Baby Sitter (1982): il film dal regista ignoto

Articolo di Gordiano Lupi

Regia: Baron Corvo (Alberto Cavallone). Soggetto, Sceneggiatura, Montaggio: Alberto Cavallone (pseudonimo Baron Corvo). Fotografia: Maurizio Centini (Maurice Arceau). Musiche: Ubaldo Continiello. Distribuzione: AD Distribution (hard), Video Seasrch of Miami (soft). Produzione: Gioia Cinematografica. Interpreti: Sabrina Mastrolorenzi, Dominique Saint Claire, Nadine Roussial, Serwan A. Hoshvar, Alessandro Eusebi, Petit Loup, Joseph Fine (Franco Coltorti). Titolo francese: Petites fesses juvéniles (pour membres bienfaiteurs). Titolo estero: Being Captured.Titolo in lavorazione: Il nano erotico.

Per molti anni il nome del regista che ha realizzato due film hard come Baby Sitter (noto anche come Il nano erotico) e Pat, una donna particolare è rimasto ignoto, celato sotto lo pseudonimo di Baron Corvo. Non che fosse un problema da togliere il sonno ai critici e agli appassionati di cinema (a qualcuno magari sì…), ma è grazie ad approfondite ricerche se è venuto fuori il nome di Alberto Cavallone. Si è saputo solo dopo la morte del cineasta – come dice Roberto Poppi nel volume I Registi Italiani edito da Gremese – anche se resta un mistero il motivo per cui un autore colto e trasgressivo come Cavallone abbia deciso di finire la carriera nel porno. Va bene che si trattava di un genere nuovo – nato per convenzione con Sesso nero (1980) di Joe D’Amato – e che ancora si potevano raccontare storie utilizzando lo strumento del porno. Va bene che attori e attrici passavano da un set ordinario a un set hard senza problemi e che tutto era molto spontaneo, meno costruito, più naturale. Va bene tutto, ma erano pur sempre film porno.

Lo pseudonimo Baron Corvo deriva dal nome d’arte dello scrittore inglese Frederick William Rolfe (1860 – 1913), autore di The Desire and Pursuit of the Whole (Il desiderio e la ricerca del tutto, Longanesi, 1963), che vede protagonista una donna di nome Zilda, ispiratrice della Zelda cavalloniana. Andrea Napoli sostiene su Nocturno che il regista milanese avrebbe adottato lo pseudonimo di Baron Corvo per sottolineare un debito intellettuale con Rolfe, scrittore maledetto, morto a Venezia in circostanze poco chiare, caratterizzato da “un’ambigua ossessione erotica”. Franco Grattarola su Cine 70, in un documentato dossier dedicato a Baron Corvo, conferma tale tesi.

I due Baron Corvo furono girati per soldi, ma sempre senza stare alle regole, accettate con il compromesso di non firmarli con il vero nome e di metterci il suo stile. I film furono prodotti da Pietro Belpedio, girati in due settimane e mezzo vicino Roma, a Riano, in una villa sulla Flaminia di proprietà di un avvocato. Il cinema hard era una novità e aveva un certo mercato, inoltre i lavori di Cavallone erano strutturati secondo la lezione di Joe D’Amato, possedevano uno script, un abbozzo di sceneggiatura, una storia. Non erano hard all’americana, ma film in un certo senso problematici.

Baby Sitter viene girata in due versioni: una hard, in italiano, di circa 100’, senza titoli di testa, mai vista in sala; e una spagnola con sottotitoli inglesi, soft, di circa 70’, intitolata Essere tenuto (Being Captured). Il film anticipa il sottogenere del bizarre.

Baby-sitter ha una trama che si racconta in poche righe. Gianni e Patrizia sono fidanzati, il primo è geloso perché la ragazza fa la baby-sitter e spesso lo lascia solo, per questo motivo la segue quando accetta un incarico fuori Roma. Il bambino che la ragazza dovrebbe sorvegliare in realtà è un nano sadico e sessuomane, marito della donna perversa che ha contrattato la prestazione. Il nano violenta e tortura la ragazza mentre la moglie osserva le sequenze grazie a una tv a circuito chiuso e si eccita insieme al suo amante – autista. Alla fine risolve tutto il fidanzato che irrompe in casa e libera la sventurata baby-sitter, che in compenso aveva già ucciso il nano con un colpo di alare sferrato al cuore. Tutta questa trama elaborata – in ogni caso importante se paragonata ai porno degli anni Novanta e Duemila – è infarcita di fellatio, rapporti sessuali, clisteri, baci intimi e chi più ne ha più ne metta, preponderanti nell’economia del film. Interessante l’interpretazione del nano, forse unico caso nella storia del cinema hard in cui troviamo un simile protagonista, ma soprattutto attrae la commistione di horror sadico e sequenze porno. Sabrina Mastrolorenzi è una delle prime dive hard, non è la solita attrice cane di quel mondo sotterraneo, ma se la cava bene in sequenze trasgressive ad alta gradazione erotica. Il nano la lega, prova a farle clisteri, la frusta, la sculaccia, infine si fa praticare una lunga fellatio. Ricordiamo la Mastrolorenzi attrice in film non definibili come porno: La provinciale a lezione di sesso (1980), L’esercito più pazzo del mondo (1981), Albergo a ore (1982), ma anche di lavori più espliciti come Attenti a quelle due ninfomani (1982), Pat, una donna particolare (1982), La collegiale si diverte (1982) e Sapore di zia (1984). Sabrina Mastrolorenzi, volto dolce e regolare, fattezze da provinciale, femmina piuttosto in carne, sembra la ragazza della porta accanto, la fidanzata dell’amico, la baby-sitter che può venire a occuparsi di tuo figlio. Uno dei volti simbolo del primo porno, insieme a Annie Goren e Guia Lauri Filzi, quando gli steccati tra i due mondi cinematografici non erano ben definiti. Il nano erotico è un non meglio identificato Petit Loup, che pare aver recitato anche in Emanuelle e le porno notti (1977) di Bruno Mattei e Joe D’Amato e in Peccati di giovani mogli (1981) di Angelo Pannacciò. Un’altra analogia con il cinema di Massaccesi è la location, perché la villa degli orrori è la stessa in cui è stato girato Rosso sangue. Alberto Cavallone è un pioniere del genere che per l’occasione scrittura Dominique Saint Claire (la moglie del nano) e Nadine Roussial (un’amante del nano) e mette in piedi una storia che ricorda il suo stile controverso quando entra in azione il nano.

La colonna sonora di Ubaldo Continiello è suggestiva, dolce, quasi fuori tema, non abbandona mai lo spettatore nel corso della visione che passa da una fellatio a una masturbazione in moto, senza trascurare rapporti sessuali in auto o in camera e perversioni sadiche. La fotografia assume tonalità cangianti dal rosso al verde ed è spesso scura, il montaggio è tipico di un film hard, anche se la copia visionata potrebbe aver subito alcuni tagli. Il tocco autoriale di Cavallone si nota nella mise del nano, vestito da marinaretto e munito di cerbottana con aghi intrisi di sonnifero, ma anche di catene grazie alle quali lega la ragazza e la tortura. La parte sadica vede il nano impugnare vari tipi di vibratori a forma di pene che estrae da una valigetta erotica, ma anche frustare la ragazza legata a un divano con il sedere rivolto in alto. A un certo punto il nano cavalca la Mastrolorenzi come un fantino e si fa masturbare mentre racconta vecchie esperienze erotiche con donne che ha ucciso. Il nano è impotente e – cosa rara – ce l’ha persino piccolo, forse per questo odia così tanto le donne. Pochi elementi di originalità fanno intravedere che dietro a tutto questo c’è un autore dotato di geniale inventiva, purtroppo sprecata per un film simile. “Ti prometto che non farò più la baby-sitter” dice Sabrina al suo uomo mentre si abbandona all’ultima fellatio prima della parola fine. Sono gli ultimi fuochi anche per Cavallone, autore mancato e regista sfortunato, precipitato in un mondo che non avrebbe meritato.

Due commenti critici. Pascal Martinet: “Questo filmetto girato nei dintorni di Roma rivela un certo piacere a lavorare nel cinema di genere: l’incredibile nano in calze a rete e reggicalze, il dettaglio violento, alcune inquadrature e punti di vista talora tipici dei film di spavento. Da qui a dire che ci sarebbe la mano di D’Amato…Dispiace solo il numero troppo ridotto di attori, che fa precipitare l’hard in una ripetitività dannosa all’abile costruzione dell’insieme” (La saison cinématographique, 1985). Germano Manzone: “Montaggio sapido nelle scene hard. Appiglio autoriale al tema voyeuristico. Ma le ambizioni cortocircuitano di fronte all’imbarazzo oggettivo della performance del nano. Comica la versione soft. Pellicola immolata alle ragioni di un plot in cui Cavallone non ha mai creduto” (Nocturno Dossier n. 19).

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