Addio zio Tom (1971): la storia dello schiavismo negli Stati Uniti

Articolo di Gordiano Lupi

Regia e Montaggio di Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi. Commento di Gualtiero Jacopetti. Voce off di Stefano Sibaldi. Fotografia di Claudio Cirilo, Antonio Climati e Benito Frattari. Musiche di Riz Ortolani. Organizzatore generale: Giampaolo Lori. Direttore di produzione: Marcello Tranchini. Prodotto da Euro International Film. Distribuzione: Euro. Titolo tedesco: Addio, Onkel Tom!. Titolo francese: Les negrières. Titolo inglese: Goodbye, Uncle Tom!.

Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi realizzano la storia dello schiavismo negli Stati Uniti con grande dispiego di mezzi e molte comparse di colore fornite dal dittatore haitiano Françoise Douvalier. Gli autori raccontano l’arrivo sui galeoni, le misure sanitarie di accoglienza, la vendita, l’utilizzo per i lavori più pesanti, la riduzione a oggetti sessuali, le battute di caccia nei confronti dei fuggiaschi, l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche e dei protestanti allo schiavismo, l’impiego come stalloni per creare nuovi schiavi e la vita infame dei neri. La ricostruzione prende la forma del finto documentario, una vera e propria docufiction che precorre i tempi, per realizzare un’inchiesta sconvolgente e scioccante sullo schiavismo.

I mezzi produttivi sono notevoli, non mancano le comparse a prezzi modici grazie a Papa Doc, dittatore sanguinario omaggiato nei titoli di coda come dottore e presidente a vita della Repubblica di Haiti. Forse è questo il solo torto di Jacopetti, l’unica debolezza rimproverabile a un autore che si espone alle critiche per aver realizzato un documentario cinico ma veritiero, senza indulgere a buonismi di sorta.

La documentazione storica è notevole, così come il montaggio è curato alla perfezione, la fotografia non ha difetti e la colonna sonora è fantastica. Katyna Ranieri canta la stupenda Oh my love di Ortolani – Benjamin che accompagna immagini dei campi di cotone con gli schiavi al lavoro e del Mississipi, ma un commento sonoro all’altezza della situazione accompagna sino al termine lo sviluppo della storia.  

Addio zio Tom non è un film razzista come sostiene buona parte della critica – Paolo Mereghetti in testa – ma è un’opera che vuole mettere alla berlina il vecchio razzismo dei bianchi e al tempo stesso schierarsi contro il razzismo al contrario dei settori estremistici neri (Black Power). Le immagini sono come sempre estreme, eccessive, volte a scandalizzare, scatenare disgusto e riprovazione morale – come stile di Jacopetti e Prosperi – ma non sono mai fini a se stesse.

Non abbiamo rilevato intenzioni voyeuristiche e gusto perverso, a parte alcune scene con protagonisti minorenni e ragazzine avviate alla prostituzione, che si potevano omettere. Le sequenze estreme fanno capire tutto l’orrore del sentimento razzista e l’ipocrisia dei bianchi che hanno sempre sfruttato i neri come bestie da soma e oggetti erotici. A un certo punto vediamo anche la ricostruzione ironica delle idee del professor Cartwright, teorico di origini ebree che propugnava l’inferiorità razziale dei neri, esposte in chiara funzione antirazzista.

Il film passa in televisione a orari impossibili, ma nella versione ridotta a 118 minuti, mentre la versione integrale dura ben 138. Una versione ancor più mutilata di 100 minuti risale al 1972, si intitola semplicemente Zio Tom ed è uscita dopo il sequestro del film per oscenità. La cosa più oscena del film è l’opinione dei critici italiani, ma su tutti svetta il giudizio di Pino Farinotti: “Con la scusa di fare un reportage sulla schiavitù, Jacopetti mostra mucchi di uomini e donne nudi e le solite scene di atrocità di cui è specialista”.

Se si guarda il film con occhio libero da pregiudizi possiamo apprezzare un attacco romantico – nostalgico, la grande abilità registica nel comporre un mosaico fatto di filmati d’epoca sulla morte di Martin Luther King e parti molto realistiche recitate a soggetto. La voce fuori campo racconta la rivolta nera dopo i funerali del Premio Nobel per la pace e un rapido montaggio mostra la repressione della polizia.

L’ipocrisia borghese è messa alla berlina dal personaggio di una signora che chiama Tom il suo autista e dai predicatori che giustificano la schiavitù ricorrendo alle sacre scritture. Jacopetti cita il poeta nero Leroy Johns, Malcom X, parti del libro Le confessioni di Nat Turner di William Styron, critica il razzismo al contrario e il perbenismo dei borghesi di colore che si sono inseriti nella società bianca.

Si nota bene che Jacopetti non fa un discorso razzista, ma contrasta le affermazioni degli estremisti che vogliono distruggere la civiltà bianca per fondarne una composta da neri. Il messaggio del film è pacifista, segue le idee di Martin Luther King, ed è orientato alla piena integrazione razziale. A un certo punto vediamo  una parte che precorre i tempi quando si ipotizza per il futuro un possibile Presidente di colore negli Stati Uniti.

Jacopetti realizza un finto reportage sulla schiavitù, mette alla berlina gli aristocratici che tengono i bambini neri come cuccioli sotto il tavolo e giudicano i neri esseri puzzolenti, tristi, infingardi e noiosi. I personaggi negativi della pellicola sono i ricchi padroni che non credono all’uguaglianza, ma giustificano la schiavitù per la sopravvivenza della nostra razza e per una miglior vita dei neri.

Jacopetti mostra in quali condizioni giungevano i neri nel nuovo mondo, stipati come bestie a bordo di navi piene di topi, alimentati con grasso di bue e maltrattati. Gli schiavi venivano lavati in piscine comuni, puliti con speciali rastrelli, ingrassati di sugna e olio, alimentati come animali in mangiatoie comuni.

Il padrone disprezzava il nero, ma sognava di possedere una donna di colore, spesso i bianchi più poveri organizzavano spedizioni punitive per picchiare gli uomini e violentare le donne. I piaceri dei neri erano liberi, ma venivano spiati dai componenti dell’alta società che osservavano gli schiavi come fossero bestie. Se uno schiavo danneggiava il padrone deflorando una vergine che poteva essere venduta rischiava di venir castrato e allora il divertimento dei ricchi era maggiore. “Il negro non soffre e non ha un’intelligenza pari a quella del bianco”, erano tesi comunemente accettate.

Jacopetti ricostruisce con eccessi la vita all’interno di una casa del sud schiavistico, dove tutto ruotava attorno alla mami che assegnava i compiti ai vari schiavi. Il mercato degli schiavi era un’altra usanza deprimente: i neri venivano comprati a peso e per capo, ma anche le suore prendevano i piccoli per scopi erotici. Sono di cattivo gusto alcune scene con protagonisti alcuni minorenni venduti come schiavi erotici, ma pure altre parti a contenuto sadico.

La pellicola è realistica, pure se infastidiscono certi particolari sui neri utilizzati in funzione riproduttiva per avere nuovi schiavi. Il finale ricostruisce gli eccidi di Nut Turner ai danni di arroganti padroni bianchi e prova a fare un parallelo con la situazione attuale con i neri che manifestano odio verso chi li ha schiavizzati. Le immagini di repertorio mostrano le ribellioni nere degli anni Settanta, dopo il funerale di Martin Luther King, ma la voce fuori campo recita un messaggio pacifista.

“La schiavitù è la nostra gloria. Non dobbiamo offuscarla con la vendetta. Non dobbiamo cadere negli errori dei bianchi. Pace è quel che vogliamo. Non un nuovo razzismo nero”. La carrellata finale mostra immagini ventose realizzate con una fotografia nitida. I neri sono nei campi di cotone soltanto per dire che Zio Tom non c’è più, ma le due razze possono vivere ancora insieme. Il film è girato in Louisiana, Mississipi e Florida, per rendere i luoghi dello schiavismo con realismo e dovizia di particolari, ma molte scene sono girate ad Haiti perché necessitavano comparse di colore. 

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