Rage Against The Machine: l’esercito della resistenza musicale

Articolo di Andrea Musumeci

E pensare che quest’anno avremmo potuto assistere alla storica reunion live dei Rage Against The Machine (non in Italia, ovviamente), ed invece, causa pandemia, dovremo attendere il 2021. Sperando che venga confermato.

La band rap metal californiana (composta da Zach De La Rocha, Tom Morello, Brad Wilk e Tim Commerford), che ha fatto dell’attivismo politico cantautorale il suo cavallo di battaglia, è stata, molto probabilmente, l’acme espressivo del genere cosiddetto crossover, nel quale si mescolavano in maniera dinamica il cantato rap, la parte strumentale del rock, o del metal, ed elementi funk. Un miscuglio eterogeneo che, successivamente, sarà influencer, purtroppo, per lo sviluppo di quell’abominio sonoro denominato nu metal.

Quello del crossover è un esercizio di sincretismo musicale che ebbe inizio già negli Ottanta, decennio che segnò l’esplosione commerciale del genere rap (ovviamente di matrice black statunitense), grazie a collaborazioni tra gruppi dissimili tra loro, ma che sfruttarono la spinta creativa delle contaminazioni, e la lungimiranza di alcuni produttori, per lasciare un segno indelebile nella storia della musica.

Basti pensare alle collaborazioni tra Aerosmith e Run Dmc, Anthrax e Public Enemy, e alla produzione seminale dei Beastie Boys, che da formazione hardcore underground divennero un gruppo rap con campionamenti di musica hard rock. Oppure al contributo fondamentale di Red Hot Chili Peppers, Body Count e Faith No More.

I Rage Against The Machine (una delle migliori band emerse in quel decennio) arrivarono solo qualche anno più tardi, esattamente nel 1992, con il debut album omonimo, quando il rock era ancora un genere pop (se qualcuno crede che questa espressione sia un ossimoro, lo invito gentilmente a dedicarsi ad attività alternative, tipo origami o decoupage).
Dunque, eravamo nel 1992, in pieno tsunami grunge. L’anno in cui la Jugoslavia viveva il terrore della guerra civile e secessionista, Falcone e Borsellino perdevano la vita in due attentati a Palermo, in Italia scoppiava lo scandalo “mani pulite” (anticamera di tangentopoli) ed il democratico Bill “blow-job” Clinton diventava il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Nel frattempo, in quel di Los Angeles scoppiava la cosiddetta rivolta del South Central, sull’onda di una violenta politica di contenimento repressivo e razzista attuata dal dipartimento di polizia del luogo ai danni dei ghetti afroamericani, ridotti in condizioni di profondo disagio sociale ed economico.

Contestualmente, anche il potenziamento della tecnologia informatica, da lì a poco, avrebbe rivoluzionato le regole del consumismo e dell’economia globale, nonché del mondo della comunicazione e del lavoro, divenendo sempre più indispensabile e imprescindibile negli usi e costumi della società.

In materia di produzione discografica, il 1992 non ebbe nulla da invidiare all’abbondante “raccolto” dell’anno precedente. Mantenendoci sul versante rock e metal, ricordiamo l’uscita di alcune gemme quali: Dirt degli Alice In Chains, Vulgar Display Of Power dei Pantera, Blues For The Red Sun dei Kyuss, Opiate dei Tool, Wish dei The Cure e Core degli Stone Temple Pilots.
Tra queste pubblicazioni, spiccava, giustappunto, il disco d’esordio omonimo dei RATM: composto da 10 tracce e lanciato dalla major discografica Epic Records (che contribuì ad amplificare l’esposizione planetaria dell’album).

Un lavoro discografico che si reggeva su alcuni aspetti fondamentali: l’accompagnamento vocale in stile rap e la poetica dissidente, politicizzata e rabbiosa del frontman Zach De La Rocha, gli “effetti speciali artigianali” (senza l’aiuto di alcun sintetizzatore) dei rocciosi ed impetuosi riff groove-jump-rock del chitarrista Tom Morello, il basso iper-slappato di Tim Commerford ed infine l’iconica copertina rappresentante la foto scattata dal fotografo statunitense Malcom Browne, che ritrae un monaco buddista darsi fuoco nell’ambasciata cambogiana di Saigon, come atto di protesta contro le persecuzioni delle politiche governative che miravano ad imporre al popolo vietnamita la religione cattolica.

Così come il monaco buddista, anche il sound dei RATM prese immediatamente fuoco, in un clima incandescente e adrenalinico di guerriglia urbana. Furono questi gli ingredienti vincenti del successo commerciale della band di Los Angeles: un rap-rock anthemico di denuncia che puntava l’attenzione sui temi già caldi della discriminazione razziale e dell’emarginazione sociale (tornati recentemente di forte attualità) negli Stati Uniti; contenuti affrontati dai quattro Rage con piglio marcatamente di sinistra. Sembrava appartenere ormai alla preistoria il “pussy rock” degli anni Ottanta.

L’esercito della resistenza dei Rage Against The Machine cercò di sensibilizzare, attraverso una condotta energica e autoritaria, l’opinione pubblica, promuovendo l’interesse della collettività attraverso il risveglio delle coscienze individuali, nell’utopica lotta della razza umana contro la macchina del capitalismo.

Ad esempio, chi non hai mai canticchiato, almeno una volta, il ritornello di Killing In The Name. Quando Zach saltava come un ossesso cantando ripetutamente “Fuck You, I Won’t Do What They Tell Me” e con un bel “Motherfucker” alla fine, la presa emotiva si faceva innegabilmente intensa e coinvolgente. Soprattutto, sul pubblico di fascia adolescenziale. Si, perché lo spirito ribelle, da che mondo è mondo, è un tratto distintivo che concerne maggiormente al segmento anagrafico giovanile. Oggigiorno, purtroppo, questo sentimento “teen rebel” pare essersi spento.

Anche perché, ve lo immaginate un cinquantenne che esprime il suo rifiuto sociale dicendo “Vaffanculo, non farò quello che mi dicono”? Verso chi, poi? Magari contro il postino che gli chiede di scendere per firmare una raccomandata.

Sta di fatto che il messaggio diretto ed esplicito di quel refrain ribelle poteva essere applicato a qualsiasi contesto sociale imposto dalle “istituzioni”. Appoggiando la causa dell’attivista nativo americano Leonard Peltier, oppure semplicemente protestando contro i compiti in classe e i diktat genitoriali.

I Rage Against The Machine avevano davvero qualcosa da dire: negli anni Novanta l’anticonformismo ed il pensiero critico erano ancora valori perseguibili ed il loro metodo di mettere in discussione il “sogno americano” era assolutamente efficace.

Tutto questo, forse, era valido a quei tempi. Oggi, probabilmente, non più, vista la recente reazione su Twitter da parte di alcuni fan dell’ultima ora, i quali hanno dimostrato apertamente il loro dissenso dopo aver “scoperto” (udite udite) l’impegno politico dei Rage e dichiarando, in conclusione, di aver chiuso con loro.

Diciamocelo fuori dai denti: oramai, nella società contemporanea in cui viviamo, i Rage Against The Machine quale “macchina” vorrebbero continuare a combattere? Cioè, è ammirevole il loro stakanovismo politico, per carità, però, ogni tanto, ce la vogliamo inserire qualche canzone che parla di fica?
https://youtu.be/bWXazVhlyxQ

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