“Se c’è un aldilà sono fottuto”, la storia di Claudio Caligari, senza retorica e finzioni

Articolo di Gordiano Lupi

Simone Isola e Fausto Trombetta raccontano Claudio Caligari attraverso i suoi film, senza retorica e finzioni, partendo dalle riprese sul set di Non essere cattivo, opera voluta da Valerio Mastandrea, quando l’amico regista era malato terminale. Nonostante tutto Caligari dirige e firma il film, vuol essere presente ogni giorno della lavorazione e muore due giorni dopo la fine del montaggio.

Il documentario ricorda la battuta di Mastandrea, per sdrammatizzare, quando Caligari confida: “Lo devi firmare tu, se non ce la faccio”. Risposta ironica e romanesca: “Ma lo stai a fa’, perché hai paura che faccio un film di merda?”.

Se c’è una cosa che non si può imputare a Caligari è l’aver girato film inutili, questo documentario fa la storia delle sue tre uniche opere: Amore tossico (1983), L’odore della notte (1998), Non essere cattivo (2015). Si parte dal set di Non essere cattivo, dai provini con gli attori per scegliere gli interpreti dei personaggi fondamentali: Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), con i quali bisogna immedesimarsi in maniera totale. Vediamo Caligari malato, sofferente, di poche parole – lo è sempre stato – pretendere il massimo dagli attori, tramite la longa manus di Valerio Mastandrea e di Simone Spada.

Il film ricorda le origini lombarde del regista, partito da Arona per andare a Roma per fare a ogni costo il cinema. La madre ricorda che vide Benhur con il padre e da quel giorno s’innamorò del cinema, fino al punto di diventare il suo unico interesse di vita. Un uomo solitario, Caligari, di poche parole, determinato, poco incline ai compromessi, dalle idee chiare.

I registi del documentario sfogliano le testimonianze di Nicola Pankoff e di Marco Caramella, che ricordano un Caligari determinato sin dai tempi del liceo, preparato, informato sulla politica, appassionato lettore di giornali, amico di proletari e studenti, autore di brevi documentari sociali.

Per andare a vedere i film che amava in un Cineclub di Milano dormiva in stazione e tornava ad Arona alle prime luci del mattino. Di certo Caligari non avrebbe mai scelto un lavoro qualsiasi: voleva fare il cinema. Importante cominciare il racconto dal set di Non essere cattivo, dove tutta la troupe sente il dovere di portare il film a compimento, come testamento spirituale di un uomo vicino agli ultimi, alle persone marginali della società.

La scena simbolo del film, la prima, girata sulla piazza di Ostia, che cita Amore tossico – il suo film più discusso e amato – viene presentata come un ricordo struggente che passa dalla rotonda sul mare alla panchina, in dissolvenza tra passato e presente.

Bellissimo. Amore tossico è un film conosciuto da tutti, ormai, piacque a Marco Ferreri che lo difese a spada tratta contro i molti detrattori, ma è stata la croce da portare per tutta la vita e ha segnato la difficoltà a fare il secondo film, che arrivò solo dopo 15 anni.

Amore tossico è un film sulla droga – in particolare sull’eroina e sulla tragedia che ha rappresentato – interpretato da un gruppo di ex tossici che collaborano anche alla sceneggiatura, modificando i dialoghi per renderli più veri. Solo leggende che sul set circolasse droga vera, perché gli attori si iniettavano in vena soluzioni innocue.

Un film girato con onestà, come era solito fare Caligari, immergendosi in un ambiente e restituendolo nel modo migliore, rappresentando il degrado e la tragedia storica delle borgate romane, delle periferie urbane, in balia del dramma della droga. Ostia per Caligari è un luogo ai confini della realtà, una zona libera, franca, mentre Isola e Trombetta mettono a confronto passato e presente.

Vediamo il monumento a Pasolini, dimenticato in un campo vicino al mare in mezzo alla discarica, ai tempi di Amore tossico, confrontato con come è stato rimesso a nuovo. Si alternano spezzoni di film a interviste, si passa dall’eroina di Amore tossico alle droghe sintetiche di Non essere cattivo, si raccolgono testimonianze di collaboratori. Interessante il ricordo di Er donna, transessuale interprete di Amore tossico (uno dei pochi ancora vivi): “Durante le riprese succedeva di tutto.

Una volta ci arrestarono i carabinieri per colpa di una finta rapina, così realistica da sembrare vera …”. Marco Ferreri non fu buon profeta quando disse a Caligari che dopo un capolavoro come Amore tossico (Avrei voluto farlo io!, esclamò) si sarebbe potuto scegliere i film da girare e la sua strada sarebbe stata in discesa. Ferreri litigò persino con Sanguineti e lanciò strali contro la critica paludata che non capiva la grandezza di una pellicola pasoliniana.

In realtà il film vinse premi ovunque ma venne nascosto persino a Roma, la stessa Ostia lo vide come un oggetto pericoloso; ci furono dibattiti televisivi dove Caligari e i suoi tossici (alcuni moriranno di Aids) sedevano sul banco degli imputati. Passarono 15 anni prima di poter girare L’odore della notte, interpretato da Mastandrea e Giallini, altro film molto crudo che ricorda Arancia meccanica e il cinema poliziesco – noir italiano e francese degli anni Settanta, tra rapine violente e assalti in ville di ricchi borghesi.

Giallini ricorda la scena con Little Tony costretto a cantare Cuore matto da un rapinatore, così complessa che ci volle mezza giornata per farla. Produce Marco Risi con la sua Sorpasso Film, ma non è un successo perché i temi sono troppo avanti rispetto ai tempi; Caligari resta un autore maledetto, indigesto, nonostante bravura tecnica e spessore intellettuale.

Erano i tempi che andavano le produzioni televisive (non che sia cambiato molto), un autore timido e solitario scriveva un sacco di idee ma non riusciva a metterle in pratica perché troppo crude. Caligari amava il cinema francese (Melville), la luce fredda, livida della fotografia, ma anche il cinema americano con i temi dell’amicizia virile, infine esaltava il neorealismo.

Molto frequente l’uso di attori presi dalla strada che hanno il fisico e il volto giusto, come tutto il cast dei tossici e Marco Russo nei panni de Il rozzo. La musica di Non essere cattivo è dolce e suadente, a tempo di sax, per sottolineare il forte legame tra i due ragazzi, nonostante tutto. L’amicizia tra Caligari e Mastandrea si cementa sul set de L’odore della notte ed è proprio l’attore che vuole con tutte le sue forze che venga realizzato l’ultimo film del regista, trova persino i soldi e la distribuzione.

Molti i progetti che Caligari non riesce a realizzare, tra questi Anni rapaci (sulla devianza sociale) e il trattamento dal romanzo scandalo Ho 12 anni e faccio la cubista (tema sesso e pedofilia), argomenti troppo duri che il regista non vuol girare in modo edulcorato. Il documentario è molto toccante nelle sequenze finali, descrive un uomo che sta per morire ma vuole dare l’ultimo ciack (al cimitero), il cinema è la sua unica ragione per continuare a vivere.

Il film coinvolge tutta la troupe emotivamente, alla fine attori  e tecnici si sentono orfani di un grande regista che in vita ha avuto un solo torto (o un pregio): non saper scendere a compromessi. “Muoio come uno stronzo e ho fatto solo tre film”, confida a Mastandrea con il suo tipico gusto per le frasi epocali; resta comunque l’autore che ha raccontato gli ultimi con il suo Pasolini sempre a portata di citazione.

Le frasi finali di Mastandrea sono commoventi, Simone Isola e Fausto Trombetta sono bravissimi a valorizzare la recitazione con immagini in dissolvenza che si stemperano in un colpo di scena finale dal sapore comico. I due registi raccontano Claudio Caligari attraverso le testimonianze di amici e collaboratori, un documentario che merita il David di Donatello e che viene presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

Riporto la loro interpretazione autentica: “Abbiamo preferito far scorrere del tempo per riflettere e reprimere un po’ di disagio nell’affrontare la sua storia. A distanza di qualche anno dall’uscita di Non essere cattivo, è possibile accostarsi a un personaggio così complesso e al tempo stesso affascinante con il dovuto distacco e con la necessaria lucidità.

Pochi incontri non possono bastare a carpire l’essenza di un uomo di sessantasette anni, con un intenso vissuto alle spalle. Le impressioni che si traggono non possono che essere parziali, magari lontane dalla realtà. Non è nostro obiettivo rispondere ai soliti quesiti, al perché Claudio Caligari si sia ritrovato più o meno coscientemente ai margini del sistema cinematografico né indagare sui torti subiti e sui mancati riconoscimenti.

Ora più che mai sono i film a parlare di lui e a farcelo conoscere. Vogliamo semplicemente riflettere sul percorso di un autore coerente con le proprie idee di cinema e di vita, geloso delle sue convinzioni, intransigente anche con sé stesso, che ha riversato la sua personalità nelle poche opere che è riuscito a realizzare con quella libertà espressiva che riteneva inderogabile.” Simone Isola e Fausto Trombetta l’hanno fatto. E pure molto bene.

Regia e Sceneggiatura: Simone Isola, Fausto Trombetta. Fotografia. Maurizio Calvesi. Montaggio: Mario Marrone. Organizzazione: Paolo Bogna. Musica: Marco De Annuntis. Produttori: Simone Isola, Paolo Bogna. Casa di Produzione: Kimera Film, Rai Cinema, Minerva Pictures. Distribuzione Internazionale. Minerva Pictures. Data di uscita: 1 settembre 2019. Durata: 105’. Genere: Documentario. Interpreti: Claudio Caligari, Valerio Mastandrea, Silvia D’Amico, Marco Giallini, Alessandro Borghi, Luca Marinelli, Francesca D’Aloja, Roberta Mattei, Emanuel Bevilacqua, Fabio Ferzetti, Mario Bonanni, Laura Casalini, Maurizio Calvesi, Giorgio Tirabassi, Simone Spada.

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