Strage di via D’Amelio: “noi arrestiamo i padri, voi educate i figli”

Articolo di Luigi Perollo

A ventotto anni da quella domenica pomeriggio in via D’Amelio chi scrive comincia ad essere stanco di riproporre l’orrore dei corpi straziati di Paolo Borsellino e degli agenti della scorta, le immagini degli edifici sventrati, il calore delle auto che bruciavano mentre i cronisti accorrevano in quell’inferno; fare memoria del dolore e di uno dei buchi neri più profondi della storia della nostra Repubblica non è, oggi, il mio intendimento, preferisco utilizzare i percorsi della memoria per rilanciare l’impegno quotidiano cui ciascuno di noi è chiamato nella lotta multiforme alla mafia, partendo dal ruolo di ogni singolo cittadino chiamato ad essere – appunto – cittadino e non supplente della magistratura o delle forze dell’ordine.

L’antimafia – concetto che rischia di diventare una categoria astratta – non è soltanto un’azione che appartiene agli organismi inquirenti e investigativi, “è un fatto culturale” per dirla con Paolo Borsellino che spese i cinquantasette giorni che separarono Capaci da via D’Amelio non soltanto a cercare come un forsennato pezzi di verità sulla morte di Giovanni Falcone ma anche ad affermare questo suo convincimento: “Noi arrestiamo i padri, voi educate i figli”, disse ai capi scout dell’Agesci che a Palermo, il 20 giugno di quel 1992, diedero vita a una fiaccolata alla quale Paolo Borsellino scelse non soltanto di partecipare con una torcia in mano ma di arricchire con un intervento straordinario, una sorta di lascito spirituale, di testimone, un’esortazione perenne.

Erano trascorsi 28 giorni dalla strage di Capaci e 29 giorni separavano quella sera dalla strage di via D’Amelio. Paolo Borsellino, teso ed emozionato, a disagio per il lunghissimo applauso che lo accolse all’interno della basilica di San Domenico, aggiustò il microfono, inforcò gli occhiali, e iniziò a leggere e a ”spiegare” il suo amico Giovanni Falcone: “Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la mafia, lo avrebbe un giorno ucciso. Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua sorte. Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte. Non poteva ignorare – e non ignorava – Giovanni Falcone l’estremo pericolo che cor­reva perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici erano state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva. Perché non è fuggito, perché ha accettato questa tremenda situazione, perché non sì è turbato, perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? Per amore! La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato; prché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amare Palermo e la sua gente ha avuto e ha il significato di dare a que­sta terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre for­ze morali, intellettuali e professionali, per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene. Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche di indagine. Ma anche consape­vole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare sulla stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno. La lotta alla mafia (pri­mo problema da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata), non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità. Ricordo la felicità di Falcone, quando in un breve periodo di entusiasmo, conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, mi disse “la gente fa il tifo per noi”.

E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giu­dice; significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche sommovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazio­ne della convivenza con la mafia, che costituiscono la sua vera forza. Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco, perché ben pre­sto sopravvennero il fastidio e l’insofferenza per il prezzo che la lotta alla mafia, la lotta al male, costringeva la cittadinanza a pagare: insof­ferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza a una lotta d’amore che costava però a ciascuno non certo i terribili sacrifici di Falcone, ma la rinuncia a tanti piccoli o grandi vantaggi, a tante piccole o grandi comode abitudini, a tante minime o consistenti situazioni fondate sull’indifferenza, sull’omertà o sulla complicità.

Insofferenza che finì per provocare e ottenere, purtroppo, provvedimenti legislativi che, fondati su un’ubriacatura di garanti­smo, ostacolarono gravemente la repressione di Cosa nostra e forniro­no un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha mai voluto occuparsene. In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì. Tentò di ricreare altrove, da più vasta prospettiva, le condizioni ottimali per il suo lavoro. Per poter continuare a dare. Per poter continuare ad amare. Venne accusato di essersi troppo av­vicinato al potere politico. Menzogna! Qualche mese di lavoro in un ministero non può far dimenticare il lavoro di dieci anni. E Falcone la­vorò incessantemente per rientrare in magistratura e per fare il magi­strato, indipendente come lo era sempre stato, mentre si parlava male di lui, con vergogna di quelli che hanno malignato sulla sua buona condotta.

Muore, e tutti si accorgono delle dimensioni che ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odia­to e perseguitato, hanno perso il diritto di parlare. Nessuno tuttavia ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta. Se egli è morto nella carne, è vivo nello spirito così come la fede ci insegna; le nostre coscienze, se non si sono svegliate, debbono svegliarsi. La speranza è stata vivificata dal suo sacrificio, dal sacrificio della sua donna, dal sacrificio della sua scorta. Molti cittadini, è vero ed è la prima vol­ta, collaborano con la giustizia nelle indagini concernenti la morte di Falcone. Il potere politico trova, incredibilmente, il coraggio di ammet­tere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, restituendo ai magistrati gli strumenti loro tolti con stupidi pretesti accademici.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro; occorre dare un senso alla morte di Giovanni, alla morte della dolcissima Francesca, alla morte dei valorosi uomini della sua scorta. Sono morti per tutti noi e per gli in­giusti, e abbiamo un grande debito verso di loro e dobbiamo pagarlo gioiosamente, continuando la loro opera; facendo il nostro dovere, ri­spettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici; rifiutando di trarre dal sistema mafioso i benefici che potremmo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro); collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, in cui dobbiamo credere, anche dentro le aule di giustizia; troncando immediatamente ogni le­game di interesse, anche quelli che ci sembrano più innocui, con qual­siasi persona portatrice di interessi mafiosi, grossi o piccoli; accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità di spirito. Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo!.

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