Pomella e i Colpevoli

Articolo di Luca Miele

Per due volte Kafka irrompe nelle pagine de I colpevoli di Andrea Pomella (Einaudi, 2020). Nel primo caso, la citazione è quasi d’obbligo per un libro che narra la riconciliazione col padre (e la sua impossibilità): la Lettera al padre, “la testimonianza più limpida – scrive Pomella – dell’immenso potere che esercita la figura paterna sulla nostra esistenza”. Nel secondo caso non si tratta di una citazione, ma di una assonanza (voluta? casuale?): la vita lavorativa del protagonista (lo scrittore stesso) si svolge, a un certo punto, in un grattacielo chiamato K., dove “K. sta per l’inziale della rampante famiglia di costruttori di origine austriaca che l’ha edificato”.

Qui lo scrittore praghese è, appunto, solo evocato eppure la vita che Pomella conduce nel grattacielo K. assomiglia molto a quella che ingoia i personaggi di Kafka: claustrofobica, priva di senso, indecidibile. Se c’è una cifra, assieme stilistica ed esistenziale, che permea I colpevoli è proprio l’indecidibilità. Irrisolto è il conflitto che vive il protagonista, indecidibile la struttura narrativa di un romanzo che non è solo un romanzo, di un’autobiografia che non è solo un’autobiografia e che si frantuma in una serie di piani narrativi diversi. Indecidibile è la vita stessa. Questa irrisolutezza appare in tutta la sua crudezza nel rapporto del protagonista con il lavoro.

I colpevoli è una sorta di secondo tempo di L’uomo che trema, pubblicato nel 2018. Il nodo esistenziale narrato è lo stesso, ma spostato in avanti. Lì il padre era solo un’ombra, ora è una presenza. Lì era un’assenza che scavava, ora una presenza che riempie. Perché I colpevoli è la storia di una riconciliazione. Desiderata, rinviata, tentata, analizzata. Dopo la rottura con la madre, il padre si inabissa per 37 anni. È il figlio, ancora bambino, a scegliere, con una irrevocabilità da adulto, il taglio definitivo. Eppure la decisione, nella sua nettezza, si scheggia e sopravvivere nella forma di dolore.

“Mi ripeto che mio padre non è un dio malevolo, non ha alcun potere su di me. Ma forse è vero il contrario. Dipendo ancora da lui, ogni cosa che mi riguarda, ogni crollo, ogni attimo di paura, ogni imbarazzo, ogni dolore, ogni angoscia, ogni pensiero di morte, sono effetto delle scelte che lui ha compiuto nella notte dei tempi. Io sono ancora in sua balia, nonostante mi sia imposto la disciplina di non ridurre tutto agli eventi della mia infanzia” (L’uomo che trema, pag. 162).

L’abbandono subito si trasforma in una sorta di condanna: l’autore ausculta se stesso, è uno che “pensa troppo” come gli rimproverano i colleghi sul lavoro. Il conflitto con l’eredità paterna si solidifica nel rifiuto del lavoro. Il lavoro, in Pomella, è un’attività cieca, senza senso. Nel grattacielo K. si consuma quella che l’autore chiama “la mia nuova detenzione”.  Lo scollamento tra padre e figlio diventa qui abissale. Il padre, dopo aver cambiato continuamente lavoro, fa il giardiniere. Un’attività che ha dentro di sé la dimensione della cura. Il giardiniere custodisce la possibilità stessa della crescita, interviene per favorirla, agisce per assecondarla. Non sembra un caso che anche il figlio eserciti la stessa attività, ma in una dimensione esclusivamente privata (il giardino di casa). Per il padre dunque il lavoro è cura, per il figlio è prigionia, morte. Il sortilegio può essere rotto solo attraverso la scrittura. “Scrivendo, cerco di salvarmi, come un delfino imprigionato tra le chiglie di due navi in perpetua collisione”. Se il lavoro è morte, la scrittura è salvezza.

Ma di cosa si è colpevoli? E chi è colpevole nell’opera di Pomella?  È colpevole il padre? Oppure è colpevole il figlio? “Nel centro esatto della mia testa sento gravare il peso di una colpa che non so”, ammette il figlio. La colpa, che accomuna il padre e il figlio, è il tradimento, l’anello di ferro che avvince le generazioni, l’eredità che si trasmette tra le generazioni. Il tradimento, nelle pagine di Pomella, è dilatato, spinto all’estremo, fino a una sorta di oscura confusione, dell’allora bambino, con la vicenda di Cristo.

“A volte impersonavo io stesso il Cristo, spalancando le braccia e distendevo le gambe accavallando i piedi, immaginavo di consumarmi nel dolore supremo e nel lamento delle donne al calvario e in special modo di mia madre. Facevo le prove generali del tradimento del padre”.

Assieme maledizione e promessa di guarigione, il tradimento diventa allora il gorgo, il punto cieco dentro il quale tutto precipita, la punta acuminata di una ontologia sofferta e sotterranea, il cogente e necessario destino al quale è impossibile sfuggire, l’ambigua ragnatela nella quale si rischia di rimanere eternamente intrappolati. Necessario è il tradimento del padre. Necessario è il tradimento del figlio. La vita e la fedeltà non si appartengono.

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