“Un borghese piccolo piccolo”, una delle interpretazioni più complesse e riuscite di Alberto Sordi

Articolo di Gordiano Lupi

Regia: Mario Monicelli. Soggetto: Vincenzo Cerami (tratto dal romanzo omonimo edito da Garzanti). Sceneggiatura. Sergio Amidei, Mario Monicelli. Fotografia: Mario Vulpiani. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Organizzatore Generale: Piero Lazzari. Direttore Di Produzione: Sergio Bollino. Aiuto Regista: Rinaldo Ricci. Assistente alla regia: Amanzio Todini. Musica: Giancarlo Chiaramello. Scenografia. Lorenzo Baraldi. Costumi: Gitt Magrini. Produzione: Aura Cinematografica SRL. Luigi e Aurelio De Laurentiis. Distribuzione: Cineriz Distributori Associati SPA. Interpreti: Alberto Sordi, Shelley Winters, Vincenzo Crocitti, Renzo Carboni, Romolo Valli, Enrico Beruschi, Francesco D’Adda Salvaterra, Marcello Di Martire, Edoardo Florio, Ettore Garofolo, Mario Maffei, Renato Malavasi, Antonio Meschini, Aldo Miranda, Paolo Paoloni, Valeria Perilli, Renato Scarpa, Piero Tordi.

Un borghese piccolo piccolo è una delle interpretazioni più complesse e riuscite di Alberto Sordi, alle prese con un personaggio e con una storia che supera gli angusti limiti della commedia all’italiana. Mario Monicelli adatta al suo spirito ironico e pungente un ottimo romanzo di Vincenzo Cerami, costruisce la figura di un piccolo borghese che vive per assicurare un futuro al figlio e improvvisamente si vede strappare il solo motivo della sua esistenza. Giovanni Vivaldi è un modesto impiegato statale che vorrebbe andare in pensione e lasciare il suo posto al figlio ragioniere (Crocitti), ma per ottenere lo scopo deve fare in modo che vinca un difficile concorso. Giovanni accetta persino di entrare in massoneria, su consiglio del capo ufficio, il patetico dottor Spaziani (Valli), anche se non crede nei principi della setta segreta ed è sempre stato cattolico. Il giorno in cui si tiene la prova scritta, che il figlio conosce a memoria grazie a un soffiata dei fratelli massoni, avviene l’irreparabile, perché durante una rapina un malvivente uccide il ragazzo nel corso di una sparatoria. La madre (Winters) è colta da ictus, paralizzata dal dolore, mentre il padre medita vendetta e la ottiene quando riconosce l’omicida in un confronto all’americana. La decisione di Vivaldi ricorda Charles Bronson, stile Il cittadino si ribella (1974) di Enzo G. Castellari, perché stordisce il malvivente, lo rapisce e finisce per ucciderlo soffocandolo con il fil di ferro. La vita di Giovanni è segnata dalla vendetta, poco a poco resta sempre più solo, va in pensione e poco dopo muore anche la moglie. Nel finale Giovanni decide di vendicarsi di un altro giovane che lo insulta per futili motivi, la macchina da presa segue l’utilitaria del pensionato mentre pedina il malcapitato e lo spettatore prevede un nuovo eccidio che il regista lascia solo intuire.   

Alberto Sordi passa dal registro comico al tragico con grande facilità e bravura da interprete, segnando un momento di crisi per la commedia all’italiana che sta lentamente morendo. Monicelli utilizza tutta la prima parte per mostrare l’egoismo piccolo borghese e i modesti sogni di una famiglia umile. “Pensa solo a te, Mario. Pensa solo a te”, raccomanda il padre, che non trasmette valori ma egoismo. I consigli sono pervasi dall’idea negativa di un mondo dove ognuno fa il suo interesse senza pensare al bene collettivo. La madre è un’ottima Shelley Winters, non nuova al cinema italiano, nei panni di una casalinga frustrata e superstiziosa, sempre offesa dal marito maschilista, pure lei dedita anima e corpo al futuro del figlio. Naturale che un simile famiglia si sgretoli di fronte all’irreparabile, comprensibile l’esplosione di violenza che segue il riconoscimento del colpevole, con il padre pervaso da una follia vendicativa in un crescendo di orrore. Melodramma puro, seconda parte da cinema noir, quasi un rape and revenge, pure se qui non si tratta di stupro, ma di vendetta dopo un omicidio fortuito. Romolo Valli è un’altra presenza interessante, nei panni di un laido dottor Spaziani – intrigante e corrotto massone – presentato al pubblico mentre si toglie la forfora dai capelli e la riversa sulla scrivania. Tra le comparse intravediamo Enrico Beruschi, solo poche battute per Paolo Paoloni, il megadirettore galattico dei film di Fantozzi.

Un borghese piccolo piccolo viene presentato in concorso al 30° Festival di Cannes, vince tre David di Donatello (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista), un David Speciale a Vincenzo Crocitti e quattro Nastri d’Argento (miglior sceneggiatura, miglior attore protagonista, miglior attore non protagonista a Romolo Valli, miglior attore esordiente a Vincenzo Crocitti). Efebo d’oro nel 1979. Selezionato tra i cento film italiani da salvare.

Molte polemiche sul carattere violento del film, accusato di revanscimo, ma – come rileva Mereghetti – sono accuse pretestuose. Monicelli è regista perfetto per una simile operazione, anche se esagera nel grottesco durante un’interminabile sequenza al cimitero con le bare accatastate che non trovano posto e con la predica di un prete (Scarpa) che al funerale invoca il diluvio universale su un’Italia allo sbando. Gelidi piani sequenza servono a prendere le distanze da una storia e da un mondo che non fanno parte del bagaglio culturale del regista. L’ambiente degli impiegati statali è visto con sguardo di disprezzo, tra personaggi laidi, nullafacenti ed egoisti. Ottima la fotografia a colori di Mario Vulpiani, suggestive le musiche languide e spettrali di Giancarlo Chiaramello, pure se non convincono tutta la critica. Breve carrellata di giudizi. Pino Farinotti (quattro stelle): “Un film triste e crudele dove la nota abilità di Monicelli carica anche troppo l’emozione e l’emotività dello spettatore”. Morando Morandini (tre stelle e mezzo, quattro per il pubblico): “Storia di vittime che sono anche mostri, un film omogeneo, sapiente nella mescolanza di toni (commedia, grottesco) e nella progressione drammatica, con un Sordi all’apice della sua carriera inserito in un contesto sociale efficacemente descritto”. Paolo Mereghetti (tre stelle): “La commedia all’italiana viene portata a una maturità problematica mai più raggiunta. Sordi interpreta uno dei suoi personaggi più neri, sofferti e sgradevoli. I vizi di Vivaldi sono noti: egoismo, familismo, maschilismo, qualunquismo: ma sono descritti con una crudezza insolita, e soprattutto sono le basi per la sua trasformazione in mostro”. Enrico Giacovelli (La Commedia all’italiana, Gremese): “Non è una vera commedia, ma quel che resta di una possibile commedia: non vi troviamo più la fusione, ma una netta divisione tra comicità e tragedia”. Mario Monicelli diceva sempre che questo film rappresenta una pietra tombale sulla commedia all’italiana. In effetti è vero: la commedia narrativa finisce con Unborghese piccolo piccolo, così come la commedia riflessiva ha il canto del cigno ne La terrazza (1980) di Ettore Scola.

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