“Amore mio aiutami”, un film sul tradimento che vorrebbe mettere in primo piano il tema dell’emancipazione femminile

Articolo di Gordiano Lupi

Regia: Alberto Sordi. Soggetto e Sceneggiatura: Tullio Pinelli, Rodolfo Sonego e Alberto Sordi. Montaggio: Franco Fraticelli. Musiche: Piero Piccioni. Fotografia: Carlo Di Palma. Scenografia: Flavio Mogherini. Costumi: Bruna Parmesan. Produttore: Gianni Hect Lucari. Interpreti: Alberto Sordi, Monica Vitti, Silvano Tranquilli, Laura Adani, Ugo Gregoretti, Mariolina Cannuli, Maurizio Davini, Nestor Garay, Gaetano Imbrò, Karl – Otto Alberty, Liliana Pavlo. Durata: 124’. Colore.

Amore mio aiutami è un film sul tradimento, ma soprattutto vorrebbe mettere in primo piano il tema dell’emancipazione femminile nel rapporto di coppia e la nuova libertà di rapporti tra moglie e marito. Alberto Sordi è un funzionario di banca che in teoria si dichiara disponibile a discutere l’amore, non concepisce chi vive il tradimento come un dramma e preferisce la sincerità al sotterfugio. Il problema è che quando Monica Vitti (moglie nevrotica e depressa) gli confessa che è innamorata di un altro, il castello teorico va in mille pezzi. L’uomo perde ogni sicurezza, vede la sua vita  priva di senso e giunge a umiliarsi scongiurando il rivale (Silvano Tranquilli) di sparire dalla vita della moglie. Finisce per riempire di botte la donna in una scena epocale sul litorale romano, durante la quale Monica Vitti è controfigurata da Fiorella Mannoia, che deve farsi curare in ospedale per un eccesso di verismo interpretativo. Non servono neppure le maniere forti. La moglie è così innamorata da obbligare il marito a seguire l’amante in Spagna e alla fine decide di restare con lui.

Monica Vitti lavora con Alberto Sordi in tre film diretti dal comico romano e sono le cose migliori che ci ha lasciato come regista. Il primo è Amore mio, aiutami (1969), ma sono interessanti anche il nostalgico e sentimentale Polvere di stelle (1973), sul teatro d’altri tempi (chi non ricorda il motivetto Ma ‘ndo Hawaii?) e Io so che tusai che io so (1982) che tratteggia il tema del tradimento femminile. 

Alberto Sordi modifica il suo personaggio, rendendolo più amaro e moralista, costruendo una commedia sulla crisi della coppia borghese alla fine degli anni Sessanta. Il tradimento non è più una prerogativa maschile ma anche la donna può innamorarsi di un altro uomo e sconvolgere la vita di coppia. La crisi del matrimonio è un fattore imprevisto che irrompe nel quotidiano, mette in condizioni di fare delle scelte e di cambiare la vita. La commedia è teatrale, girata in interni, ma anche in riva al mare, per le strade di Roma, a bordo di un transatlantico e in Spagna. Il regista Ugo Gregoretti interpreta l’amico di Sordi, mentre Silvano Tranquilli è un ingessato amante.

Alberto Sordi regista lascia sempre con l’amaro in bocca, perché non ha le stesse doti di sintesi dell’attore. Il soggetto della pellicola è interessante ma non regge il respiro di un lungometraggio che dopo la famosa scena delle botte in riva al mare diventa fiacco e prevedibile. Il finale amaro è tipico della commedia all’italiana e risolleva un’opera dignitosa, forse troppo pretenziosa nel tentare di mettere alla berlina i tabù di un’Italia  che non riesce a cambiare.

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