Tra cannibali e avventura: inferno in diretta

Articolo di Gordiano Lupi

Nei cannibal movies troviamo due tipi di pellicole: i film a soggetto che utilizzano riprese documentaristiche vere per dare alla storia maggior credibilità, e i film documentaristici puri che inseriscono riprese finte per dare più orrore alle scene. Il risultato è in entrambi i casi lo stesso: dare un’immagine raccapricciante della società contemporanea dipinta con tinte sadiche e scellerate in quella che molti critici hanno chiamato un’apologia del selvaggio.

 Inferno in diretta (1984) merita un discorso a parte, perché condividiamo Antonio Tentori quando dice che Ruggero Deodato non ha girato una trilogia cannibale ma due film e mezzo di horror cannibalico. Il mezzo sarebbe Inferno in diretta (1984), che in realtà è una crime story di ambientazione tropicale da ricordare anche per alcune scene gore molto creative. Il film, scritto e sceneggiato da Cesare Frugoni e Dardano Sacchetti, pur non parlando mai di cannibali, ha lo stesso clima esotico-avventuroso delle precedenti pellicole. Diciamo che è imparentato con i cannibal movies soprattutto per le scene di violenza efferate che documentano episodi di crocifissioni, squartamenti, stupri e decapitazioni. L’atmosfera ricorda Cannibal Holocaust e i personaggi dei reporter che filmano senza problemi orrori e violenze sono ricalcati sulle vecchie figure dei giornalisti diabolici del capolavoro di Deodato.

 Il cast del film: Lisa Blount, Leonard Mann (Leonardo Manzella), Richard Lynch, John Steiner, Gabriele Tinti, Willie Aames, Valentina Forte, Michael Berryman, Richard Bright, Karen Black, Eric La Salle e Luca Barbareschi (che torna con Deodato dopo il debutto di Cannibal Holocaust). Le musiche sono di Claudio Simonetti, la bella fotografia di Alberto Spagnoli e il montaggio di Mauro Morra. Prodotto da Alessandro Fracassi per la Racing Pictures e distribuito dalla C.D.E.. Adesso è reperibile una pregevole versione uncut in dvd, prodotta per il mercato americano e corredata da sedici minuti di intervista al regista, a Dardano Sachetti e all’attore David Lynch.

 La storia è piuttosto articolata e vede una giornalista d’assalto (Lisa Blount) e il suo operatore (Leonard Mann) diretti in Guayana alla ricerca di Tommy (Willie Aames), il figlio del direttore della emittente televisiva, misteriosamente scomparso. Scopo del viaggio è anche quello di intervistare il colonnello Bryan Horne (David Lynch), un seguace del santone Jim Jones che è sopravvissuto al suicidio di massa della sua setta (episodio storico del massacro della Guayana). Horne ha messo su un vero e proprio esercito di indios per sterminare i narcotrafficanti. I nostri due inviati speciali, tra un’avventura e l’altra, inviano in diretta a New York scene di orrori filmati nella giungla. Soprattutto riprendono la morte che il colonnello Horne dissemina al suo passaggio. Deodato fin dall’inizio ci descrive bene il carattere cinico e spietato della giornalista, che antepone a tutto il lavoro e la ripresa sensazionale. Dopo una sequenza di morte e violenza ambientata in Guayana, utile per mostrare le gesta terribili del colonnello Horne e dei suoi uomini, ci spostiamo a Miami e incontriamo i futuri protagonisti del viaggio nella giungla. Stanno realizzando un servizio nella casa di alcuni spacciatori colombiani barbaramente uccisi. La macchina da presa si sofferma ad analizzare i particolari di una strage: coltelli infissi nelle gambe, teste mozzate, braccia divelte. La scena si sposta frequentemente da Miami (dove ha sede la televisione per la quale i reporter lavorano) alla giungla amazzonica. Assistiamo a stupende sequenze con aeroplani che sorvolano i cieli di una foresta incontaminata, affascinanti riprese documentaristiche di cascate e fiumi infestati da coccodrilli. Poi ci immergiamo nella vita della giungla e vediamo il campo dei narcotrafficanti comandato dal perfido Vlado (John Steiner) che tiene prigioniera la bella Ana (Valentina Forte). Il personaggio di Ana, vedova intristita dopo la morte del marito, è ben tratteggiato e suscita anche un po’ di tenerezza, pur nella crudezza generale di un film che ha il pregio di saper ritagliare alcune parti romantiche. Al campo è prigioniero pure Tommy, il figlio del padrone dell’emittente televisiva. Si intuisce che Ana e Tommy si vogliono bene, ma tra loro non accadrà nulla. Ana è costretta da Vlado a prostituirsi e lei stessa si mortifica accettando passivamente la situazione. Al campo dei narcotrafficanti però stanno arrivando gli indios del colonnello Horne che semineranno morte e distruzione. Tommy riesce a  fuggire e Ana si salva nascosta in un armadio. Queste sequenze della pellicola sono davvero truculente e la parte del leone la fa il terribile Michael Berryman, che interpreta un ruolo senza nome a lui molto congeniale: quello del pazzo assassino (lo avevamo visto all’opera come cannibale ne Le colline hanno gli occhi di Craven). Le cerbottane sparano frecce al curaro e  seminano morte, i machetes mozzano teste, i mitragliatori fanno il resto. Quando arrivano i reporter filmano l’eccidio e la devastazione di un campo ormai preda di avvoltoi che si cibano di carogne. Sono sequenze molto realistiche di corpi mutilati e decapitati, ma la scena più raccapricciante dell’intero film è quella con Vlado squartato in due da un’infernale trappola indigena.

 I reporter continuano la ricerca di Tommy e del colonnello Horne, portando con loro anche Ana che però dopo poco cade in un’imboscata ed è trucidata dagli indios. Il suo corpo massacrato con frecce e coltelli viene fatto cadere da un albero proprio mentre la giornalista sta girando, sullo sfondo di una cascata, un servizio da inviare a Miami. Ci sono altre scene spettacolari che filmano giganteschi anaconda e famelici coccodrilli, poi i due protagonisti incontrano Tommy e si fanno riconoscere. Da citare la scena che vede il folle Berryman uscire improvvisamente dalle acque limacciose del fiume e aggredire i malcapitati. È soltanto il preludio alla cattura che avviene nel bel mezzo di un servizio trasmesso a Miami. Cade una rete dall’alto e i reporter vengono fatti prigionieri dagli indios. A questo punto entra in azione anche il padre di Tommy, che viene in Guayana per cercare il figlio, e vediamo all’opera in una parte minore anche Luca Barbareschi (il pilota). Al villaggio degli indios i reporter e Tommy vengono appesi agli alberi e devono sorbirsi il sermone del colonnello Horne sulla contaminazione del mondo naturale da parte della civiltà corrotta. È il padre di Tommy che risolve la situazione a bordo di un elicottero: sorvolando la giungla vede il colonnello che tiene prigioniero suo figlio e un tiratore scelto ferisce a morte Bryan Horne. Il colonnello a questo punto comprende di essere condannato a morire e decide di farlo in diretta televisiva, in perfetto stile da santone martire. Concede l’intervista e si fa riprendere mentre afferma che verserà il suo sangue per purificare l’umanità. Si fa uccidere con un colpo netto di machete. Tutto l’orrore viene trasmesso in diretta televisiva. I tre protagonisti fuggono, approfittando dello scompiglio, e alla fine Tommy ritrova il padre. Questa è un’altra bella sequenza ricca di sentimento che stempera in parte la violenza esibita sino a  quel momento. C’è appena il tempo per un colpo di scena finale a bordo dell’aereo. Berryman non è morto e tenta di uccidere i due reporter. La giornalista se ne libera investendolo in pieno volto con la schiuma dell’estintore e subito dopo lo finisce con un colpo di fucile.

 Il film è ben recitato da un cast di attori davvero bravi, molti di scuola americana o sudamericana. Su tutti David Lynch, un credibile colonnello Horne, ma pure Michael Berryman, che non dice una parola in tutta la pellicola ma è calato a dovere nel ruolo. Ottime le interpretazioni di Lisa Blount e di Leonard Mann (l’italianissimo Leonardo Manzella) nella parte dei due reporter e di John Steiner, che è tagliato per i ruoli da cattivo. Infine la bellissima Valentina Forte ci delizia gli occhi in una memorabile scena sotto la doccia e fornisce un’interpretazione ispirata di un bel personaggio. Da notare, a livello di pettegolezzo cinematografico, che in quel periodo la Forte era la compagna ufficiale di Ruggero Deodato. Nel cast stona soltanto un pessimo Luca Barbareschi che interpreta un ruolo modesto. 

 Inferno in diretta nasce dalla voglia di Deodato di bissare il successo ottenuto con Cannibal Holocaust e di fare al tempo stesso qualcosa di diverso. I produttori volevano soltanto una seconda parte di Cannibal Holocaust, ma Deodato si oppose con decisione. Il regista accettava l’idea di inserire la storia in atmosfere simili a quelle del suo capolavoro, ma non voleva girare un inutile doppione. Lo sceneggiatore Dardano Sacchetti dice che il film è nato da questa esigenza di Deodato e anche da quella di Alessandro Fracassi di produrre qualcosa di diverso dai documentari sulla Formula uno che aveva realizzato sino ad allora. Lo sceneggiatore avrebbe voluto una storia migliore, più articolata e con meno concessioni alla ripresa per il puro gusto della ripresa.

 “Deodato come regista è ottimo, direi che tecnicamente è uno dei migliori che ci sono sul mercato. Il suo problema è che non è razionale, lui gira d’istinto. Se vede una bella inquadratura la fa, a prescindere dalla storia. Ecco, secondo me Deodato non ha grinta sul film” dice Dardano Sacchetti.

 Questa è una cosa che in parte ammette anche Deodato.

 “Io sono di scuola Rosselliniana e amo improvvisare. Non posso mica fare i disegnini di tutto… Per questo mi trovo bene con certi vecchi attori che non sono troppo legati allo studio della parte. Con loro bastano tre parole e comprendono subito. Altri invece discutono ogni scena con il regista, pare che questo atteggiamento faccia parte della scuola americana. L’attore americano si prepara, impara la parte nei minimi particolari. Io lo spiazzo perché cambio scena, sostituisco le comparse e tanti attori non accettano le mie improvvisazioni”.

 In realtà Inferno in diretta risente molto delle tre anime del film. Ruggero Deodato lo voleva più documentario realistico, Dardano Sacchetti più storia avventurosa e Cesare Frugoni più indagatore dei rapporti umani. A parere di Dardano Sacchetti queste tre anime non si integrano bene e la sceneggiatura risulta farraginosa. A parere mio, invece, il film è ben integrato nelle sue varie componenti e nessuna delle tre risulta preponderante sull’altra.

 Inferno in diretta è interamente girato in Venezuela, in una location diversa da Cannibal Holocaust. Deodato abbandona la Colombia e la foresta amazzonica al confine con il Brasile per recarsi in una zona selvaggia situata tra i fiumi Orinoco e Caroní. In un primo tempo il regista del film avrebbe dovuto essere Wes Craven, che era stato in Colombia per sopralluoghi insieme al produttore Fracassi. Poi fu scelto Deodato, che dopo Cannibal Holocaust era una garanzia di successo al botteghino. 

 Inferno in diretta è un lavoro che Deodato ama particolarmente, dice sempre che è uno dei suoi film che non si stanca mai di rivedere. Lo ha girato in una location molto problematica (come sempre nei film cannibalici) con grosse difficoltà di comunicazione, di igiene, di salute. Ogni giorno era una nuova avventura. Certo meno che in Ultimo mondo cannibale e in Cannibal Holocaust, però anche qui i pericoli non mancavano. Concordiamo con Deodato quando dice che Cannibal Holocaust è un film irripetibile, fatto con il cuore, mentre Inferno in diretta è più costruito e ragionato.

 “Per essere un buon regista devi avere almeno cinquant’anni. Prima di questa età tu in realtà non sei niente. Quando sei giovane giri film che vengono dal tuo cuore, come ho fatto con Cannibal Holocaust, che non veramente dalla tua testa”, ha detto il regista.

   Deodato parla degli attori e dice di non aver avuto problemi con loro. “Willie Aames interpretava un personaggio difficile (Tommy) e in quel periodo non stava molto bene, aveva dei problemi. Si chiudeva in una stanza d’albergo e sfasciava tutto. Però sul set andò bene. Richard Bright (il padre di Tommy) invece beveva e in una scena con Karen Black (un’attrice stupenda) si bloccò più di una volta, proprio non riusciva ad andare avanti. Lo cacciai dal set. Il giorno dopo lui tornò e chiese scusa. Tutto finì bene, in fondo. Gli altri furono molto professionali: Lisa Blount (la giornalista) su tutti, anche se forse non fu contenta del film perché avrebbe voluto qualcosa di più impegnato. Michael Berryman è semplicemente stupendo, poi è una persona buona che vive con quattordici lupi. L’ho scelto guardando una foto e poi l’ho voluto anche in The Barbarians & Co.. Quanto a David Lynch  tutti mi dicevano di stare attento perché mi avrebbe dato dei problemi. Invece siamo entrati subito in sintonia, tanto che ha fatto altri film con me. John Steiner vive a Los Angeles ma è un attore di scuola italiana che conoscevo già (è nel cast di Ondata di piacere e ha girato con lui la pubblicità della Renault, nda). In questo film ho scoperto Eric La Salle (che fa una parte minore) adesso star televisiva (vedi la serie Medici in prima linea)”.

 Inferno in diretta si fa apprezzare anche per le belle musiche di Claudio Simonetti interpretate dai Goblin, particolarmente adatte al cinema d’avventura. Scandiscono i momenti topici del film e introducono a dovere le scene con maggior tensione.

“Simonetti è arrivato dopo altri due maestri che ho allontanato dal set perché non mi davano garanzie di seguire la linea del film. Ci siamo capiti subito. Dopo Inferno in diretta non l’ho più lasciato, a parte i casi sporadici in cui era lui a non poter collaborare perché magari lo aveva chiamato Dario Argento”, dice Deodato.

 Inferno in diretta ha due versioni (ma sul dvd Cut and run vedete quella uncut): una più forte e violenta per il mercato italiano che in quel periodo poteva assorbirla, l’altra più soft per altri mercati. Per esempio la scena dello squartamento completo la vediamo soltanto nella prima versione, mentre nell’altra è appena accennata.

   A proposito della violenza che caratterizza i suoi film Deodato afferma: “Quando giro una scena violenta non penso mai alle conseguenze. Penso che il pubblico che va a vedere i miei film è adulto e quando paga il biglietto sa cosa viene proiettato sullo schermo. Quando girai Inferno in diretta si veniva dalla terribile guerra del Vietnam e le scene efferate erano all’ordine del giorno persino in televisione”.

   Il rapporto con gli indios è una delle cose che a Deodato piace di più. “Non ho problemi con gli indigeni. Io sono un curioso per natura e mi piace stare tra la gente, soprattutto in mezzo alle persone dei ceti sociali più bassi. Non mi vedrete mai insieme a persone importanti. Io sto in mezzo al popolo. Con gli indios mi sento uno di loro e poi parlo bene lo spagnolo. Non ho mai avuto problemi neppure con i veri cannibali, a Mindanao”.

Per concludere diciamo che la scena iniziale con i giornalisti che arrivano con l’aereo e trovano il villaggio distrutto è un omaggio a Ultimo mondo cannibale, che Deodato ha inserito per richiamare il suo lavoro precedente. Se ci facciamo caso è una cosa che il regista fa spesso nei suoi lavori, ama inserire una breve citazione di un vecchio film. Così come ci sono alcune scene che ripete spesso: una persona che esce all’improvviso dall’armadio (qui c’è Valentina Forte), un risveglio da un incubo…

Mereghetti definisce Inferno in diretta un remake meno crudele di Cannibal Holocaust, ma non ce la sentiamo di concordare con l’illustre critico milanese. Piuttosto diamo ragione ad Antonio  Tentori quando dice che Inferno in diretta c’entra poco con i cannibal horror, ma è soprattutto un film avventuroso costellato di truculenti effetti splatter (se volete vederli acquistate il dvd inglese Cut and Run che ha la traccia in italiano e non è tagliuzzato).

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