Venezia, l’acqua dolce e le arti degli Acquaroli

Articolo di Domenico Letizia

La storia e la vita di Venezia è intimamente legata all’acqua, alla sua laguna e all’immenso substrato culturale legato al patrimonio liquido della città. A Venezia, in passato, si diceva che tutto fosse abbondanza tranne l’acqua dolce. Tale paradosso era rappresentato dal fatto che “la città era sull’acqua ma non aveva acqua”. Già gli antichi Veneti, come in epoca tardoantica, facevano uso sia di cisterne naturali che di pozzi rudimentali, che avevano alcune caratteristiche tipicamente locali, in cui veniva raccolta l’acqua piovana.

Quando a Venezia, alla fine del Quattrocento, vi fu una significativa crescita demografica, circa 150.000 abitanti, l’acqua dei pozzi non era più sufficiente.  Già nel 1425, con decreto del Senato, si era deciso di usare il fiume Brenta per prelevare l’acqua dolce in periodi di siccità. I “burci”, che erano grandi barche a fondo piatto, arrivavano vuoti da Venezia fino a Fusina da dove, dopo essere stati caricati nei pressi del punto dello sbarramento della foce del Brenta ripartivano per Venezia. Le uniche aree di Venezia dove erano presenti vene di acqua dolce erano i lidi dove si formavano pozzi naturali, con l’accumularsi dell’acqua piovana filtrata e depurata dalla sabbia.

Venezia è in aqua e non ha aqua” scriveva lo storiografo e senatore della Repubblica Serenissima, Marin Sanudo. Vi erano infatti rari pozzi artesiani e l’acqua dolce doveva essere raccolta e conservata con complicati sistemi di cisterne filtranti. Il problema dell’acqua potabile a Venezia fu sempre di grande rilievo e nel corso dei secoli si ebbero numerosissime difficoltà di approvvigionamento a causa dell’aumento sia della popolazione sia delle attività commerciali e industriali all’interno della città che fecero sì che, in certe situazioni, questi “pozzi” non fossero sufficienti.

L’acqua potabile doveva essere trasportata dalla terraferma mediante imbarcazioni appositamente predisposte. Coloro che si occupavano di questa necessità, per la vita della città, erano gli Acquaroli, che si unirono in una corporazione delle Arti a partire dal 1300. Con la pressione demografica che schiacciava Venezia e con essa la richiesta di acqua potabile, nel 1536 il governo decise di vietare a tutte le corporazioni di servirsi dell’acqua dei pozzi pubblici e di rivolgersi unicamente alla corporazione degli Acquaroli.

La corporazione degli Acquaroli non si occupava solamente del trasporto ma anche della vendita d’acqua all’ingrosso, specie per le attività artigianali e commerciali, e riforniva i venditori e coloro che adoperavano tanta acqua per le botteghe come gli speziali e i “barbieri”. Nel 1703 venne proibito di prendere l’acqua dei pozzi tramite i “mastelli”. Coloro che contravvenivano a tale norma rischiavano sanzioni economicamente molto onerose.

L’acqua potabile era talmente un bene prezioso che era permesso il prelevamento solamente di piccole quantità strettamente necessarie. L’acqua dolce e il patrimonio liquido appartengono alla storia della laguna, un patrimonio liquido materiale e immateriale che merita di essere conosciuto per comprendere il passato e sviluppare in ottica sostenibile il futuro, tutelando l’ambiente, il mare e i beni idraulici della città.

I patrimoni naturali e culturali (tangibili e intangibili) legati agli usi storici dell’acqua sono al centro del progetto del Water Museum of Venice per conferire ai paesaggi dell’acqua più rappresentativi una nuova visibilità a livello mondiale. Il Water Museum of Venice è un museo digitale creato dal Centro Internazionale per la Civiltà dell’Acqua Onlus: un museo “esteso”, composto dunque da luoghi fisici concreti, che si propone di offrire al più ampio pubblico una piattaforma rappresentativa dei patrimoni esemplari di civiltà dell’acqua presenti nelle Tre Venezie: dal delta del Po al lago di Garda; da Trento a Venezia; da Belluno a Trieste. Includendo le eleganti ville palladiane e gli imponenti castelli sorti lungo le “strade liquide” della Serenissima, gli approdi fluviali e i mulini, le acque “buone”, sacre e terapeutiche, i parchi e le oasi naturalistiche. Una sfida, attraverso un percorso che coinvolge tutti, cittadini e amministratori, per costruire un futuro migliore. Con l’obiettivo di preservare la qualità di tutte le acque, superficiali e sotterranee, assieme ai patrimoni idraulici in grado di rievocare la relazione unica dei nostri predecessori con questo elemento indispensabile alla vita.

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