Ruggero Deodato: ultimo mondo cannibale

Articolo di Gordiano Lupi

La fine del 1976 si ricorda per l’uscita di Ultimo mondo cannibale di Ruggero Deodato, un buon film avventuroso di ambientazione esotica che ebbe tiepida accoglienza da parte di pubblico e critica, ma che ha comunque il merito di essere l’iniziatore della famosa trilogia cannibale. Da notare che per Paolo Mereghetti la pellicola non esiste ed è scomparsa come per incanto dalla filmografia di Deodato. Non ne fa cenno neppure Domenico Cammarota nella sua Storia del cinema dell’orrore, edita da Fanucci nel 1993, nel capitolo dedicato al cannibalismo. Alcuni critici ritengono Ultimo mondo cannibale un film d’avventura o peggio ancora una sorta di mondo movie come Ultime grida dalla savana e secondo loro avrebbe poco a che spartire con il cinema dell’orrore. Forse Cammarota accetta questa impostazione, ma non menzionarlo ci pare una scelta opinabile.

   Ultimo mondo cannibale è stato scritto e sceneggiato da Renzo Genta e Gian Carlo Rossi. Aiuto regista è Lamberto Bava, la fotografia di Marcello Masciocchi, le musiche di Ubaldo Continiello e la scenografia di Walter Patriarca. Prodotto da Giorgio Carlo Rossi per la Erre Cinematografica e distribuito dalla Interfilm. Gli effetti speciali (notevoli) sono di Paolo Ricci. Deodato ci mette del suo esprimendo notevoli capacità di regia e facendo la prova generale del capolavoro Cannibal Holocaust. Il cast: Ivan Rassimov (Rolf), Massimo Foschi (Robert Harper) e la bella Me Me Lai (l’indigena Palen), che diventerà immancabile nei cannibal movies.  Due su tre li avevamo incontrati nel precedente film di Umberto Lenzi. La produzione voleva fare un seguito de Il paese del sesso selvaggio, che aveva avuto un buon successo, incentrato sugli stessi protagonisti.

   In breve la trama. L’antropologo Rolf (Ivan Rassimov) e un ricercatore petrolifero (Massimo Foschi) atterrano nella giungla di Mindanao alla ricerca di alcuni colleghi dei quali da tempo non hanno notizie. Perdono subito il pilota e la sua ragazza, caduti nelle mani dei terribili Manabu. Appena arrivati si rendono conto che l’accampamento è deserto e presto comprendono che sono stati tutti divorati dai cannibali. Gli indios assalgono i due uomini: l’antropologo riesce a fuggire e a far perdere le proprie tracce, il ricercatore petrolifero viene catturato e imprigionato in una caverna. L’uomo bianco non viene mangiato ma denudato, deriso da tutti, umiliato e trattato come un animale. Il prigioniero è obbligato ad assistere ai riti tribali, che vanno dalle torture su animali a scopo gastronomico (vedi il barbecue di coccodrillo) sino allo stupro, passando per violenze di vario genere. I primitivi sembrano interessati ad alcuni aspetti fisici del protagonista: la sensuale Me Me Lai (nella parte di un’indigena) è affascinata dai suoi genitali e non perde occasione per dimostrarlo. C’è anche una scena curiosa dove l’uomo è appeso a delle liane e viene fatto volteggiare in aria a combattere contro una specie di tucano-tacchino. I Manabu hanno visto arrivare il ricercatore in aereo e pensano che sia capace di volare! A un certo punto l’indigena (Me Me Lai) si innamora del prigioniero e lo fa scappare, lui porta con sè la donna e in un attacco di follia selvaggia la violenta. Questa è una scena davvero scioccante e pare quasi che l’uomo così facendo voglia far capire alla donna che è lui a comandare. Forse Deodato non voleva caricare di valenze maschiliste la scena, ma soltanto costruire un effetto shock. Dobbiamo dire che ci è riuscito bene. Subito dopo il ricercatore affronta il capo degli indios, lo uccide e ne mangia il fegato. Gli indigeni sono stupefatti dal suo coraggio e da questa prova che fa apparire il bianco un vero guerriero. Lui riesce a liberarsi dai selvaggi e scappa di nuovo insieme all’indigena, ritrova l’amico antropologo (in condizioni abbastanza pietose) e soprattutto l’aereo che il pilota prima di morire aveva riparato. I tre tentano di prendere il volo ma l’antropologo si becca una lancia nel costato e Me Me Lai viene divorata dai suoi stessi compagni Manabu. La fuga alla fine riesce e la pellicola si chiude con una panoramica della giungla tropicale.

   È indubbio che Ultimo mondo cannibale si ispira ai mondo movies ma c’è una storia ben costruita a metà tra l’avventuroso e l’orrorifico, che magari può essere debitrice nelle atmosfere da Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi ma che contiene molti elementi innovativi. Primo tra tutti il cannibalismo esibito senza veli e falsi pudori e alcune scene forti che anticipano quella discesa negli inferi che sarà Cannibal Holocaust. In questa pellicola i vecchi mondo movies sono recepiti ed estremizzati con l’esibizione in diretta dell’orrore e con riprese di realistiche uccisioni.

   Ultimo mondo cannibale si ispira a una storia vera avvenuta un anno prima tra le tribù selvagge e primitive dell’isola di Mindanao. I protagonisti vengono avvolti a poco a poco  in una spirale di orrore e scoprono un vero e proprio inferno selvaggio fatto di lotte tra animali feroci, trabocchetti mortali e presenza terrificanti. La caverna dei cannibali è inquietante e ben riprodotta, le scene della prigionia e delle progressive umiliazioni dell’uomo bianco sono pezzi di vero cinema dell’orrore. Si susseguono poi immagini shock come cadaveri decomposti, un indigeno mangiato vivo dalle formiche, un coccodrillo fatto a pezzi, un’indigena (Me Me Lai) squartata e divorata dai cannibali dopo averla cucinata con pietre calde inserite nella cassa toracica. Ma non dimentichiamo la scena del bambino appena partorito che viene gettato nel fiume e divorato dal coccodrillo. Paolo Ricci fa il suo mestiere e gli effetti speciali sono di un inquietante realismo. La cosa più sconvolgente resta l’ostentata rappresentazione di banchetti antropofagi in primo piano per lunghe sequenze del film.

   La pellicola ha lo stesso produttore de Il paese del sesso selvaggio (Giorgio Carlo Rossi) ma i risultati raggiunti sono notevolmente superiori. Deodato ha più classe e maggior perizia tecnica di Lenzi e si trova a suo agio nel girare per le foreste selvagge e nel filmare le crudeltà della natura. Anche qui, come nel successivo Cannibal Holocaust, non mancano le riprese di animali uccisi a sangue freddo. Non sono mai immagini gratuite ma sempre funzionali all’economia del film e servono per dare l’idea dei crudeli rituali indigeni.

   Dopo aver visto Ultimo mondo cannibale ci si rende conto di come sia riduttivo ascrivere il film al filone avventuroso. Al limite possiamo avere dei dubbi per Il paese del sesso selvaggio, che presenta scene meno forti e mette in primo piano elementi tipici del cinema di avventura. Ultimo mondo cannibale è horror puro, cinema del terrore perché restiamo nell’ambito del possibile, ma pur sempre cinema che analizza la paura e gli istinti più bestiali dell’uomo.

   A livello di curiosità diciamo che il produttore Giorgio Carlo Rossi ha messo pesantemente le mani sul film inserendo alcune scene truculente. Rossi è morto alcuni anni fa. Era entrato nel mondo del cinema occupandosi di esportare e distribuire film d’avventura prodotti in Italia a basso costo. In seguito produsse in proprio Il paese del sesso selvaggio, quindi affidò a Deodato Ultimo mondo cannibale. Fu lui a inserire alcune scene di violenza sugli animali. La lotta tra il boa e l’iguana l’ha girata Rossi al termine delle riprese, quando la troupe era già partita. Deodato considerava terminata la pellicola e si rifiutò di girare altre sequenze. Rossi fece restare un operatore, comprò un’iguana e andò da un allevatore di serpenti cercando un boa che fosse in grado di divorare l’animale. Trovò un boa che aveva mangiato solo tre giorni prima, ma lui aveva fretta di tornare in Italia e tentò ugualmente. Stuzzicò il boa finchè l’animale non incominciò a ingoiare l’iguana senza però terminare l’impresa. Infatti nel film la scena non si conclude. Ovvio che il lancio della pellicola sul mercato puntasse molto sull’equivoco realtà-finzione e la produzione pubblicizzò il film come un documentario realistico alla Jacopetti.  Il successo di pubblico fu immediato.

   Sempre a livello di pettegolezzo cinematografico citiamo l’incidente accaduto all’aiuto regista Lamberto Bava che venne morso da un serpente. La paura fu tanta, anche se il serpente non aveva veleno. Lo avevano svuotato la mattina prima di cominciare a girare. Però Bava si prese un tale spavento che lo dovettero portare d’urgenza in ospedale. Questo per dire che non era facile fare un film nella giungla malese e che il pericolo era sempre in agguato. Deodato non aveva paura di niente, lui si trovava a suo agio tra gli indios, in mezzo alle sanguisughe, agli alberi enormi che ogni tanto cadevano, alle bestie feroci. In poche parole questo è il tipo di film congeniale a Deodato.

   Sentiamo dalla sua voce cosa ricorda di Ultimo mondo cannibale.

   “Non è il mio film che preferisco anche perché dovetti subire molte pressioni dalla produzione, però non è neppure un film da gettare. Ci sono tante scene carine, quasi delicate, come la masturbazione di lei a lui. Un critico di un giornale che non ricordo (il Corriere della Sera, nda) scrisse che lo avevamo girato in Abruzzo. Solo a pensarci mi viene ancora da ridere. Lo girammo tutto in Malesia, nella grotta sacra, dove poi anche Sergio Martino girò qualcosa di suo (La montagna del dio cannibale, nda). Finimmo a Qualatanan, un posto in mezzo alla giungla che per arrivarci ci volevano sette ore di piroga. Le prime due settimane ci prese voglia di tornarcene a casa”.

   Massimo Foschi in un’intervista a Nocturno ricorda con disgusto il pasto del fegato: “Al termine di un combattimento dovevo mangiare il fegato del mio avversario, un fegato di capra acquistato qualche giorno prima e conservato a temperatura ambiente (tropicale, però). Puzzava così tanto che lo addentai con un’espressione di vero disgusto. Fu una scena realistica!”.

   Le locandine del film, come già detto, puntarono molto sull’aspetto documentaristico e misero in risalto a caratteri cubitali quanto di turpe e di vero si sarebbe visto. L’uccisione rituale delle figlie femmine, la scarnificazione del braccio,  il pasto con il fegato dell’avversario (vedi sopra), l’amore selvaggio e via di questo passo. 

   Deodato è originale perché sa narrare in maniera secca ed essenziale costruendo un effetto di crudo realismo. Le frequenti scene senza sonoro suscitano forse più tensione di una colonna sonora ben fatta e le parti in cui i cannibali sono all’opera risultano sempre legate alla narrazione. La volontà pseudo documentaristica in Ultimo mondo cannibale è stemperata da una qualche concessione al romanzesco.

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