Per scrivere romanzi bisogna avere paura del buio

Articolo di Frank Iodice

Da quando ho iniziato questo mestiere – intendendo per “inizio” la data della prima pubblicazione, tanto per sceglierne una – non c’è stato un solo giorno, un solo minuto, in cui non abbia dubitato di quello che facevo. Tutto ciò che ho scritto, è stato il frutto della mia paura di non riuscire a scriverlo. Non so se è chiaro il gioco di specchi. Non si tratta di quelle piccole, infinite preoccupazioni quotidiane – in questo periodo, più numerose che mai – ma della paura profonda, fatta di interrogativi irrisolvibili, letterari, umani. Le dita rimangono ferme, la testa sembra immersa in un secchio pieno di letame, e questo punto preciso del petto mi fa male ogni volta che mi metto a sedere. Questa paura è diventata così intima, così familiare, che non ci faccio più caso ormai. A volte, nei brevi attimi di felicità che mi sono concessi, mi sembra persino di dimenticarmene. 

La paura è come il buio, e il buio – anche se sembra una contraddizione – è come una pagina bianca. Forse è per questo che esiste quella famosa sindrome inventata nelle scuole di scrittura creativa… Il buio è un bianco infinito in cui non sai come muoverti, da dove incominciare. Di solito, io inizio con un’immagine, poi ne aggiungo un’altra, parola dopo parola. Intanto mi ripeto costantemente che non sono affatto uno scrittore, tu non sei niente, mi ripeto. E mi sento meglio, più pronto per cominciare onestamente. 

La paura, insieme al coraggio, è un elemento portante. Senza l’una, non esisterebbe l’altro e non esisterebbero neanche i libri. Forse per scrivere romanzi bisogna avere paura del buio? Non lo so. Quello che so è che per scrivere romanzi, io ho bisogno di quella stessa paura che li ha generati, solitamente radicata nella mia infanzia, o comunque in qualche parte del mio vissuto. Nella costruzione narrativa, che viene dopo, la forza trascinante è sempre la stessa. Sento il suo alito di miele sulla schiena, mentre mi fissa, mi accarezza con le sue mani grandi e calde, come quando da bambino scappavo dalle stanze chiuse dell’istituto. È così che io scrivo, più veloce e più forte che posso, e cerco di alleviare almeno per un po’ le mie angosce, quelle formidabili inquietudini che mi hanno spinto a iniziare e mi spingono a finire. 

Mi dico anche che solo con la paura non andrei da nessuna parte. La paura va compresa, devi imparare a giocarci, ad avvicinarla il più possibile, e poi, quando ti stai per convincere che hai sbagliato tutto, te ne devi liberare. Avere troppa paura è come avere troppa sicurezza in te stesso. In entrambi i casi, o hai sbagliato lavoro, o sei già morto e non te ne sei ancora accorto.

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