“Filosofem”di Burzum: l’urlo contro il diavolo del lupo di Bergen

Articolo di Andrea Musumeci

Se negli anni Settanta nessuno sarebbe stato degno di reggere nemmeno una candela alle cerimonie funeree dei Black Sabbath (band così intenta a fingere di adorare Satana che forse casualmente ci riuscì davvero), negli anni Ottanta, il fascino per l’occultismo raccolse il testimone sabbathiano, proiettando la discografia metal verso orizzonti immaginari e tematiche sempre più estreme. Negli ’80, i gruppi metal “urlavano contro il diavolo” e “giocavano con la pazzia”, confermando il ruolo fondamentale di un’ideologia di matrice “nera”, sia nei contenuti che nell’iconografia.
Era il 1996, quando il mondo del rock, dopo la morte di Kurt Cobain, si apprestava a gestire la fase post grunge. In quel momento storico, il nascente genere nu metal era (purtroppo) in rampa di lancio, il post-rock stava diventando una realtà di culto parallela, i Metallica avevano virato (per l’immensa gioia dei fan storici) verso l’hard rock, Marilyn Manson spopolava con il suo anticristo superstar a tinte industrial glam, i Sepultura si proiettavano definitivamente nel firmamento del metal tribale, i Tool iniziavano l’ascesa della loro parabola ed il metal scandinavo, di sponda black, stava scrivendo una delle pagine più significanti della sua storia.
Se da una parte alcuni artisti raccontavano il declino della spiritualità degli anni ’80 e ’90, descrivendo quel tipo di pseudo satanismo sottoforma di metafora, con furbizia ed ironia, dall’altra c’era chi viveva quel concetto di incarnazione postmoderna del diavolo in maniera intransigente, come un’ossessione religiosa, manifestando ed accentuando, in maniera morbosa, sentimenti quali misantropia, nichilismo, anti-cristianesimo e neopaganesimo.

Da questo contesto spirituale e primitivo, incentrato sulla dicotomia tra filosofema letterale e filosofema figurato, ebbe origine la mitologia del black metal, genere musicale che ha cavalcato due decenni e che gli esperti dividono in due ondate: la prima ondata, negli anni Ottanta (geograficamente più eterogenea e riconducibile allo stile speed/thrash metal statunitense), deve la sua denominazione al secondo album dei britannici Venom, intitolato proprio Black Metal, e all’apporto stilistico di band quali gli svedesi Bathory, gli svizzeri Celtic Frost e i danesi Mercyful Fate; la seconda ondata, invece, prese piede all’inizio degli anni Novanta e fu caratterizzata dall’esplosione del black metal di radice scandinava (utilizzando dinamiche di esecuzione ancora più estreme e messaggi esoterici sempre più espliciti), trainato principalmente dalla scuola norvegese, rappresentata da Mayhem, Immortal, Darkthrone, Gorgoroth, Emperor e Burzum.

Il black metal scandinavo portava con sé una struttura strumentale monocromatica ed una componente estetica ben definita: corpse-paint, abbigliamento rigorosamente scuro, teatralità evocativa, cantato scream, sonorità supersoniche, violente e distorte, atmosfere sinistre, batteria blast beat, iconografia blasfema, produzione lo-fi, immagini legate al folklore norreno e alla cultura fantasy-medievale.

Al netto delle discutibili scelte di marketing e diffusione, va detto che il black metal scandinavo riuscì ad attirare l’attenzione dei media più per gli “onori” della cronaca nera che per la sua proposta musicale; uno scenario ideale per la nuova epoca horror del rock, che spesso produceva più un effetto tragicomico. Quello che fa più sorridere, diciamo così, è la totale mancanza di ironia ed autoironia da parte dei seguaci del black metal: il ché li rende paradossalmente comici.

In quel periodo storico, in Norvegia, diverse chiese cristiane furono date alle fiamme, alcuni esponenti della scena black diedero vita a vere e proprie sette sataniche di stampo nazista (come non ricordare la famosa e famigerata Inner Circle), altri furono assassinati ed altri ancora si suicidarono. Parafrasando uno slogan che è di attualità, potremmo dire: black metal matters. Si, va bene, ma c’è modo e modo. Che diamine.
Ad esempio: Varg Vikerness fu arrestato nel 1992 per aver bruciato la Stavkirke di Fantoft (capolavoro architettonico norvegese), utilizzando la foto dello scheletro della chiesa per la copertina del suo EP Aske (ceneri in norvegese), mentre nel 1993 partì da Bergen portandosi dietro tre coltelli, una mazza da baseball, una baionetta ed un’ascia, “solo per scrupolo personale”, come autodifesa nei confronti di Euronymous. Tutto ciò mi fa pensare alle situazioni assurde dei film demenziali statunitensi, tipo Hot Shots e Una Pallottola Spuntata.

Nel 1994, ad un anno dall’omicidio di Euronymous, Varg fu condannato a 21 anni di carcere (il massimo della pena prevista dal codice penale in Norvegia), ma la reclusione non portò alla fine della sua creatura Burzum. Verosimilmente, ne rafforzò il mito, portandogli il successo professionale a posteriori.

Pertanto, a metà degli anni’ 90 (esattamente il 1° gennaio 1996), in quel microcosmo reazionario e nazional-popolare, il progetto Burzum, monicker dietro il quale si cela il deus ex machina Varg Vikerness, nome d’arte di Kristian Vikerness, conosciuto anche con lo pseudonimo di Count Grishnáckh (uno degli orchi de Il Signore Degli Anelli), ridefinì la vecchia concezione di un genere con fisionomia e stilemi già configurati, spostandone le coordinate verso una direzione sinestetica, trascendentale, cosmica, naturalista, ipnotica, astratta, melodica e amniotica, ed aggiungendovi sperimentazione caos-dronica, minimalismo elettronico ed atmosfere claustrofobiche dark ambient.

La “chiamata delle genti” ed il quadro Op Under Fjeldet Toner En Lur del pittore norvegese Theodor Kittelsen sono stati l’ispirazione concettuale del nuovo percorso artistico del polistrumentista Varg Vikerness, il quale consegnerà a milioni di appassionati di musica quello che, tutt’oggi, è ancora considerato un disco spartiacque e punto di non ritorno imprescindibile per comprendere l’evoluzione del genere black metal, ovvero la gemma oscura Filosofem, album composto da sei tracce (Dunkelheit, Jesus’ Tod, Erbicklet Die Töchter Des Firmaments, Gebrechlichkeit I, Rundgang Um Die Transzendentale Säule Der Singularität, Gebrechlichkeit II) e pubblicato per Misanthropy Records dopo l’imprigionamento di Varg Vikerness.

Filosofem è una registrazione tridimensionale che avvicina l’ascoltatore ad un’esperienza extrasensoriale fredda, crudele, essenziale, poetica ed oscura, scandita da rintocchi di crash, dai battiti cardiaci di rullante e drum machine e da distorsioni corrosive, tratteggiando un paesaggio sonoro cupo e malinconico nel quale perdersi completamente.

Col tempo, il “Lupo di Bergen”, nonostante i suoi reiterati deliri di onnipotenza, dal punto di vista creativo prenderà sempre più le distanze dalle canoniche sonorità del black metal per dedicarsi in maniera maniacale ai giochi di ruolo fantasy ed abbracciare con maggior dedizione la ripetitività elettronica di origine krautrock e ambient – che in alcuni momenti potrebbe ricordare la pratica Autonomous Sensory Meridian Response (ASMR) – rimodellando la severa architettura del black metal e reinventandosi quale “versione norvegese” di Brian Eno.
https://youtu.be/e-ZVkESecXk

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