La censura dell’algoritmo. Intervista al regista Carmine Amoroso

Articolo di Paolo Landi

Instagram e la censura: sembra difficile accostare questo social così moderno a qualcosa di così arcaico come la censura. Ma quello che è accaduto al regista Carmine Amoroso rende questo tema attuale. Carmine Amoroso è un regista e sceneggiatore: il suo film “Come tu mi vuoi” con Monica Bellucci e Vincent Cassel affrontava, nel 1996, uno dei primi, la tematica transgender. Nel 2007 ha scritto e diretto “Cover Boy” che ha rappresentato l’Italia in più di novanta festival, vincendo quaranta premi ed entrando nella terna per l’Oscar al miglior film straniero nel 2008. Nel 2016 è uscito nei cinema il suo documentario “Porno e libertà” che ha vinto il Nastro d’Argento 2017 come miglior documentario italiano. Membro permanente dell’Accademia del Cinema Italiano- Premio David di Donatello, è noto anche per essere l’autore della sceneggiatura di “Parenti serpenti” il film del ’92 di Mario Monicelli.Sento Amoroso al telefono, dalla sua casa di Roma, il tono è tra il furioso e l’incredulo. Proprio mentre ci parliamo vedo su Instagram che Camillo Langone, giornalista del Foglio, pubblica un post fotografando il messaggio che Instagram invia quando qualcuno non rispetta “le linee guida della community” (“Abbiamo rimosso il tuo contenuto perché diversi gruppi di pubblico potrebbero essere sensibili a questi argomenti”). Langone commenta: “Come volevasi dimostrare: la stampa è più libera dei social”.

D. Carmine Amoroso, puo’ raccontare cosa le è successo su Instagram?
R. Un paio di settimane fa senza preavviso, senza spiegazioni e senza che avessi postato nulla di nuovo, Instagram ha cancellato il mio account “caramoroso”, creato un paio di anni fa. In un attimo sono spariti tutti i miei contatti, le foto, i video, i ricordi, le storie e quel che è peggio i contenuti della chat, tra cui le ultime conversazioni con il mio amico più caro, morto a 25 anni due mesi fa. Probabilmente qualcuno ha segnalato qualche mio post, non lo saprò mai, perché alle mie reiterate richieste di spiegazioni nessuno ha risposto.

D. Quando si è accorto che il suo profilo era stato oscurato cosa ha fatto?
R. All’inizio mi auguravo fosse una situazione temporanea. Ho cercato invano di comunicare con Instagram. Anche perché, a parte qualche segnalazione su tre, quattro foto, sul manifesto del mio documentario “Porno e Libertà”, non avevo mai avuto “penalizzazioni”, blocchi temporanei o roba del genere. Poi è subentrata la rabbia e la frustrazione per aver perso le mie foto, i video, frutto del mio lavoro, i ricordi, le conversazioni private, i contributi, le riflessioni. L’ho vissuta come una vera e propria violenza. Come quando qualcuno ti penetra in casa e ruba le tue cose, entra nella tua intimità. Una sensazione molto brutta.

D. Che cosa le ha fatto pensare questa disavventura nella quale è incorso?
R. Che oramai i social ci usano come vogliono. Che possono tranquillamente oscurarci, censurarci, toglierci dalla circolazione e senza preavviso. Che con i loro algoritmi possono gestire una parte delle nostre esistenze, i nostri affetti, il nostro privato. Il problema è che non abbiamo consapevolezza di questa sottomissione.

D. Instagram è un social molto borghese. Non aveva mai sospettato che pubblicare la semplice locandina del suo film “Porno e libertà” con quella parola “porno” avrebbe finito per insospettire l’algoritmo?
R. Non pensavo che bastasse una parola legata a un’immagine, per essere vittima di una censura così forte. Farti scomparire, cancellarti, è una modalità che non fa parte della mia cultura, della nostra cultura occidentale. Anche perché il manifesto era pubblico, esposto, il mio film poi ha girato il mondo, ha vinto tanti premi, il Nastro d’Argento in Italia come migliore documentario, nessuno nel
mio paese si è sognato di censurarlo. Comunque non userei il termine “borghese”. La realtà è che Instagram è un social di natura commerciale. Una immensa macchina per far soldi e che gestisce un miliardo di contatti al mese. Il vero problema è il rapporto tra libertà e mercato.

D. Il sesso su Instagram è sottotraccia, non se ne parla mai esplicitamente, perché secondo lei?
R. Perché, ripeto, Instagram è una piattaforma costruita con l’ obiettivo di fare business e i suoi algoritmi sono pensati per arrivare in ogni angolo del mondo. Anche in quei posti dove mostrare un corpo nudo è assolutamente vietato. E loro non possono permettersi di perdere quei mercati. Ricordiamoci che vi sono dei paesi dove chi mostra un corpo nudo di donna viene punito con il
carcere. Non ci censurano perché sono moralisti, lo fanno per esigenze di mercato. Ovviamente facendoci credere che lo fanno per tutelare noi. Ma in occidente chi si scandalizza per un seno nudo? I social media hanno creato un potere mimetico, ci usano facendoci credere che siamo liberi, ma non è così.

D. Su Instagram siamo tutti “guardoni”?
R. Probabile. Certamente è un social che sfrutta alcuni elementi tipici della nostra specie, la curiosità, il fatto di poter vedere come vivono gli altri, di confrontarsi ecc. In fondo non siamo altro che creature tribali.

D. Cosa le piace di Instagram e cosa detesta?
R. Per me Instagram è un grandissimo strumento tecnologico che ha rivoluzionato la comunicazione. Mi piace il fatto che attraverso IG le immagini siano diventate un vero e proprio linguaggio. Che è poi l’essenza del mio lavoro. Che consiste nel comunicare senso attraverso le immagini. Ovviamente non mi piace Il loro sistema totalitaristico. È una forma molto grave di limitazione della libertà d’espressione. Come può un artista sottomettersi ad un algoritmo? Non a caso i grandi artisti fuggono via da Instagram, come Cattelan. Il problema è che non abbiamo consapevolezza di questa
sottomissione.

D. Ho visto che ha aperto un profilo nuovo: perché?
R. Si, “carmineamoroso2” e chi vuole seguirmi mi segua. Per me Instagram resta uno strumento tecnologico potente, e uno che fa il mio lavoro utilizza tutte le tecnologie disponibili.

D. Come intende gestire questo profilo nuovo? Se mette le stesse immagini che metteva nel primo pensa che sarà di nuovo oscurato?
R. Ho voluto aprire un nuovo profilo perché l’autocensura è l’elemento più pericoloso, che si autoalimenta attraverso la paura. La loro strategia è questa, è l’intimidazione, che è tipica di ogni sistema dittatoriale. Fare in modo che tu non lo faccia più, e che anche gli altri non lo facciano seguendo il tuo esempio.

D. Che differenza c’è tra la censura che si abbatteva su film, libri, atteggiamenti e questo nuovo tipo di censura dei social?
R. Che questa è ancora più pericolosa. Perché prima c’era un’autorità riconosciuta che ti bloccava, un giudice, un tribunale a cui comunque potevi appellarti, difenderti, spiegare le tue ragioni. Qui invece non lo puoi fare. La sensazione è che non ti senti di appartenere ad uno stato di diritto. Loro possono fare quello che vogliono. Come in un processo sommario dove manca la
possibilità di difendersi. Anche perché fisicamente non esistono. In Italia non c’è un loro ufficio legale. Neanche un indirizzo a cui mandare un reclamo. Nulla. Vai a sbattere contro un vero e proprio muro di gomma.

D. C’è mai stato un periodo in cui la censura è stata inattiva?
R. Mai. Il potere ha sempre cercato di chiudere la bocca a chi gli andava contro. Solo che nel passato la censura veniva esercitata dalla Chiesa e dallo Stato, oggi invece il censore è Mark Zuckerberg con le sue piattaforme social, è lui che decide quello che possiamo o non possiamo vedere e in gioco c’è la libertà di espressione di milioni di utenti.

D. Nei suoi film il sesso è sempre molto presente, perché?
R. No, nei miei film precedenti non c’era sesso, ma non certo per pudore. Il problema della censura social nei miei confronti nasce dal fatto che ho realizzato un documentario con un titolo forte come “Porno e Libertà” e perché sul manifesto s’intravede un capezzolo. Porno più capezzolo, l’algoritmo blocca. Qualcuno magari ti segnala e alla fine vieni eliminato. Il paradosso è che il mio
documentario ( che tra l’altro non è vietato) racconta le lotte contro la censura negli anni settanta. Non dobbiamo mai dimenticare che all’epoca anche in Italia si andava in prigione per qualche rivista con foto di seni nudi. Insomma stiamo assistendo passivi e in silenzio ad una assurda nemesi storica.

D. Cosa vorrebbe dire a Instagram, se mai la leggesse?
R. Direi appunto di leggermi, di vedermi, di ascoltare le ragioni degli altri, degli artisti. Il nostro immaginario, la nostra creatività non possono essere gestite da un algoritmo, da un’ intelligenza artificiale che ha come solo e unico obiettivo il mercato. Dietro l’algoritmo dovrebbe sempre esserci un cervello umano.

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