Umberto Lenzi e il Cannibal Movie

Articolo di Gordiano Lupi

Umberto Lenzi aveva inventato il genere cannibalico con Il paese del sesso selvaggio, poi lo aveva lasciato prima nelle mani di Sergio Martino (La montagna del dio cannibale) e infine in quelle di Ruggero Deodato. Nel suo primo film, Lenzi non era stato in grado di oltrepassare i confini del proibito, cosa che invece ha fatto molto bene Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust. Il regista maremmano torna al sottogenere nel 1980 con Mangiati vivi!, un film truculento come pochi, ma soprattutto a basso budget. Va da sé che la pellicola non è molto originale e Lenzi deve fare di necessità virtù prelevando numerose sequenze dai cannibal movies precedenti. Il regista si inventa lo pseudonimo di Humphrey Humbert e con quel nome anglofono firma anche soggetto e sceneggiatura. La fotografia è di Federico Zanni, il montaggio di Eugenio Alabiso, la scenografia di Antonello Geleng, la musica di Budy Maglione e gli effetti speciali sono di Paolo Ricci. Producono Luciano Martino e Mino Loy per Dania National Cinematografica. Il cast è composto da: Robert Kerman (l’italianissimo Roberto Bolla, lo stesso di Cannibal Holocaust), Janet Agren, Ivan Rassimov, Paola Senatore, Mel Ferrer, Me Me Lai e Franco Fantasia. 

   Il film non è tra i migliori di Lenzi, soprattutto perchè è costruito con ritagli di altre pellicole ed è girato in economia. Lenzi riutilizza se stesso inserendo nel film sequenze de Il paese del sesso selvaggio come una scena di cannibalismo spiata da Kerman e la Agren (si nota la diversa luminosità della pellicola), la preparazione di frecce avvelenate, l’uccisione di un alligatore, la morte di un serpente e infine la lotta tra la mangusta e un cobra. La scena del rapporto sessuale tra Me Me Lai e i fratelli del marito morto (il finto rito della vedova) è stata girata ex novo ed è soltanto una citazione ampliata del primo film. Alcune parti del banchetto cannibale che ha per protagonista Me Me Lai sono tratte da Ultimo mondo cannibale, ma sono poche immagini. La montagna del dio cannibale di Sergio Martino invece concede un’evirazione di un indigeno e una scena di attacco di un coccodrillo. “C’erano pochi soldi” confessa Ivan Rassimov in un’intervista. Lo spettatore è la prima cosa che nota.

   I motivi di interesse per riscoprire Mangiati vivi! però ci sono tutti e non condividiamo il giudizio drastico di pasticcione cannibalistico che dà Marco Giusti su Stracult. Una buona fotografia esotica, alcune scene efferate, i nudi integrali e provocanti della Agren e della Senatore salvano una pellicola che è diventata un cult per gli appassionati del trash. Janet Agren è la presenza indimenticabile del film e il regista insiste molto su primissimi piani dei suoi stupendi occhi verdi. La trama non sarebbe neppure il caso di raccontarla, tanto lo sapete già che c’è la solita spedizione che parte per una foresta qualsiasi dove ci sono i cannibali (in questo caso la Nuova Guinea) alla ricerca di qualcuno che è scomparso. Qui abbiamo Robert Kerman, nei panni di un reduce dal Vietnam, che accompagna Janet Agren alla ricerca della sorella (Paola Senatore). Quest’ultima ha abbandonato agi e ricchezze del mondo materiale (possedeva una ricca piantagione) per unirsi alla setta del reverendo Jonas (Ivan Rassimov), una specie di santone della giungla che si è ritirato lontano dalle tentazioni del mondo. Kerman viene assoldato dalla bella Agren come guida tra i pericoli della giungla. Per raggiungere l’accampamento di Jonas i nostri eroi devono attraversare mille pericoli, torture e sevizie che lasciano sul campo gran parte dei personaggi (Paola Senatore e Me Me Lai incluse). Arrivati a destinazione, scoprono che Jonas è solo un imbroglione che tiene i suoi adepti prigionieri come schiavi dopo averli depredati di tutti i loro averi. Alla fine l’intervento delle autorità fa precipitare la situazione e la setta viene costretta a un suicidio di massa, mentre i due protagonisti vengono salvati all’ultimo momento dall’assalto di un branco di cannibali. Al ritorno a New York ci rendiamo conto che il santone Jonas non si è suicidato, ma è scomparso insieme a un conto in banca aperto in Svizzera. Su quel conto ci sono anche i soldi della eredità di Paola Senatore che aveva intestato tutti i suoi beni al santone. Il film termina con Janet Agren che non sa come pagare i servigi di Robert Kerman perché è rimasta senza una lira.

   Lenzi vorrebbe agganciare la sua idea di film cannibalico – avventuroso al ricordo storico del massacro della Guayana con il suicidio collettivo di novecento persone per volontà di un folle santone. In parte ci riesce perchè Ivan Rassimov è credibile nei panni di Jonas, guida spirituale affascinante che circuisce occidentali creduloni. Il piatto forte però sono le sequenze estreme. Immancabili per tutta la pellicola: violenze, massacri, stermini di massa, scene di stupro, banchetti antropofagi e animali uccisi nei modi peggiori. Nella parte introduttiva c’è una sequenza molto realistica stile mondo movies che vede alcune persone appese a dei ganci per praticare la purificazione delle anime attraverso la cura del dolore. I ganci vengono attaccati alla pelle della schiena e gli adepti della seta sono appesi al soffitto e lasciati spenzolare. Ottima anche la scena del cobra nascosto in una cesta che viene aperta da Janet Agren che rischia di fare una brutta fine. Il film però manca di mordente e non coinvolge più di tanto, anche perché le scene più efferate sono quasi tutte prese da altre pellicole e l’appassionato del genere le ha già viste. Tra le scene più crude dobbiamo citare un pitone che si mangia una scimmia, un cucciolo di coccodrillo squartato in diretta, un coccodrillo che aggredisce la piroga, un cobra ucciso con le mani, una lotta cobra-mangusta, un’evirazione, un iguana sventrato e mangiato dai selvaggi… In definitiva salverei soltanto poche scene truculente, gli effetti speciali (notevoli), l’ambientazione curata e pittoresca. La parte cult del film resta quella con i cannibali che catturano Me Me Lai e Paola Senatore e se le mangiano vive facendole a fettine nei punti più prelibati (mammelle, orecchie, gambe…). Si vede abbastanza chiaramente che le gambe tagliate delle due vittime sono nascoste sotto la terra, ma il pasto cannibale è cruento e disturbante. Alla fine i selvaggi aprono la cassa toracica delle due donne e le mettono a cuocere sulla fiamma. Sono scene molto realistiche e valgono il prezzo del dvd. Se poi vogliamo parlare da appassionati del cinema di genere anche la bellezza sensuale della bionda Janet Agren e la mise della Paola Senatore in tenuta da selvaggia non sono da gettare. Paola Senatore e Me Me Lai sono protagoniste anche di due ottime sequenze erotiche che le mostrano senza veli e in pose molto disinibite. Soprattutto il rapporto esplicito di Paola Senatore, posseduta dal suo carceriere prima di venire mangiata viva, è di quelli memorabili. Ricordiamo anche la sequenza che vede la penetrazione della Agren da parte del santone per mezzo di un grosso fallo di pietra intinto nel sangue di un serpente e anche la scena dove l’attrice svedese mette in mostra la sua bellezza completamente dipinta d’oro (forse un omaggio alla Ursula Andress de La montagna del dio cannibale). I dialoghi tra Kerman e la Agren sono artefatti e irreali, le avances dell’uomo poco credibili e certe situazioni quasi imbarazzanti. Sono molte le parti del film che mancano di patos e di tensione narrativa, come quando le due sorelle si ritrovano. La recitazione della Senatore e della Agren tocca livelli di insufficienza e lo spettatore resta indifferente ad ascoltare lunghi dialoghi mal costruiti. Singolare la rappresentazione della rottura dei vincoli familiari in occasione di un funerale, che vede la vedova Me Me Lai costretta a far l’amore con i fratelli del defunto marito. La scena non ha niente di erotico e sembra una ricostruzione inventata, ma il regista insiste molto sulla tripla penetrazione che avviene sopra le ceneri del defunto. Tra i momenti peggiori del film i pistolotti morali mal recitati da Robert Kerman (“È la legge del più forte”, dice mentre osserva gli animali che si sbranano tra loro) e Janet Agren che in un penoso finale conclude: “L’era spaziale è solo per pochi, ci sono ancora i cannibali”. Rimpiangiamo che non se la siano mangiata.  

   Nel 1981 Lenzi ci riprova con Cannibal Ferox, altro film a ispirazione di Cannibal Holocaust ma che riesce ad andare oltre per quel che concerne la violenza verso gli animali. Tra l’altro pare che le scene siano tutte vere e ce lo conferma un’intervista all’attore Giovanni Lombardo Radice che abbiamo reperito sulla rete. Assistiamo alla esecuzione di un maialino, scena motivata dalla volontà di seguire Cannibal Holocaust sino in fondo, che Lombardo Radice si rifiutò di girare. Lenzi cercò di convincerlo dicendogli che De Niro lo avrebbe fatto. Radice rispose: “Noi stiamo facendo Cannibal Ferox, per cui non venirmi a parlare di De Niro. Non ammazzerò nessun maialino e ringrazia il cielo che siamo in mezzo alla giungla, se no ti denunciavo subito alla protezione animali”. Fu il tecnico degli effetti speciali a interpretare la scena. Altre scene disturbanti sono quelle che vedono una testuggine squartata con cura e poi mangiata, un formichiere dato in pasto a un’anaconda, una farfalla divorata da un indigeno e una pantera che fa fuori una scimmia.

   La distribuzione del film venne vietata in ben trentadue paesi proprio a causa dell’eccesso di esibizione della violenza e questa cosa ne ha fatto un cult underground. In Italia c’è solo un divieto ai minori di anni quattordici per un film girato con poche lire (350 milioni) e facendo grandi economie su tutto. Il cast comprende: Giovanni Lombardo Radice (si fa chiamare John Morghen), Walter Lucchini (sotto lo pseudonimo di Walter Llloyd), Lorraine De Selle, Zora Ulla Keslerowa (detta Kerowa), Danilo Mattei (sotto lo pseudonimo di Bryan Redford), Venantino Venantini e l’immancabile Robert Kerman, ormai un simbolo dei cannibal movies. Lenzi scrive il film ed è ancora una volta regista e sceneggiatore. La fotografia è di Giovanni Bergamini, il montaggio di Enzo Meniconi, mentre le musiche intense e ossessive sono di Budy Maglione e Roberto Donati. Produce Giovanni Masini per Dania Film.

   La storia non è il massimo dell’originalità. C’è la solita spedizione in Amazzonia e questa volta la capeggia una laureanda in antropologia (Lorraine De Selle nei panni di Gloria) che vuole studiare i popoli indigeni per dimostrare che il cannibalismo non esiste. Da notare l’ennesimo errore di Marco Giusti su Stracult quando afferma che la protagonista della pellicola è Zora Kerowa, nella parte di un’antropologa. Non è vero. La Kerowa impersona Patty, l’amica disinibita di Rudy (Danilo Mattei), il fratello di Gloria, che completa il terzetto di esploratori. Vengono alternate le parti che si svolgono a New York e che mostrano le indagini del tenente di polizia (un poco utilizzato Robert Kerman) con quelle girate nella foresta amazzonica e per la precisione in Colombia, nei pressi di Paraguayá. La fotografia è una delle cose migliori del film, soprattutto quando mostra il contrasto tra le due diverse civiltà con lo stacco netto dalla Baia di Hudson alla foce del fiume amazzonico. La location tropicale è indovinata e quando la spedizione si avventura nella foresta si entra nel vivo della pellicola con le immagini più forti. La jeep si impantana nel fango e i tre ragazzi incontrano un selvaggio che si ciba di vermi in modo ributtante. Un anaconda divora un formichiere al termine di una sequenza selvaggia che vede il gigantesco serpente soffocare la vittima indifesa. Durante il viaggio la spedizione incontra due individui: Mike (Lombardo Radice) e Joe (Walter Lucchini), che sembrano in fuga dai cannibali, ma in realtà sono due cercatori di smeraldi e spacciatori di droga. I due raccontano una storia inventata dove sembrano le vittime ma in realtà sono i carnefici. Questa parte del film ci mostra anche alcune scene di vita della giungla che sembrano tratte da un mondo movie come una pantera che sbrana una scimmia. Il terzetto giunge al villaggio indigeno che pare distrutto e popolato solo da vecchi spaventati, mentre al palo della tortura si nota un cadavere in decomposizione. Gloria cade in una trappola insieme a un maialino selvatico e quando Mike la libera assistiamo alla scena cruenta dello squartamento del porcellino che serve a far capire il sadismo dell’uomo. Un’altra sequenza di vita della foresta amazzonica ci mostra un’iguana che ammazza un serpente e se lo divora. Mike e Patty si piacciono e c’è una breve sequenza erotica soltanto intuita tra Lombardo Radice e Zora Kerowa. Il piatto forte del rapporto sarebbe una ragazzina india che Mike ha deciso di violentare ed è per quel motivo che si reca al fiume. Patty impugna un coltello ma non riesce a far del male alla ragazza ed è così che Mike la fredda con due colpi di pistola. Patty fa scappare un indio che assiste impotente al delitto mentre Rudy ferma in tempo Mike. La malattia di Joe obbliga i cinque uomini a fermarsi al villaggio e il regista può mostrare una testuggine squartata e cucinata alla fiamma dagli indigeni. A un certo punto, in fin di vita per le ferite riportate, Joe racconta la terribile verità: gli indigeni, primitivi e ingenui ma non certo cannibali, sono stati massacrati da Mike che non è soltanto un criminale ma anche un folle tossicomane. Un indio chiamato Soares (detto il portoghese) è stato legato al palo, torturato, privato di un occhio con un coltello (scena gore ad alto effetto) e infine evirato con un colpo di machete. Mike per sapere dove nascondeva gli smeraldi ha ucciso e squartato alcuni indios davanti ai suoi occhi. I giovani sono fuggiti dal villaggio e Mike ha ucciso l’indio al temine di una notte di agonia, per scappare con un ostaggio. In quel momento è avvenuto l’incontro con il terzetto di esploratori.

Il regista è molto bravo a staccare tra Amazzonia selvaggia e New York per farci seguire le gesta di Robert Kerman che scopre dove si nasconde il pregiudicato Mike. In Amazzonia non ci sono cannibali, ma è il male subito che provoca la feroce reazione degli indigeni quando tornano al campo. Una papaia marcia piantata davanti alla capanna dove dormono i bianchi è il segno della vendetta dei giovani del villaggio. Prima di tutto squartano il morto e si cibano delle sue interiora, poi catturano gli altri, legano al palo Mike e lo torturano con ferocia. Rudy, Patty e Gloria vengono chiusi in una gabbia di bambù e assistono alla scena cruda e ben girata della evirazione di Mike. Il taglio netto del pene si vede in modo distinto e il successivo pasto dei testicoli conclude l’orrore, accompagnato da una colonna sonora intensa e ossessiva come un lamento funebre. Mike non muore perché gli indigeni cicatrizzano subito al ferita per farlo soffrire ancora. La fuga di Rudy porta solo alla sua morte perché prima viene addentato dai pirañas e quindi ucciso da una freccia indigena lanciata da una cerbottana. Mike viene messo in una fossa, le due donne familiarizzano in un’altra prigione e per sentirsi vive si mettono a cantare. “Noi siamo i responsabili della nuova ferocia. La violenza porta sempre violenza”, afferma Lorraine De Selle. Altre scene portano in primo piano alcune prelibatezze come il cuore di Rudy dato in pasto a Patty e Gloria (ma non lo mangiano) e un coccodrillo squartato con gli indigeni che si cibano delle sue interiora. Mark scappa e lascia le due donne nella fossa, ma viene ripreso dai selvaggi che, in un crescendo di effetti gore, per prima cosa gli amputano la mano destra. A questo punto assistiamo alla scena clou del film, quella per cui è giustamente famoso. Zora Kerowa viene appesa per i seni dopo che i selvaggi le hanno infilzato le mammelle con due ganci. Il sangue scorre in abbondanza e la scena è molto credibile per quanto gli effetti speciali sono ben realizzati. La De Selle prega che l’amica muoia prima possibile e intanto gli indigeni fanno fuori Mike. La testa dell’uomo viene inserita in un foro tra due tavole e con un colpo di machete gli spazzano via la calotta cranica per poi cibarsi del suo cervello. Terribile e ben realizzato. Un indio aiuta Gloria a fuggire per ringraziarla di quando Patty gli salvò la vita dal folle Mike. L’antropologa rimane sola nella giungla perché l’indigeno è ucciso da una trappola e alla fine viene trovata da due cacciatori di frodo che sentono i suoi lamenti. Si salva soltanto lei, ma rimane scioccata dalla traumatica esperienza e non racconta a nessuno la triste verità, ma dice che i suoi compagni sono morti quando la canoa si è rovesciata. Mesi dopo, a New York, Gloria si laurea a pieni voti con una tesi che dimostra che i cannibali non esistono. Il mito del cannibal ferox è solo un’invenzione dei conquistadores bianchi.

   Lenzi ha detto che a Zora Kerowa è servito molto coraggio per interpretare la scena nella quale finisce infilzata sui ganci. La Kerowa è molto credibile e si propone come vittima sacrificale esemplare per il cinema di genere italiano che la utilizzerà spesso in situazioni simili. Ricordiamo soltanto La vera storia della monaca di Monza, dove viene flagellata e murata viva e Lo squartatore di New York, dove muore con una bottiglia infilzata nella pancia.

   Il film è superiore come qualità tecnica di scenari e fotografia al precedente Mangiati vivi! e soprattutto fa a meno degli spezzoni prelevati da altre pellicole. Ma siamo sempre nel campo dell’imitazione e dello sfruttamento di un genere che aveva raggiunto l’apice con Cannibal Holocaust. Gli effetti speciali di Giannetto De Rossi e Giuseppe Ferranti sono da ricordare: un corpo squartato e i cannibali che mangiano le interiora, una donna appesa per i seni con ganci acuminati, un cranio spaccato con un colpo di machete, piatti a base di cervello umano fresco, evirazioni con successivi pasti a base di testicoli, torture efferate, cuori sventrati e serviti per cena, pirañas che si mangiano uomini… Il film però risente dei limiti recitativi di alcuni attori e di una trama già sentita, costruita a imitazione del precedente lavoro di Deodato. Umberto Lenzi dà il meglio di sé nel cinema avventuroso, nell’horror puro e nel poliziottesco, piuttosto che in questo genere di pellicole.

   Il film ha qualche pretesa intellettuale e di denuncia sociale. La storia parte dalla tesi che il cannibalismo sarebbe solo una scusa inventata dai conquistadores bianchi per giustificare atti di violenza gratuiti. Un assunto molto interessante, ma il problema è che a dirlo troviamo una Lorraine De Selle così poco credibile che pare recitare una lezioncina mandata a memoria. Poi c’è la denuncia di stampo ecologico. La contrapposizione tra civiltà occidentale e mondo inesplorato è un discorso che troviamo in tutto il cinema cannibalico. Nel film di Lenzi, il cannibale reagisce con violenza solo per reazione alle atrocità degli invasori ed è la natura stessa che pare ribellarsi ai malvagi che vengono dal mondo civilizzato. Infatti la spedizione incontra sul suo cammino ogni sorta di pericolo che sbarra  la strada all’invasione di un territorio incontaminato. Troviamo di tutto: ragni velenosi, serpenti, coccodrilli, sanguisughe, cannibali…

Cannibal Ferox è un film girato a imitazione di Cannibal Holocaust, però ha una sua originalità e una sua importanza, soprattutto per merito di alcune scene splatter, delizia degli amanti del genere. Molte sequenze sembrano uscite da un film di Herschell Gordon Lewis e Lenzi pare aver appreso a dovere la lezione di un maestro del gore. Poi ci sono anche aspetti di sexploitation nella sequenza che vede un tentativo di rapporto sessuale tra i due amanti diabolici (Mark e Pat) con una ragazzina india. Lei si ribella, tenta di fuggire e Mark la fredda con un colpo di pistola.

Resta solo da dire che per Cammarota (Storia del cinema dell’orrore, pag. 287) Cannibal Ferox sarebbe una riedizione di Mangiati vivi! con un nuovo titolo più affine a quello di Deodato per sfruttare sino in fondo il successo commerciale (sic!). L’affermazione si commenta da sola. Certi critici prima di parlare dei film che non amano per principio dovrebbero almeno vederli e documentarsi.

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