Corte UE: l’Italia ha violato le norme sulla qualità dell’aria

Articolo di C. Alessandro Mauceri

Non ci sono più possibilità di negoziazione. E neanche il beneficio del dubbio: secondo la Corte di Giustizia dell’Unione europea l’Italia ha “violato in maniera sistematica e continuata” i valori limite stabiliti dall’Ue sulle concentrazioni di PM10 nell’aria. E lo ha fatto per quasi un decennio. La sentenza della era attesa da tempo, ma fino all’ultimo c’era chi aveva sperato in una soluzione alternativa. O in un escamotage politico. Ora l’unica cosa da fare è ammettere il fallimento delle politiche per la protezione dell’ambiente e la salvaguardia della salute dei cittadini. E non per un lasso di tempo breve, ma per un decennio: dal 2008 al 2017. Un decennio nel quale si sono succeduti al governo del Bel Paesi tutti i partiti (compreso il governo “tecnico” di Monti).

La procedura di infrazione era stata avviata  a luglio 2014 per il continuo e sistematico superamento, in tutte le 27 zone geografiche del territorio nazionale prese in esame, dei limiti giornalieri e annuali di concentrazione di PM10 (rispettivamente a 50 e 40 microgrammi per metro quadro), previsti all’allegato XI della direttiva sulla qualità dell’aria (2008/50/CE), entrata in vigore l’11 giugno 2008. Secondo la Commissione, i vari governi che hanno gestito l’Italia non avrebbero rispettato l’obbligo di “adottare senza indugio misure appropriate ed efficaci” per limitare il periodo di superamento dei valori limite di PM10 “al più breve possibile”.  Insufficienti i chiarimenti forniti alla Corte dall’Italia. Un comportamento che, a ottobre 2018, ha costretto la Commissione a trasmettere tutto alla Corte di Giustizia che ha avviato un ricorso per inadempimento. Alla fine il giudizio è stato impietoso e sono state  respinte tutte le giustificazioni addotte dall’Italia. La sentenza parla di inadempimento “sistematico e continuato” della direttiva.

L’Italia, prima ha cercato di difendersi parlando della “diversità delle fonti d’inquinamento dell’aria per sostenere che alcune di esse non potrebbero esserle imputate, come esempio quelle che sarebbero influenzate dalle politiche europee di settore, o sulle particolarità topografiche e climatiche di talune zone interessate”. Poi, ha dovuto ammettere le proprie colpe. É per questo che il giudizio “non ci coglie di sorpresa visti i dati su cui è basata e che sono incontrovertibili alla prova dei fatti”, come ha dichiarato il Ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, dopo la sentenza. La sua è una confessione piena e senza attenuanti: si tratta di “dati che, benché si fermino al 2017, indicano un problema che purtroppo non è ancora risolto” ha detto Costa. “Stiamo agendo a tutti i livelli, sempre insieme alle Regioni, che sono gli attori protagonisti del cambiamento. E non solo perché lo impone l’Europa, ma perché la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini è la nostra priorità”, ha dichiarato. Diversa la strategia adottata la capo-delegazione del Movimento al Parlamento europeo Tiziana Beghin che ha dichiarato che si tratta di “una brutta eredità del passato, da quando il Movimento 5 Stelle è arrivato al governo si è invertita rotta”, riferendosi alle misure che, almeno sulla carta, dovrebbero servire a far “voltare pagina” al paese(come gli eco-incentivi per la mobilità verde, gli investimenti per rinnovare il trasporto pubblico e gli stanziamenti per il bacino padano con il ‘Protocollo aria pulita’). Una ammissione di responsabilità (o una ingenuità politica) che va ben oltre il periodo contestato e che cade come un macigno sulla testa del governo in carica.

Le violazioni riscontrate riguarderebbero in particolare alcune regioni italiane tra le quali proprio la Pianura Padana. Ma la Corte di Giustizia ha specificato che il superamento dei valori limite anche nell’ambito di una sola zona è sufficiente perché si possa dichiarare un inadempimento di tutto il Paese. I limiti giornalieri sono stati violati a partire dal 2008 in diverse zone, agglomerati o regioni: Roma e Frosinone, Napoli e Caserta, Emilia Romagna, Milano, Bergamo, Brescia, pianura lombarda e Piemonte; a partire dal 2009 in Veneto, negli agglomerati di Venezia-Treviso, Padova, Vicenza e Verona. In tempi diversi, le violazioni hanno riguardato anche le zone, agglomerati o regioni di Prato-Pistoia, Pisa e Lucca, Torino, Terni, Benevento (area costiera collinare), Puglia (zona industriale) e Palermo. I limiti annuali sono stati superati in tempi diversi e nelle zone di Roma-Frosinone, Venezia-Treviso, Vicenza, Milano, Brescia, pianura lombarda e Torino.

“La sentenza della Corte è il risultato inevitabile di anni di gestione fallimentare sia a livello regionale sia a livello nazionale”, ha dichiarato Ugo Taddei, dell’organizzazione di avvocati ambientalisti ClientEarth.

La condanna della Corte di Giustizia europea non prevede (per ora) multe o penalità, che arriverebbero solo in caso di seconda condanna, in seguito a inadempienza prolungata (dieci anni non bastano?).

Ma un’altra condanna, quella morale (e ben più pensante di qualsiasi sanzione economica), è già stata emessa dall’OMS che ha confermato l’esistenza di un nesso causale tra esposizione a elevate concentrazioni di particelle nell’aria e mortalità o alcune malattie, in Italia: l’OMS parla di  66.630 decessi prematuri riconducibili a questa causa. E questo in un solo anno. Un record che fa del Bel Paese lo stato membro dell’Ue maggiormente colpito dal particolato in termini di mortalità.

Ma non è finita qui: la Corte di giustizia sta esaminando un altro ricorso della Commissione del marzo 2019 nei confronti dell’Italia per aver superato i livelli di emissione di biossido di azoto (NO2)…

Foto: regione.lombardia.it

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