“In nome del popolo sovrano”, un film che racconta la crisi dello Stato della Chiesa

Articolo di Gordiano Lupi

Regia: Luigi Magni. Soggetto e Sceneggiatura: Luigi Magni, Arrigo Petacco. Fotografia: Giuseppe Lanci. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Scenografie e Costumi: Lucia Mirisola. Musiche: Nicola Piovani. Produzione: Angelo Rizzoli, Rai Cinema. Interpreti: Alberto Sordi, Nino Manfredi, Luca Barbareschi, Elena Sofia Ricci, Srena Grandi, Jacques Perrin (doppiato da Massimo Ghini), Massimo Wertmuller,  carlo Croccolo, Elena Berera, Costantino Meloni, Gianni Bonagura, Luigi De Filippo, Roberto Herlitzka, Gianni Garko, Lorenzo Flaherty, Camillo Milli, Benedetto Fanna, Sebastiano Busiri Vici. Durata: 110’. Colore. David di Donatello (1991) per i migliori costumi.

In nome del popolo sovrano conclude l’epopea romana di Luigi Magni, dopo Nell’anno del Signore (1969) e In nome del Papa Re (1977), affrontando la crisi dello Stato della Chiesa e il tema dei moti rivoluzionari del 1848. Film storico, drammatico e avventuroso, a tratti permeato di sarcasmo e comicità, inferiore ai precedenti, ma ben confezionato da un punto di vista scenografico. Ottima e realistica l’ambientazione tra Roma e le valli di Comacchio, in Romagna, così come la ricostruzione storica che copre il periodo 1848 – 1861 non presenta errori. L’azione si svolge in uno scenario perfetto, anche se visivamente limitato, che riproduce la Roma della breve esperienza repubblicana portata avanti da Montanelli, Saffi e Mazzini. Un mondo sta cambiando e il regista lo analizza attraverso le vicissitudini di una manciata di personaggi simbolici. I governi concedono le prime costituzioni, il popolo si ribella, il Papa fugge dopo l’assassinio del Primo Ministro Pellegrino Rossi, mentre i Savoia cominciano a parlare di Italia unita. I protagonisti storici più importanti restano sullo sfondo, ma in primo piano troviamo il popolano Ciceruacchio (Manfredi), il garibaldino Giovanni Livraghi (Barbareschi) e il frate barnabita Ugo Bassi (Perrin), martiri per la libertà che saranno ricordati in eterno. Il poeta Belli (Herlitzka) recita alcuni sonetti in romanesco e viene presentato come un personaggio codardo, che si ammala per la paura di essere fucilato dai rivoluzionari. I francesi sono alle porte, il papa tornerà sul trono, ma ci resterà poco, perché il profumo della libertà pervade l’aria. Magni e Petacco inventano poco, ricostruiscono gli eventi con dovizia di particolari, inseriscono una storia d’amore tormentata tra Elena Sofia Ricci (Cristina Arquati) e Luca Barbareschi (Giovanni Livraghi), il tradimento del marito Massimo Wertmuller (Eufemio Arquati), e la riconciliazione finale, dopo averne scoperto il lato eroico. Serena Grandi è Rosetta, la serva prosperosa, donna di facili costumi, doppiata in romanesco. Alberto Sordi è molto bravo nella parte del Marchese Arquati che attende il ritorno del Papa, uomo meschino che opta per il quieto vivere e per schierarsi dalla parte del più forte. Dice bene Flavio Insinna: “Noi attori romani ci ispiriamo un po’ tutti ad Alberto Sordi. La sua musicalità ha fatto scuola. Sordi mette alla berlina i difetti di noi italiani, fa sorridere costruendo dei personaggi pavidi, opportunisti, cialtroni. La sua ricetta di comicità è originale e inimitabile”. Sordi è un marchese che osserva la battaglia dalla terrazza, consiglia al figlio di diventare un opportunista e di non badare alle corna, ma alla fine si dispera quando il ragazzo decide di andare via da Roma e combattere per l’Italia unita. Stupendo il monologo di Sordi dedicato a Roma e ai romani che se ne fregano, quando il marchese si rivolge a Roma come a un’entità tangibile per chiedere notizie del figlio. “Roma tu me fai schifo”, conclude. Manfredi è altrettanto bravo in un monologo sulla libertà e il patriottismo, recitato prima d’essere fucilato insieme al figlio: “Sono colpevole soltanto di aver voluto bene a Roma”, conclude. Un’altra parte intensa è il momento della confessione reciproca, prima di affrontare il plotone di esecuzione, tra il frate barnabita e il soldato garibaldino.

La pellicola gode delle stupende musiche di Nicola Piovani e presenta il solo limite (voluto) di un montaggio televisivo, fatto di tempi lunghi e azione poco serrata. Molta verbosità, ma anche frasi storiche: “Le fucilate si perdono in aria, le parole restano”. “Avevamo fatto la repubblica dei poeti. Potevamo vincere?”. Ottima fotografia. Scene di vita quotidiana: la polenta sulla tavola, i ragazzini che giocano, i lungarni illuminati dalla luna. Buone le sequenze d’azione, battaglie ben ricostruite e scontri all’arma bianca veritieri. Le intenzioni del regista didattico – didascaliche di far conoscere una parte importante della nostra storia raggiungono lo scopo. La pellicola finisce con Sordi, la figlia zitella e la serva prosperosa in attesa che arrivi l’esercito italiano a liberare Roma: “Tornano. Certo che tornano. Per tutti quelli che si sono persi per strada”, conclude Sordi con un velo di tristezza. Si finisce in crescendo e il giudizio è positivo.

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Stanco tentativo di riproporre uno spettacolo nazional-popolare ormai fuori moda. Poco curati i personaggi e la ricostruzione storica, mentre Sordi e Manfredi ripropongono le loro stanche caratterizzazioni”. Morando Morandini (due stelle e mezzo): “Film simpatico, spesso didattico, ma anche capace di momenti autenticamente commossi, con cui si chiude una ideale trilogia di Luigi Magni contro il potere temporale del papato”. Pino Farinotti (tre stelle): “Affresco condotto con mano sicura da magni, anche se le interpretazioni non sono mai folgoranti”.

Ultimo film di una certa importanza girato da magni, che chiude la sua carriera con La carbonara (2000). Il nostro giudizio ricalca quello di Morandini, non concorda sulla stroncatura alle interpretazioni di Sordi e Manferedi, vero fulcro del film. Certo, Barbareschi e Grandi non sono il massimo, ma ci accontentiamo.

0 commento

Related Articles

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: