L’11 settembre: la storia non è semplice. Tra memoria, utopia e speranza

Articolo di Pietro Salvatore Reina

L’11 settembre 2001 quattro attacchi terroristici colpiscono il cuore di New York, gli Stati Uniti d’America, il mondo occidentale, tutto il mondo civile. Un attentato che cambia e che ha cambiato la storia e la storiografia del mondo. Una data-simbolo che porta a riflettere, a criticare, a chiedersi se la società multiculturale, il multiculturalismo fosse/sia un «bene» oppure no. Interrogativi, domande portate avanti, innescate dall’articolo Multiculturalismo e islamofobia della professoressa Gema Martín Muñoz scritto per El Pais nel marzo 2002.

Uno scritto che analizza il radicale cambio di atteggiamento del mondo occidentale nei confronti della società multiculturale. Prima dell’11 settembre i mass-media, l’opinione pubblica erano attratti dai benefici di una società multiculturale. Dopo l’11 settembre, invece, la maggior parte dei mass-media, dei politici e dell’opinione pubblica si dichiara contro l’integrazione, vista come una grave minaccia per la sopravvivenza dei valori occidentali.

Identità e multiculturalismo nel nostro Paese sono due «voci» che fanno la differenza e provocano scissioni che infiammano l’immaginario, le coscienze (possiamo chiamarle coscienze – alcune – coscienze?) in seguito a due articoli scritti per Il Corriere della Sera da Tiziano Terzani («Il mondo non è più quello che conoscevamo, le nostre vite sono definitivamente cambiate.

Forse questa è l’occasione per pensare diversamente da come abbiamo fatto finora, l’occasione per reinventarci il futuro») e da Oriana Fallaci (in La rabbia e l’orgoglio) che condanna il mondo arabo e islamico, senza riconoscergli la minima dignità culturale.

Due lettere, due articoli, due diverse visioni del mondo (Weltanschauung) che ancora oggi riecheggiano nella nostra pavida politica e «liquida» società. Il dibattito, confronto, scontro tra Terzani e Fallaci si arricchisce ed è arricchito dalle posizioni in «contrappunto» dell’intellettuale Edward Said che in un articolo apparso su la Repubblica il 1° novembre 2001 Lo scontro delle ignoranze con acume sottolinea che «viviamo momenti di tensione […] La tesi dello «scontro di civiltà» è una trovata tipo «Guerra dei mondi», più adatta a rafforzare un amor proprio diffidente che la conoscenza critica della sorprendente interdipendenza del nostro tempo».

Da quasi vent’anni viviamo politiche che non tengono conto, che ignorano le esigenze, i bisogni più veri degli esseri umani. La Storia umana non è un percorso semplice né da spiegare né da vivere. La Politica dovrebbe dotarsi e farsi illuminare da una «mentalità aperta». Ripensare le norme che regolano le pratiche di cittadinanza alla luce di una «mentalità aperta» come conditio sine qua non «per la pratica e non [soltanto] per l’acquisizione della cittadinanza democratica» (cfr. S. Benhabib, La rivendicazione dell’identità culturale. Eguaglianza e diversità nell’era globale, il Mulino, Bologna 2005).

L’analisi di Seyla Benhabib ci spiega come le culture generano e intrecciano relazioni. Una dinamica lezione di civiltà che il nostro Andrea Camilleri a «Che tempo che fa» icasticamente riassume in una frase-massima da un sapore antico ma sempre nuovo: «Perché l’altro deve essere diverso da me. L’altro non è altro che me stesso allo specchio».

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