Alberto Cavallone: storia di un autore sfortunato

Articolo di Gordiano Lupi

Alberto Cavallone è una scoperta di Nocturno Cinema. Nessuno se ne vuole appropriare. Tutt’altro. Davide Pulici e Manlio Gomarasca – soprattutto il primo – sono i critici che hanno convinto molti appassionati a rivalutare l’opera di un autore sfortunato. Sono state benemerite le convention, la Cavalloniana 2013, insomma tutte le occasioni per parlare di un regista poco noto al grande pubblico. Abbiamo dato a Cesare quel che è di Cesare. Adesso partiamo.

Alberto Cavallone (Milano, 28 agosto 1938 – Roma, 12 novembre 1997 ) è forse uno dei registi più incompresi e sottovalutati del cinema italiano. Marco Giusti è uno dei pochi critici che si occupa della sua opera nelle schede di Stracult. Paolo Mereghetti cita i film del periodo non hard ma raramente assegna un giudizio superiore alle due stelle, Morando Morandini ignora sistematicamente quasi ogni pellicola, Pino Farinotti idem, ma nei rari casi in cui i noti critici si occupano del suo cinema, stroncano senza pietà. Nocturno Cinema ha il merito della riscoperta, successiva agli anni Novanta, grazie all’impegno di Davide Pulici, ossessionato (in senso positivo) dall’opera di un regista colto e trasgressivo. Cine 70 non è stata da meno, perché ha contribuito a svelare il mistero di Baron Corvo e del cinema hard uscito sotto quella misteriosa firma.

Alberto Cavallone proviene dal teatro, prima aspirante attore (Assassinio nella cattedrale), quindi aiuto regista al Piccolo Teatro di Milano (Aspettando Godot, Il castello di Kafka), uomo di grande cultura – i suoi film lo dimostrano – appassionato lettore di Bataille, Lautréamont, Nietsche, Fanon, Celine, cultore di Jodorowsky, Antonioni e Pasolini, surrealista convinto e autore non convenzionale. Cavallone si muove tra cinema d’autore e dilettanti allo sbaraglio, tra impegno e porno, tra derive trash e denuncia sociale, in una zona grigia che Alberto Pezzotta ha ben definito come cinema impari. Regista “lontano da Roma”, si rende conto che entrare nel cinema da Milano è impossibile, entra nella società di pubblicità Slogan Film di Giuseppe Tortorella e comincia a lavorare nei Caroselli. Ricordiamo i Dura minga con Ernesto Calindri, uno spot L’Oreal con Mike Bongiorno, un altro con Lombardi. La scuola di regia, montaggio e sceneggiatura è la prima pubblicità italiana.

“Essere estremo per me significa essere a-normale, cioè fuori dalla norma. La norma è sopore, staticità, accettazione passiva dell’esistente. La norma è immorale perché vuole essere morale. La norma disconosce l’etica universale. Essere normali significa non progredire e accettare soltanto ciò che protegge i meccanismi dell’esistenza. L’anormalità è desiderio di progresso, è ricerca e scoperta di nuove etiche e morali adeguate ai cambiamenti che la norma nega. Sono anormale, non estremo”, dice il regista. Maurizio Centini – direttore della fotografia in molti film – ha detto di Cavallone: “Alberto era un genio e non è stato valorizzato per quel che valeva, anche perché non si è mai venduto bene. Aveva un carattere strano, se uno lo contraddiceva lui non lo poteva più vedere e finiva per non parlarci più”.

Alberto Cavallone è anche autore di pubblicità, sceneggiatore, documentarista e regista televisivo. In realtà, dopo l’esperienza con il teatro, il suo primo lavori è un documentario impegnato (La sporca guerra – 1959), inedito ma commentato da Giovanni Arpino, mentre il primo film (Lontano dagli occhi– 1962/1964) resta incompiuto e si è salvata soltanto la sceneggiatura. Il suo lavoro di sceneggiatore comincia quando si trasferisce a Roma e viene messo sotto contratto dalla Vides di Cristaldi. Secondo Maria Pia Luzi  le sceneggiature sono molte di più di quelle datate 1964 che compaiono nelle filmografie: La lunga sfida di Nino Zanchin (per la Pea di Grimaldi) e Per amore… per magia di Duccio Tessari. Pare che Cavallone scrivesse in coppia con Ennio De Concini e non firmasse molti film pensati per Claudia Cardinale.

Cavallone forse scrisse anche una sceneggiatura per Stehler ma non ci sono certezze se non alcune dichiarazioni della moglie. Il primo film di fiction da regista, invece, è Le salamandre (1968), che ottiene un buon successo commerciale per la trama lesbica, ma anche di critica per gli accenni a Jodorowsky e Fritz Fanon, per tacere dell’accusa al colonialismo e di un originale finale metacinematografico. Il film più visto di Cavallone, il più noto, l’unico vero successo al botteghino. Purtroppo i lavori successivi non rispettano le promesse del debutto. Dal nostro inviato a Copenaghen (1970) è un film poco riuscito che vorrebbe mettere alla berlina la guerra del Vietnam raccontando una storia di disertori che si rifugiano in Danimarca. Quickly (Spari e baci a colazione) (1971) è ancora peggio, film velleitario e folle, di fatto irrisolto, che vorrebbe ironizzare sul gangster movie e fare il verso al cinema di Woody Allen.

Non male, invece, Afrika (1973), la prima pellicola italiana a fare un discorso serio sull’omosessualità maschile, girata in un insolito contesto esotico inserito in una cornice noir – poliziesca. Afrika ritorna anche al tema del colonialismo affrontando il problema Etiopia, nazione da poco libera, con intelligenza e originalità, inserendo parti da mondo movie e immagini scioccanti. Zelda (1974) viene definito da Cavallone come “un’operazione di cassetta”, non è un film completamente riuscito, ma si salva l’ambientazione esotica ed è interessante l’intreccio di rapporti tra uomini e donne costruito dal regista. Spell (Dolce mattatoio) (1976) è il film migliore tra quelli reperibili del regista, un compiuto lavoro surrealista che risente dell’influenza di De Sade, Lautréamont, Bataille, Pasolini e chi più ne ha più ne metta. Maldoror (1976) avrebbe dovuto essere ancora più estermo, assicurano i protagonisti e chi ha avuto la fortuna di vederlo, proprio per questo – forse – non è mai uscito.

Spell racconta grazie a immagini scioccanti lo sfacelo delle ideologie – fede o politica che siano – ma anche il degrado della provincia, tra vizi privati e pubbliche virtù. L’erotismo serve a Cavallone per inquietare e disturbare, per sconvolgere, mai per eccitare. Maldoror viene definito da Roberto Curti e Tommaso La Selva “un film chimera” (Sex and violence, Lindau 2013), anche se è stato montato e approntato per una visione pubblica nei laboratori Technicolor, come sostiene Jane Avril (Maria Pia Luzi), moglie del regista. Un film crudele e trasgressivo che forse non vedremo mai, salvo miracoli nocturniani. Blue Movie (1978) è un film strano, allucinato, costruito sul niente, ispirato alle idee di Andy Warhol con sentori di Sweet Movie di Makavejev.

Attacca le ideologie, il consumismo, la mercificazione dei corpi, rinnova la denuncia contro la guerra in Vietnam, aggiunge parti da mondo movie a una storia di segregazione estrema che vede una donna prigioniera costretta a cibarsi dei suoi escrementi. Il fotografo protagonista non riesce più a distinguere realtà da fantasia ed è un vero e proprio apologo delle difficoltà vissute in prima persona dall’artista. Echi di Antonioni e del suo Blow Up, sia per il fotografo protagonista che per la lattina di Coca Cola fotografata al posto della modella. Bataille è la musa ispiratrice di Cavallone per lo stile confuso e per la dissacrazione delle regole estetiche in un film girato in otto giorni che vuole soprattutto disturbare. Una pellicola anticonsumistica e nichilista che serve al regista per esprimere il suo disprezzo nei confronti delle ideologie e per accusare la società di aver ridotto l’uomo a un oggetto.

Blue Movie ebbe successo grazie ad alcune scene di sesso esplicito, per la bellezza inquietante di Dirce Funari – nonostante il ruolo ingrato – e conquistò proprio quel pubblico dedito al cinema erotico che Cavallone si sarebbe aspettato contrario alle sue idee. Il regista aveva pensato gli inserti erotici – mai hard, anche se alcuni dicono che esiste una versione più spinta – come elementi disturbanti, per niente eccitanti, sulla scia di una concezione del mondo figlia di Pasolini e del suo Salò.

Blue Movie è l’ultimo film di un certo interesse girato da Cavallone, pur nel suo estremismo assoluto, anche se motivi tipici della sua poetica tornano anche in Blow Job (1980), per sparire del tutto in un thriller inutile come La gemella erotica (1980) che il regista abbandona a metà lavorazione. Non lo finisce Luigi Cozzi, però, come molti erroneamente scrivono e a tal proposito il regista di Busto Arsizio – ma romano di adozione – ci ha rilasciato una lunga dichiarazione. Il padrone del mondo (1982) è l’ultimo film ordinario di Cavallone, girato dopo aver scritto la sceneggiatura de La guerra del ferro (Ironmaster) (1982) di Umberto Lenzi, ispirato a La guerra del fuoco di Annaud.

Il padrone del mondo – firmato Dirk Morrow – non viene neppure distribuito a causa del fallimento del distributore, ma è un film di ambientazione preistorica intriso della poetica cavalloniana. Gli ultimi lavori sono tre film porno, due firmati Baron Corvo, attribuiti al regista solo dopo la morte: E il terzo gode (1981) (firmato Felipesten – inedito in Italia – come Schreie der Lust distribuito in vhs in Germania), Il nano erotico (1982) e Pat, una donna particolare (1982). Film sgradevoli, almeno i due italiani che abbiamo visto, insoliti e disturbanti per la presenza di un nano dedito a follie sadiche e perverse con le protagoniste femminili (Sabrina Mastrolorenzi è la pornostar preferita).

Travolto dalla fine del cinema di genere, Cavallone gira altri hard tra il 1984 e il 1985, titoli che non è possibile individuare. Non può fare a meno della televisione, approdo di molti per continuare a lavorare, cose oscure come il documentario Dentro e fuori la classe (1983), il telefilm I racconti della nonna (1984), una serie di ricostruzioni e documentari per alcune trasmissioni di Rai 3: Telefono giallo (986-1993), Chi l’ha visto (1991 – 1996)  e Format (1996 – 97). Tra i progetti incompiuti di Cavallone ricordiamo Internet Story (1997), rimasto a livello di bozza di sceneggiatura, alla quale lavorava insieme a Manlio Gomarasca e Davide Pulici. A questo punto, per avere un’idea ben definita di un autore tutto sommato interessante e insolito nel panorama italiano, non ci resta che attendere il miracolo della riscoperta di Maldoror. Se Davide Pulici lo ritrovasse sarebbe davvero un evento. Facciamo tutti il tifo per lui.

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