I Mondo Movies – Panoramica di un genere

Articolo di Gordiano Lupi

Il paese del sesso selvaggio (1972) di Umberto Lenzi è il primo film a soggetto del filone avventuroso – cannibale che nasce dall’esperienza dei tanto esecrati mondo movies, lavori a metà tra la finzione filmica e il documentario. Sono opere datate anni Sessanta – Settanta, che si spingono fino agli anni Ottanta nelle propaggini meno interessanti, capaci di filmare con occhio gelido e crudo realismo la violenza sui corpi, la devastazione della carne e della mente umana. Sono reportages nei quali è difficile separare realtà e finzione, spesso bollati come snuff e accusati di filmare la morte. 

La critica importante ha sempre relegato i mondo movies nella sfera del trash (cinema spazzatura), ma ormai sappiamo che la critica intellettuale non apprezza il cinema di genere, caso mai si riserva di rivalutarlo alla morte del regista o dell’attore di turno (Mario Bava e Totò insegnano). È riduttiva una bocciatura senza appello, visto che i mondo movies esercitarono un enorme fascino sul pubblico, oltre a influenzare gran parte del cinema di genere italiano.

Tra l’altro ci sono stati film insospettabili che si sono presi l’accusa di snuff, come Soldato blu (1970) di Ralph Nelson. Nelle sequenze finali i soldati americani attaccano un villaggio cheyenne e vengono filmati particolari così crudi e realistici da sembrare veri. Assistiamo a scene con donne seviziate e mutilate, bambini decapitati e mattanze di giovani guerrieri. Si tratta di uno spietato ritratto della realtà, una ricostruzione precisa e documentata di un eccidio indiano tristemente accaduto.

Snuff (1974) di Michael Robert Findlay (coproduzione Usa-Argentina) è una pellicola che racconta le gesta della famiglia Manson. Nel finale una ragazza è condotta con l’inganno in un set cinematografico dove viene torturata, mutilata e infine squartata. La scena fu spacciata per vera, non è stato mai chiarito se si trattava soltanto di pubblicità, ma propendiamo per la seconda ipotesi. Nell’incertezza la diffusione di Snuff venne bloccata e il film è diventato un cult rarissimo ricercato dagli appassionati.  

A parte la digressione sugli snuff (sull’argomento si legga per dettagli un pezzo di Marco Castellini all’indirizzo internet www.horrorcult.it) vediamo di fare una rapida carrellata sul genere mondo movies, vera e propria anticipazione del cinema cannibalico italiano.

Alessandro Blasetti è il precursore di una moda documentaristica dal taglio erotico che cerca di mostrare in maniera scientifica e distaccata il rapporto sessuale in tutte le sue implicazioni. Europa di notte (1959) rappresenta un passo in avanti rispetto al documentario anni Cinquanta che evitava con cura ogni aspetto salace o morboso. In questo lavoro troviamo la musica di Domenico Modugno e un’intervista al transessuale Coccinelle, ma il viaggio alla scoperta dei piaceri notturni delle capitali europee è anche un modo per mostrare audaci numeri di strip-tease.

La pellicola era molto castigata, ma per i tempi che viveva la nostra Italia moralista e bacchettona fu un vero scandalo e di conseguenza un grande incasso al botteghino. Non per niente i commenti e il soggetto sono di Gualtiero Jacopetti che pochi anni dopo svilupperà la felice intuizione. Molti registi italiani si misero a inseguire il successo di Europa di notte e cominciarono a girare documentari con riferimenti al sesso. Il tema era sempre lo stesso: si partiva da scene vere, se ne aggiungevano altre dichiaratamente false e si costruiva una pellicola con valenza erotica.

Il mondo di notte (1960) è un documentario erotico di Luigi Vanzi, ma ancora una volta troviamo Gualtiero Jacopetti alla stesura del soggetto. Il film riscosse un buon successo, al punto che il produttore Gianni Proia fece uscire Il mondo di notte 2 e una puntata numero 3, distribuita negli Stati Uniti sotto il titolo di Ecco e narrata da George Sanders. Ecco mostrava addirittura una castrazione con i denti e i particolari di una messa nera.

Alessandro Blasetti cercò di bissare il successo del suo primo lavoro con Io amo, tu ami… (1961), un documentario – fiction interpretato da Giuliano Gemma ricco di riferimenti sessuali, ma non ebbe la stessa fortuna.

Roberto Bianchi Montero, dopo aver girato il film a soggetto La Pica nel Pacifico (1959) si avvicinò al documentario sexy con Notti calde d’oriente (1962) e realizzò una vera e propria serie di lavori a imitazione di Blasetti e Jacopetti, ambientati nelle atmosfere delle calde notti del mondo. Non riscossero molto successo.

Mondo cane (1962) di Gualtiero Jacopetti, Franco Prosperi e Paolo Cavara è il primo vero e proprio mondo movie, un documentario a tinte forti dove il regista propone immagini di vario tipo: una strana riunione di sosia di Rodolfo Valentino, gli effetti orripilanti delle radiazioni nucleari su uomini e animali, la cucina orientale che serve in tavola piatti a base di cani e serpenti. La pellicola ebbe un notevole successo, tanto che nel 1963 uscì Mondo cane 2, realizzato dalla produzione con gli scarti del primo film. Jacopetti non ha mai riconosciuto la paternità della pellicola che pure gli viene attribuita, in collaborazione con Franco Prosperi, anche perché non ha curato il montaggio.

Italia proibita (1963) vede alla regia il giornalista Enzo Biagi, che collabora con Brando e Sergio Giordani per firmare il suo unico film. Luigi Scattini e Mino Loy, invece, girano Sexy magico (1963). I temi sono sempre gli stessi: un po’ di sesso, qualche riferimento alle usanze regionali, abitudini e vizi erotici degli italiani. Il direttore della fotografia Osvaldo Civirani gira in dodici giorni Sexy proibito (1963), seguito da Tentazioni proibite (1964), ambientato ad Amburgo, Berlino, Londra e Parigi.

Luigi Scattini si firma Silvano Secelli per realizzare L’amore primitivo (1964), un lavoro originale, a metà strada tra film a soggetto e documentario. Jayne Mansfield è una bella antropologa spiata da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia mentre visiona un reportage sui costumi sessuali dei popoli primitivi. Scattini gira anche Svezia, inferno e paradiso (1967), forse il lavoro maggiormente responsabile di aver mitizzato la libertà di costumi scandinava rispetto alla nostra arretratezza culturale.

La Svezia era il sogno di tutti i maschi latini, sembrava una lontana mecca di libertà alla quale far riferimento per poter vedere in santa pace un corpo di donna nuda e magari conoscere una femmina disinibita. Scattini gira anche Angeli bianchi… angeli neri (1969) sulle magie vere o presunte di maghi, ipnotizzatori e ciarlatani.

Il pelo nel mondo (1964) è un lavoro interessante sulla prostituzione nella società contemporanea, curato da Antonio Margheriti e Marco Vicario. Peccato per il titolo triviale che serviva ad attirare pubblico al botteghino. Nude calde e pure (1964) di Virgilio Sabel e Lamberth Santhe è una coproduzione italo – francese che racconta i costumi sessuali della libera Polinesia e li paragona alla retriva Europa.

Silvio Bergonzelli gira due pseudo mondo movie come Silvia e l’amore (1968) e Le dieci meraviglie dell’amore (1968). Si tratta di due film a soggetto. Nel primo la protagonista racconta le proprie esperienze sessuali di coppia a un medico, ma il tutto è abbondantemente recitato e non c’è niente di documentaristico. Nel secondo ci sono sei studenti che vogliono presentare una tesi sull’evoluzione dei costumi sessuali degli italiani. Falso rigore scientifico a imitazione del successo internazionale di Helga (1967) di Erich F. Bender.

Il perbenismo ipocrita della società italiana non permetteva di mostrare erotismo e sesso senza una pseudo costruzione scientifica. Il diario proibito di Fanny (1968) di Sergio Pastore è un altro pseudo mondo movie che pare un manuale di educazione sessuale per principianti. Scusi, lei conosce il sesso (1968) di Vittorio De Sisti è un altro viaggio a soggetto nel mondo del sesso, composto da una serie di interviste e immagini che vorrebbero raccontare l’evoluzione sessuale. Nel labirinto del sesso (1968) di Alfredo Brescia spiega comportamenti e abitudini sessuali degli italiani, ma non è un documentario perché ci sono attori che recitano a soggetto.

L’unico mondo movie girato da una donna è Riti segreti (1972) di Gabriella Cangini, che parla di sterilizzazione maschile, culti masturbatori e fallici, afrodisiaci e alcune bizzarre patologie.

Rivelazioni di uno psichiatra sul mondo perverso del sesso (1972) del pessimo Renato Polselli è un altro film erotico con pretese pseudo scientifiche da mondo movie, ma si ricorda addirittura per essere stato uno dei primi film italiani addizionati con inserti porno.

Mille peccati… nessuna virtù (1969) di Sergio Martino, invece, è un vero e proprio mondo movie sui costumi sessuali che si sforza di raccontare l’importanza del sesso nella società contemporanea. Martino sembra dire: “Fate l’amore invece di usare la droga” e compone un interessante affresco sui pericoli della tossicodipendenza. Sergio Martino gira anche America così nuda così violenta (1970) e I segreti delle città più nude del mondo (1971), veri e propri mondo movies ricchi di sequenze erotiche, strip-tease, scene prelevate da locali notturni europei e usanze sessuali.

Mondo erotico (1972) di Filippo Maria Ratti, firmato Peter Rush, analizza il fenomeno del nudo e dei costumi sessuali in continua evoluzione nella società occidentale. Gianni Proia è un altro autore – produttore che va citato per Realtà romanzesca (1969) e Mondo di notte oggi (1975), scritto e letto da Oreste Lionello, ma caratterizzato da una serie di doppi sensi molto grevi. Si tratta del solito viaggio di notte alla scoperta dei costumi sessuali occidentali, delle trasgressioni e degli spettacoli erotici.

Si giunge a un punto di non ritorno perché il sesso è sempre più presente al cinema e nella vita italiana. Vittorio De Sisti si concede persino il lusso di ironizzare sull’erotismo nella chiesa cattolica con Sesso in confessionale (1974). Citiamo anche Mondo porno oggi (1976) di Giorgio Mariuzzo, che cavalca una moda ma non ha niente di porno. L’Italia in pigiama (1976) di Guido Guerrasio non è un mondo movie, ma racconta le abitudini sessuali degli italiani. Molto interessante Tomboy – I misteri del sesso (1977) di Claudio Racca, un documentario divulgativo sul sesso che si avvale di interventi qualificati.

Sesso perverso – mondo violento (1980) è l’immancabile tardo e volgare contributo di Bruno Mattei al genere, un collage di falsi provini che trattano i negri come esseri inferiori e le donne come lesbiche. Nudeodeon (1978) di Franco Martinelli, parafrasa il titolo di una fortunata trasmissione televisiva (Odeon) che per prima ebbe il coraggio di mostrare un nudo femminile frontale, ma realizza anche un documentato studio sui costumi sessuali degli italiani.

Il vero e proprio mondo movie erotico modifica i suoi contenuti e non esiste più come momento conoscitivo perché il cinema erotico e quello a luci rosse sono alla portata di tutti. Il documentario erotico lascia il posto a opere squallide che raccontano scene fintamente reali ricostruite in studio che sembrano dei porno casalinghi. Citiamo Noi e l’amore (1985) di Antonio D’Agostino, un florilegio senza precedenti di depravazioni sessuali, e il più convincente Love duro e violento (1985) di Claudio Racca, che prosegue il discorso iniziato con Tomboy, ma con immagini più crude e scioccanti. Abbiamo l’esibizione di varie frattaglie, ma anche un ripugnante cambio di sesso, la macellazione dei maiali e un inserto che sembra snuff perché la leggenda narra che una ragazza è stata scuoiata dal vero.

Da dimenticare I vizi segreti degli italiani (quando credono di non essere visti) (1987), girato dal pessimo produttore – regista Camillo Teti, interpretato da Moana Pozzi e Ramba che intervistano passanti sul tema del sesso. Mondo cane di Jacopetti rivive un momento di gloria sul finire degli anni Ottanta grazie a un’idea del produttore romano Gabriele Crisanti.

Prima esce Mondo cane oggi (1985), firmato Max Steel, pseudonimo dell’ottimo regista di polizieschi Stelvio Massi, e subito dopo Mondo cane 2000 – l’incredibile (1988), firmato dallo stesso Crisanti. Il primo lavoro conserva motivi di interesse, pure se i tempi sono cambiati e il mondo movie non è un genere che può ancora scandalizzare. Il secondo film è montato da Cesare Bianchini e presenta un volgarissimo commento di Luigi Mangini. Stelvio Massi si rifiuta di firmare la regia.

Abbiamo lasciato da parte il discorso sugli Africa movies, sottogenere importante della categoria mondo movies.

Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi realizzano il fondamentale Africa addio (1966), un documentario ricco di mattanze di animali. Vediamo elefanti trucidati per privarli delle zanne d’avorio, gambizzazioni di bestiame come ritorsione verso gli allevatori, rapimenti di piccoli animali per venderli agli zoo, eccidi di tranquilli ippopotami per portare la carne al mercato.

Non solo: ci sono anche scene realistiche di fucilazioni di prigionieri e particolari efferati della guerra civile in Kenia. La macchina da presa si sofferma spietata sui corpi mutilati e scaraventati ai bordi delle strade. Jacopetti dipinge un quadro disarmante di un’Africa che passa dal colonialismo all’anarchia selvaggia. Un film sconvolgente che va considerato un capolavoro capace di far nascere un vero e proprio sottogenere: l’Africa movie.

Africa sexy (1963) di Roberto Bianchi Montero viene distribuito alcuni anni prima di Africa addio, a causa di molti problemi in sede di censura che ritardarono l’uscita del documentario di Jacopetti (pronto dal 1963). Montero è interessato soprattutto alla descrizione delle abitudini sessuali degli indigeni e non si cura di ampliare il suo orizzonte visivo.

I lavori di Jacopetti sono oggetto di separata trattazione, perché è lui il creatore del genere e il vero innovatore del modo di fare documentario antropologico. Ricordiamo in questa sede anche La donna nel mondo (1963), girato con Franco Prosperi e Paolo Cavara, che ha come tema la condizione femminile nei punti più disparati del globo. Addio zio Tom (1971), girato con Prosperi, è il suo ultimo mondo movies, accusato di razzismo e qualunquismo, ma in realtà solo un documentario satirico e anticonformista realizzato con passione e originalità. Jacopetti finì al centro di uno scandalo che lo isolò sempre più fino ad allontanarlo dal mondo del cinema italiano.

Tra gli altri mondo movies africani di un certo interesse citiamo Le schiave esistono ancora (1964) di Maleno e Roberto Malenotti (padre e figlio), ma pare che abbia collaborato pure Folco Quilici, non accreditato per non aver portato a compimento il film. Molte scene sono eccessive, ma la pellicola resta interessante per la descrizione di un fenomeno reale come il commercio di esseri umani.

I fratelli Angelo e Alfredo Castiglione sono antropologi, esploratori e giornalisti che si dedicano al genere realizzando alcune pellicole interessanti. Africa segreta (1969) è il loro primo lavoro girato insieme a Carlo Guerrasio, vera e propria antropologia divulgativa frutto di cinque anni di ricerche, anche se il principale interesse dei registi pare essere attinente alla sfera dei comportamenti sessuali. Africa ama (1971), prodotto da Alberto Grimaldi e narrato da Riccardo Cucciolla, vuole essere uno studio antropologico su usi e costumi delle popolazioni africane.

Vediamo la circoncisione, l’infibulazione e molti riti che hanno come base un erotismo semplice e naturale che non presenta elementi morbosi. Magia nuda (1974) è un altro lavoro dei Castiglione, che vede il commento esterno scritto da Alberto Moravia e recitato da Riccardo Cucciolla. I riti magici delle popolazioni africane presentano molti riferimenti sessuali, ma non c’è mai la volontà di esibire gratuitamente.

Il lavoro più importante dei fratelli Castiglione è Addio ultimo uomo (1978), prodotto da De Laurentiis, impostato come documentario etnografico per raccogliere le testimonianze dalla voce degli ultimi stregoni. La pellicola non raggiunge l’originalità di Africa  addio, ma con una fotografia nitida e un buon commento musicale fa conoscere riti tribali che hanno come tema la morte, il sesso e il ruolo della donna. I fratelli Castiglione descrivono con dovizia di particolari i riti funebri, i sacrifici animali, l’oroscopo dei sassi per conoscere il futuro dell’anima e il pasto accanto alla salma che sarà portata a compiere un ultimo giro per il villaggio.

In Africa quando muore un membro del villaggio si perde una parte della piccola società e tutti partecipano al lutto, come momento collettivo di condivisione.  La morte viene presa per quello che è: il momento terminale della vita, accettato come un fenomeno naturale che scioglie l’anima dai legami terreni. Se muore un guerriero vengono rotti sul cadavere gli oggetti che gli appartenevano e infine sono gettati in una grotta. I giovani guerrieri si fustigano con insistenza per offrire al cadavere il loro coraggio e per rendere onore a un uomo valoroso.

La malattia si scaccia con le armi della magia: uno stregone accarezza il dorso di una capra per trasmetterle il morbo, quindi abbatte l’animale con furia selvaggia. Il mercato è il regno delle donne, tra pesci secchi, pane di sale, birra di miglio e unguenti, vede contrattazioni di genti e razze diverse che si incontrano e scambiano prodotti. Al mercato si vende pure carne di cane abbrustolita sulla fiamma, dopo aver privato la bestia dei genitali. 

La tesi dei registi è che l’ultimo uomo non è mai solo, vive una vita naturale, in perfetta armonia con la natura, ma il difetto del film è che spesso punta al sensazionalismo fine a se stesso e presenta momenti ripetitivi. La scena del taglio del pene di un soldato catturato è il momento più  raccapricciante della pellicola, molti critici affermano che non è una ripresa dal vero, ma i fratelli Castiglione giurano sul realismo.

La festa dell’amore è un altro bel momento documentaristico che riprende i giovani mentre si cospargono il cranio con cera d’api, si fissano piume in testa, dipingono il corpo, indossano maschere e si spalmano unguenti. Una ragazza non unta è come nuda e non si può presentare al rito dell’amore fatto di danza e musica. Lo stile è a imitazione di Jacopetti, perché mostra per contrasto l’atteggiamento freddo e distaccato delle donne europee, ma si poteva evitare una parte dichiaratamente commerciale composta di filmati hard.

I registi mostrano interessanti momenti di vita africana: la lotta cruenta tra guerrieri con un coltello legato al polso, la costruzione comune di una casa composta di fango, paglia e legno, la preparazione del cibo a base di semplici focacce. L’ultimo uomo non vive di egoismo, ma di momenti sociali che esprimono la sua voglia di comunicare e di aiutare chi ha bisogno. La danza manifesta sempre spiritualità e serve a celebrare un momento importante della vita comune, così come il tatuaggio è una carta d’identità tribale che per le donne presenta valenza erotico – estetica.

I registi ci tengono a mostrare le differenze con la nostra società dei consumi e si schierano sempre dalla parte di chi conduce una vita naturale. L’ultimo uomo non vive di vanità estetiche ma di rituali culturali. Il rito della consacrazione del fallo fa capire l’importanza della fertilità per i popoli primitivi che impongono alle donne di ungere e alimentare il fallo di pietra simbolo della procreazione. Il finale recita: “Nessun uomo è un’isola tutta per sé” e “Non andate a chiedere per chi suona la campana: essa suona anche per te”, realizzando un valido supporto filosofico.

I vecchi custodiscono i segreti della biblioteca dell’ultimo uomo, ma la civiltà che arriva da lontano modifica la cultura. Ricordiamo che il montaggio è di Rita Olivati Rossi e Ugo De Rossi, la fotografia di Alfredo Castiglioni, il testo di Vittorio Buttafava (voce di Riccardo Cucciolla), mentre il commento musicale è di Franco Godi. Africa dolce e selvaggia (1982) è l’ultima opera di Angelo e Alfredo Castiglioni costruita a base di sensazionalismo e scene di selvaggio naturalismo.

Nel 1975 esce Ultime grida dalla savana di Antonio Climati e Mario Morra con il commento esterno scritto da Alberto Moravia. Si tratta di un lavoro a soggetto, ma due scene terribili si ricordano dopo anni dalla visione per la perfezione con cui vennero realizzate. La prima è quella della caccia agli indiani da parte dei bianchi con le conseguenti violenze dopo la cattura (castrazioni, decapitazioni e scotennamenti si sprecano).

La seconda è la tragica fine di Pit Doenitz, un turista che durante la gita al parco naturale di Wallase si fa venire la brillante idea di uscire per la savana a fotografare i leoni. L’uomo viene sbranato e la macchina da presa filma i particolari dell’esecuzione e dell’orribile pasto. Pare certo che la scena degli indios venne realizzata grazie a sofisticati effetti speciali.

Non siamo altrettanto sicuri per quel che concerne la morte dell’uomo sbranato dai leoni. Il regista la presentò come una ripresa eseguita da uno dei turisti a bordo della jeep. “Ho solo aggiunto qualche effetto splatter”, disse Climati. In questi casi è difficile distinguere la realtà dalla pubblicità per creare interesse intorno a una pellicola. Il film – documentario è un catalogo di scene più o meno raccapriccianti che tendono a creare un effetto disturbante nello spettatore. Colgono nel segno, non c’è che dire.

Ultimo mondo cannibale (1976) di Ruggero Deodato è un film avventuroso – cannibalico di pura fiction, ma condividiamo l’opinione di Antonio Tentori che lo definisce filiazione diretta dei mondo movies da cui riprende la descrizione dell’orrore in diretta, ma anche pellicola capace di fissare definitivamente le coordinate del filone cannibalico.

Veri e propri mondo movies sono Le facce della morte (1981) di Conan Le Cilaire (pseudonimo collettivo che comprende di sicuro Mario Morra) è una rassegna di orrori vari: esecuzioni di condannati a morte, dissezioni di cadaveri in obitorio, macelli comunali, disastri. Le facce della morte 2 (1982), sempre di Le Cilaire, cavalca il successo del precedente ed è ancora più allucinante nel mostrare i possibili modi di morire corredati da un fastidioso commento fuori campo.

Cannibali domani (1983) di Giuseppe Scotese è forse il film documentario meno violento e professionale nel quale si prova a fare un lavoro di denuncia e di commossa partecipazione. Dolce e selvaggio (1983) di Mario Morra e Antonio Climati (gli stessi autori di Ultime grida dalla Savana) è un film datato che descrive la violenza tra animali e la caccia tra uomo e animale.

Dimensione violenza (1984) di Mario Morra è un documentario internazionale che mette in mostra esecuzioni sulla sedia elettrica, taglio delle mani a ladri arabi, cuccioli di foca abbattuti e altre prelibatezze.

Nudo e crudele (1984) di Adalberto Albertini (Albert Thomas) ricerca orrori di ogni genere e ci mostra gli uomini proboscide, gli ultimi cannibali, gli alligatori antropofagi e un transessuale operato. Mondo senza veli (1985) di Adalberto Albertini (Albert Thomas) è solo un contenitore di cose macabre e bizzarre che ne fanno una chicca per gli amanti delle curiosità da baraccone.

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