Gli angeli tra arte, letteratura e vita

Articolo di Pietro Salvatore Reina

«Sì, caro signore per me non c’è dubbio che gli angeli parlano italiano. Impossibile immaginare che queste creature del cielo si servano di una lingua meno musicale». Alla domanda fatta dal direttore d’albergo risponde così il protagonista del romanzo Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (Bekenntnisse des Hochstaplers Felix Krull, 1954) scritto da Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura nel 1929.

Oggi 2 ottobre ricorre una memoria liturgica, quella degli angeli custodi, molto cara alla Chiesa cristiana primitiva. Il termine «angelo» deriva dal greco αγγελος (cfr. sanscrito angirah) corrispondente all’ebraico mal’ak. Tale lemma nel greco antico (si cfr. il Rocci) ha il significato di «messaggiero, nunzio» presente ad esempio in Omero. Nel greco biblico significa «angelo» (corrispondente all’ebraico già menzionato), invece nello storico e storiografo greco antico Polibio ha l’accezione di «avviso, annunzio».

«È da sapere che il termine «angelo» – docet papa Gregorio Magno (una delle personalità che hanno dato un contributo fondamentale alla formazione della spiritualità medievale, cfr. R. Villari, Storia medievale, Laterza, 1998, p. 60) nelle «Omelie sui vangeli» (Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-1251) – designa l’ufficio, non la natura».

Il termine angelo designa spiriti sopraterreni, incaricati dalle divinità di compiere particolari missioni. La presenza di angeli, di geni alati, antropomorfi e/o teriomorfi, è attestata nelle prime civiltà idrauliche mesopotamiche, nella civiltà egizia. Una sviluppata angelologia esiste anche nello zoroastrismo dell’antica Persia. Nell’ellenismo l’«angelo» per eccellenza è il dio Ermete (Hermes), Mercurio per i Romani. Celebre, anche, come «angelo» celeste è la vittoria alata.

Nel corrente 700° anniversario della morte del sommo poeta nazionale Dante Alighieri non possiamo non ricordare gli interventi degli angeli che nella Commedia si prendono a cuore le sorti del poeta. Il discorso sugli angeli si apre per la prima volta nel canto VII dell’Inferno (vv. 73-96), prosegue e si fa più esplicito nel canto IX (vv. 82-105) sempre della cantica infernale ove Dante è impedito a proseguire nel cammino di salvezza, è terrorizzato così come pure scoraggiato appare Virgilio fino a quando un angelo, inviato da Dio, rimprovera i diavoli e apre la porta della città di Dite. Nell’Inferno questa è l’unica volta in cui compare un angelo. In sintesi, invece, nel Purgatorio gli angeli appaiono come custodi delle sette balze. Nel Paradiso gli angeli appaiono sempre in coro.

La maggiore scrittrice della letteratura italiana del Novecento, Elsa Morante (1912-1985), alla periferia della raccolta di novelle e racconti de Il gioco segreto (edito nel 1941 da Garzanti) tesse una brevissima, appena due pagine, novelletta Un frivolo aneddoto sulla Grazia nel quale racconta di un uomo, che fin dalla più tenera età, è accompagnato da un Angelo Custode.

La più antica raffigurazione artistica dell’Annunciazione è incisa nelle catacombe di Priscilla a Roma (II -III secolo) ma poi angeli e arcangeli, messaggeri celesti e guerrieri, putti et alii popolano l’arte figurativa d’ogni tempo: dal realismo giottesco (Compianto del Cristo morto nella Cappella degli Scrovegni, Padova), a Botticelli, Lotto, Leonardo da Vinci, Michelangelo fino agli intensi e colorati serafini di Marc Chagall (Sogno di Giacobbe, 1966).

La «figura dell’angelo» ha contrassegnato anche molte stagioni della storia del cinema. Una fra tutte degna di nota sono i due film del regista Wim Wenders «Il cielo sopra Berlino» (1987) – film sceneggiato dallo scrittore austriaco Peter Handke a cui è stato assegnato nel 2019 il controverso Nobel per la Letteratura – e «Così lontano così vicino» (1993), dove la «figura dell’angelo» viene approfondita attraverso il tema della ricerca del bene.

Nella contemporanea saggistica il filosofo Massimo Cacciari con L’Angelo necessario (Adelphi, 1992) recupera la «figura dell’angelo» e/o l’«angelo» che si ri-vela «necessario», come dice il titolo, che riprende una mirabile lirica del poeta statunitense Wallace Stevens (1879-1955). L’Angelo – in-segna Cacciari – educa, conduce a una conoscenza diversa da quella che si sviluppa in rapporto al visibile. «L’Angelo testimonia il mistero in quanto mistero, trasmette l’invisibile in quanto invisibile».

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