggettivo e l’incertezza di un futuro soggettivo e distopico, con la consapevolezza che solo l’arte può essere testimone ed impronta immortale della vita umana.
In conclusione, gli anni Settanta hanno rappresentato, per i Pink Floyd e per altri gruppi dell’epoca, un periodo dove tutto era da scrivere e dove tutto si poteva inventare o solo immaginare.
https://youtu.be/53N99Nim6WE

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