Gestione rifiuti in Tunisia: l’Italia esporterebbe centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti

Articolo di C. Alessandro Mauceri

A far scoppiare lo scandalo è stata l’inchiesta condotta da un giornale tunisino:  l’Italia  esporterebbe in Tunisia centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti.

A lanciare l’allarme Aymen Maatoug, giornalista tunisino, sul canale Al Hiwar Ettounsi: in un servizio durane il programma “Le quattro verità” il giornalista avrebbe parlato di non conformità di questo mercato, il cui costo aumenterebbe a decine di milioni di dinari tunisini e sarebbe in violazione delle norme nazionale e delle convenzioni internazionali.

Il primo a rispondere a queste accuse è stato il ministro dell’Ambiente e degli Affari Locali tunisino, Mustapha Aroui, che ha disposto l’apertura di un’inchiesta nel quale sarebbe coinvolta anche una società tunisina (che riceverebbe 48 euro per ogni tonnellata di rifiuti importata). Secondo l’inchiesta giornalistica in Tunisia continuerebbero ad arrivare decine e decine di container di rifiuti dall’Italia. E molti di più sarebbero in attesa di essere scaricati vicino al porto di Sousse. Rifiuti che non sono solo normali RSU ma comprenderebbero anche rifiuti ospedalieri.

“Non siamo autorizzati a fare commenti sulla questione in quanto vi è un contenzioso con quella società”, ha dichiarato il direttore delle Dogane tunisine Haytem Zaned all’agenzia Tap.

Del problema della gestione dei rifiuti in Tunisia si  era già parlato qualche anno fa, dopo la “rivoluzione dei gelsomini”. In quell’occasione Amdouni, un avvocato tunisino, convocò una conferenza stampa a Tunisi nella quale dichiarò che “I governi che si sono succeduti e le autorità di tutela non sono riusciti a trovare soluzione nemmeno per la raccolta dei rifiuti che invadono le strade e la vita dei tunisini.

Lo stesso dipartimento dell’ambiente è stato creato nel 2005, non per sviluppare le politiche ed i progetti innovativi di trattamento dei rifiuti o di impianti di igienizzazione, ma per ricevere le risorse dei donatori di fondi internazionali ed investirle, in assenza totale di controllo, in progetti personali a profitto dei clan al potere e dei loro familiari”.

In quell’occasione Amdouni accusò apertamente l’Ue e l’Italia di aver finanziato progetti sui rifiuti nei quali sarebbero state coinvolte imprese e associazioni tunisine. Ma non basta. Tali fondi non solo sarebbero stati sperperati ma sarebbero stati “numerosi i responsabili ancora nelle loro funzioni all’interno delle agenzie interessate del dipartimento dell’ambiente che operano non per progettare nuove strategie, ma per occultare i loro coinvolgimenti negli affari di corruzione”.

In quell’occasione, anche Karim Abdelwaheb, presidente dell’Association tunisienne pour la promotion de la santé, dichiarò di essere preoccupato per il modo in cui venivano trattati questi rifiuti. In particolare quelli ospedalieri che, nella maggior parte dei casi, erano gestiti da società private senza alcun controllo né da parte del ministero della salute né dell’Anged, capofila per questo tipo i contratti.

Molti parlarono anche di “cooperazione” mal gestita come di una delle cause dei flussi di migranti dalla Tunisia verso i paesi europei che si affacciano sul Mar Mediterraneo. Italia in primis.

Nabil Hammada, presidente dell’Association tunisienne des ingénieurs agronomes (Atia), parlò del giro d’affari tra rifiuti e ambiente definendo una “bomba a scoppio ritardato” il sistema di raccolta dei reflui urbani e del percolato delle discariche.

Ora quella bomba potrebbe essere sul punto di scoppiare.

L’incapacità di gestire i rifiuti prodotti e la prassi di spedirli in altri paesi è molto più diffusa di quanto si pensi. E non riguarda solo l’Italia e la Tunisia. Il “sistema” rifiuti, come lo ha definito un giornale alcuni mesi fa, è fatto di un miscuglio di accordi segreti tra paesi e aziende colluse, documenti spesso contraffatti e poco chiari e funzionari doganali corrotti. Ma anche della mancanza di reali controlli  e normative ambientali che, in molti paesi extracomunitari, consentono a “intermediari” di rifiuti, faccendieri  e malaffare di gestire un traffico di milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno.

Quali sono le cause di tutto ciò? Da un lato l’incapacità di ridurre al quantità di rifiuti prodotti ogni anno e la difficoltà di gestirne il riciclo e il trattamento. Ma anche la possibilità di fare soldi “facili” per la malavita organizzata che da anni ha scoperto un nuovo filone aureo nel settore del traffico illecito di rifiuti all’estero. A confermarlo una indagine condotta dai Carabinieri della Tutela ambiente che pochi mesi fa ha “mappato” questo sistema.

Dal loro lavoro sarebbe emerso che, a livello europeo, il giro d’affari di questi traffici ammonta annualmente a circa 260 miliardi di Euro, poco più della metà della capacità di prestito del tanto decantato Mes, il Meccanismo europeo di stabilità. Il rapporto Policy Cycle 2018-2021  ha rivelato che per la malavita organizzata e i trafficanti questo è uno dei settori tra i più redditizi: il quarto in assoluto (dopo il traffico di droga, la contraffazione e la tratta di esseri umani). Ma mentre degli altri settori si parla spesso, di dove finiscono i rifiuti prodotti nelle case degli italiani e degli europei (e dei danni che causano all’ambente e alla salute delle persone nei paesi che li ricevono) non si parla mai. Fino ad ora.

Foto: teknoring.com

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