“I Vitelloni” (1953), un affresco generazionale

Articolo di Gordiano Lupi

Regia: Federico Fellini. Soggetto: Tullio Pinelli, Federico Fellini, Ennio Flaiano. Sceneggiatura. Sceneggiatura: Federico Fellini, Ennio Flaiano. Fotografia: Carlo Carlini, Otello Martelli, Luciano Trasatti. Montaggio: Rolando Benedetti. Musiche: Nino Rota. Direzione Musicale: Franco Ferrara. Scenografia. Mario Chiari. Produttori: Lorenzo Pegoraro, Luigi Giacosi, Danilo Fallani, Ugo Benvenuti per Peg Films e Cite Films. Interpreti: Franco Interlenghi, Alberto Sordi, Franco Fabrizi, Leopoldo Trieste, Riccardo Fellini, Eleonora Ruffo, Jean Brochard, Claude Farell, Carlo Romano, Enrico Viarisio, Paola Borboni, Lída Baarová, Arlette Sauvage, Vira Silenti, Maja Nipora, Achille Majeroni, Silvio Bagolini, Giovanna Galli, Guido Martufi, Milvia Chianelli, Lilia Landi, Franca Gandolfi, Lino Toffolo. Durata. 108’. Bianco e Nero. Leone d’Argento, Festival di Venezia (1953). Tre Nastri d’Argento (1954): miglior regia, miglior produttore, miglior attore non protagonista (Alberto Sordi).

I vitelloni (1953) è il film più importante del primo Fellini, un affresco generazionale incentrato su un gruppo di giovani che vivono in provincia, non vogliono diventare uomini e sognano la fuga. Fellini scrive il soggetto, ma per la sceneggiatura si fa aiutare da Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Rimini assurge a simbolo della provincia italiana anni Cinquanta, uno dei tanti luoghi dove la vita si consuma in riti quotidiani che comprendono bar, biliardo, spiaggia e cinema di seconda visione. Rimini diventa il modello della noia in provincia, di una vita piatta e sempre uguale che l’inverno rende ancora più monotona. Franco Interlenghi veste i panni di Moraldo, il ragazzo più sensibile, vero e proprio alter ego del regista, che nell’ultima sequenza decide di andare a vivere in città. Alberto Sordi affina le armi del suo personaggio, un burlone che non ha la forza di cambiare, l’eterno mediocre destinato ad annegare nella grigia provincia. Franco Fabrizi è Fausto, un ragazzo affascinante che si sposa, tradisce la moglie, ma alla fine si pente dei suoi comportamenti e accetta la routine familiare. Leopoldo Trieste è uno scrittore con velleità artistiche, così come Riccardo Fellini (fratello del regista) è un cantate che sogna il successo, ma entrambi vivono di aspirazioni frustrate. Achille Majeroni è un capocomico gay che tenta un approccio con lo scrittore e pure lui rappresenta una riuscita macchietta di provinciale.

Si comincia a intravedere il Fellini poetico, anche se I vitelloni resta una pellicola dallo sviluppo narrativo tradizionale. Le prime sequenze mostrano un temporale estivo che scaccia il pubblico dalle elezioni di Miss Sirena, musica e pioggia si confondono come in un quadro impressionista a volti sorridenti di donne. Fellini inserisce il personaggio del padre di Fausto per sottolineare la moralità degli uomini d’una volta, severi ma coerenti, soprattutto uomini d’onore. Il padre non esita a frustare il figlio per ricondurlo sulla retta via, per punirlo di aver tradito la moglie e di aver causato sofferenze familiari.

I vitelloni della provincia romagnola infastidiscono le ragazze, giocano a biliardo, vivono al bar e non hanno nessuna intenzione di lavorare. Sono ragazzi che prendono il lato frivolo della vita, vogliono divertirsi ma rifuggono dalle responsabilità. Secondo Ennio Flaiano la parola vitellone sarebbe una corruzione del termine dialettale vudellone, grosso budello, e quindi ragazzo cresciuto, perdigiorno, buono a nulla.  Fellini, invece, dice che il vitellone è una via di mezzo tra manzo e vitello, termine che in Romagna indica “chi non è più un ragazzino ma non ha un’identità precisa, un ozioso che non sa bene cosa fare di sé”. Leopoldo scrive commedie, insegue sul soffitto i suoi personaggi. Moraldo vaga di notte per le strade deserte, incontra un ragazzino che lavora in ferrovia, confida tristezze e speranze. Fausto è il playboy da strapazzo, quello che corre dietro a tutte le sottane, dalla sconosciuta incontrata in un cinema periferico alla moglie del datore di lavoro. Alberto è lo scansafatiche che sfrutta la sorella ma quando lei scappa con un uomo sposato è disperato e non sa cosa fare. “Chi sei? Non sei nessuno. Non siete nessuno tutti. Ci dobbiamo sposare, sistemare. Oppure partiamo, andiamo in Brasile…”, balbetta ubriaco. Torna il tema della voglia di fuga da una provincia che appiattisce e distrugge giorno dopo giorno. “L’inverno è terribile. Non passa mai. E una mattina ti svegli. Eri un ragazzo fino a ieri. E non lo sei più”, conclude sconfortato Leopoldo prima di subire le attenzioni di un attore gay.  Un capolavoro di poesia è la ripresa in campo lungo della spiaggia deserta di fine estate, un cane che corre, i vitelloni che passeggiano annoiati per far scorrere il tempo. Fellini non può fare a meno di citare il cinema, vero divertimento popolare degli anni Cinquanta, dove i fidanzati passavano le serate mano nella mano.

Il regista confeziona un ritratto sincero della vita in provincia, tra luci e ombre, illusioni e delusioni, sogni infranti, tristezze che si sommano a rimpianti per una giovinezza perduta. Fellini parla spesso del carattere autobiografico del film, sostiene che lui, Pinelli e Flaiano non avrebbero fatto altro che raccontare ricordi di gioventù. Per contrasto abbiamo letto una vecchia intervista dove il regista afferma di non essere mai stato un vitellone, di non averne mai avuto il tempo, di non aver mai frequentato i vitelloni in vita sua. Tutto questo rientra nella complessa personalità di Fellini, simpatico bugiardo che si diverte a citare falsi aneddoti a seconda della situazione.

Ne I vitelloni c’è poco del futuro amore per gli eccessi barocchi e fantastici, solo le sequenze che riprendono la fine del Carnevale o la tentata seduzione del capocomico gay sullo sfondo del mare in tempesta, fanno presagire un cambiamento. I vitelloni fa conoscere all’estero Fellini che per la prima volta ricorre ai ricordi, all’adolescenza riminese e ai personaggi stravaganti e patetici che ne costituiranno la futura cifra stilistica. Il film vince il Nastro d’Argento a Venezia, Alberto Sordi è consacrato grande attore con identico premio e passa alla storia del cinema per un volgarissimo gesto dell’ombrello e una pernacchia all’indirizzo di un gruppo di operai che lavora. 

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