E’ morta l’attrice Daria Nicolodi, protagonista in “Profondo Rosso”

Articolo di Gordiano Lupi

Daria Nicolodi (Firenze, 19 giugno, 1950 – Roma, 26 novembre 2000), attrice e sceneggiatrice. Si dedica soprattutto a thriller e horror, durante e dopo l’unione sentimentale con Dario Argento, ma è buona attrice di prosa e di televisione, oltre a non disdegnare incursioni nel cinema d’autore. Possiamo dire senza tema di smentita che nel 1975 Profondo rosso (cinema) e Ritratto di donna velata (televisione) hanno segnato il suo volto inquietante nell’immaginario collettivo come icona del mistero. Breve filmografia cinematografica: Uomini contro di Francesco Rosi (1970), Salomè di Carmelo Bene (1972),La proprietà non è più un furto di Elio Petri 1973), Profondo rosso di Dario Argento  (1975), Suspiria di Dario Argento (1977), Schock di Mario Bava (1977), Inferno di Dario Argento 81980), Il minestrone di Segio Citti (1981), Tenebre di Dario Argento (1982), Phenomena di Dario Argento (1985), Maccheroni di Ettore Scola (1985), le foto di Gioia di Lamberto Bava (1987), Opera di Dario Argento 81987), Simbad of the Seven Seas di Enzo G. Castellari (1989), Paganini Horror (1989), La setta di Michele Soavi (1991), La fine è nota di Cristiana Comencini (1993), Viola bacia tutti di Giovanni veronesi (1998), La parola amore esiste di Mimmo Calopresti (1998), Scarlet Diva di Asia Argento (2000), Rosa e Cornelia di Giorgio Treves (2000), Soleado di Gregg Guinta (2004), La terza madre di Dario Argento (2007). Molto attiva in televisione: I Nicotera (1972), Ritratto di donna velata (1975), Saturnino Farandola (1977), I giochi del diavolo (1979), Tre ore dopo le nozze (1979), Rosaura alle 10 (1981), Verdi (1982), Sogni e bisogni (1985), Turno di notte (1987), Il gioko (1989), Una sirenetta innamorata (1991), L’ispettore Coliandro (2009), Il mostro di Firenze (2009).

Profondo rosso(1975) è il film più importante di Dario Argento, il lavoro indimenticabile che ne decreta il successo imperituro. Non siamo ancora nell’horror puro, ma in una cornice gialla classica, contaminata da penetranti elementi macabri. La parte orrorifica prende il sopravvento sin dalle prime scene in un teatro, che vedono la sensitiva Helga Ullman (Macha Meril) avvertire la presenza in sala di un omicida e quindi finire massacrata nel camerino. Marcus Daly, un pianista inglese (David Hemmings) indaga insieme alla giornalista Gianna Brezzi (Daria Nicolodi) ed entrambi vengono coinvolti in una spirale interminabile di omicidi. Profondo rosso è un film talmente noto che pare inutile raccontare la trama, anche perché sono stati scritti saggi ponderosi e approfonditi sulla pellicola. Fa da spartiacque tra il thriller puro e l’horror e segna la nuova strada di Dario Argento, sempre più in preda alla sua fantasia macabra e visionaria. L’elemento paranormale è sempre presente, così come incontriamo ambientazioni gotiche e momenti surreali scanditi da apparizioni di pupazzi meccanici. L’estetica dell’omicidio viene perfezionata secondo la lezione di Maria Bava, ma da ora in avanti sarà presa a modello  anche da autori statunitensi come John Carpenter e Rick Rosenthal nella saga Halloween (1978 – 81). Il merito della sceneggiatura ricca di suspense va diviso tra il regista e Bernardino Zapponi che inseriscono in una storia gialla elementi macabri e momenti di puro terrore. Funziona tutto, persino la colonna sonora dei Goblin che ha fatto epoca, ma – se proprio vogliamo trovare un difetto – lo rinveniamo in alcuni dialoghi impostati e in certi personaggi troppo monodimensionali. A parte i due ottimi protagonisti, vanno menzionati interpreti come Clara Calamai, Eros Pagni e Gabriele Lavia che lasciano caratterizzazioni memorabili. Un finale a sorpresa che mostra il killer riflesso nello specchio del corridoio come se fosse un orribile dipinto è un altro colpo di genio e di fantasia surrealista. Inutile dire che Profondo rosso è stato uno dei film più amati degli anni Settanta e che il suo successo è ancora ammantato da un alone di leggenda.

Suspiria è il primo passo compiuto da Dario Argento verso un horror puro, viscerale, soprannaturale, che si libera degli obblighi di trama per realizzare un’estetica pura dell’omicidio. Non manca il clima gotico, pure se la storia si svolge in epoca contemporanea e vede protagonista Suzy Bannion (Jessica Harper) impegnata a studiare danza all’Accademia di Friburgo. L’attacco è completamente gotico, perché si svolge in una sorta di castello durante una notte di tregenda. Il terrore ci accompagna per lunghe sequenze e raggiunge il culmine nella scena del bagno con il primo omicidio di una ragazza che frequenta la scuola, afferrata da una mano che rompe il vetro della finestra. Alida Valli è miss Tanner, un’insegnante dell’Accademia, coadiuvata da Madame Blanc (Joan Bennett), entrambe piuttosto tese per le indagini della polizia. Allieve della scuola sono anche Olga (Barbara Magnolfi) e Sara (Stefania Casini), che faranno una brutta fine. Dario Argento descrive un’invasione di larve, dimostrando la sua attrazione verso gli insetti, ma soprattutto inserisce una serie di omicidi davvero efferati. Non è il solito thriller, però. Lo spettatore se ne rende conto, nonostante i primi omicidi a base di mani guantate, colpi di coltello e rasoio, soltanto in un finale assurdo e rocambolesco che mette in primo piano la figura di una setta di streghe. Una delle scene emblematiche vede protagonista il pianista cieco interpretato da Flavio Bucci mentre viene assalito e sbranato dal suo cane in una surreale piazza deserta. La storia presenta un clima da fiaba horror e si ispira a Bava per le suggestioni visive, l’uso adeguato del colore e la suggestiva fotografia. Il finale è spettacolare, ma al tempo stesso scioccante e inatteso, in perfetta  sintonia con una storia onirica e soprannaturale che racconta il primo atto delle Tre Madri. La musica ossessiva dei Goblin è un elemento inscindibile che caratterizza i momenti fantastici della trama e i delitti più efferati. Suspiria rappresentò un successo di pubblico senza precedenti, anche se gli spettatori amanti del thriller uscirono dal cinema con un senso di delusione per il finale soprannaturale. Utile ricordarlo adesso, proprio dopo aver visto l’ottimo remake girato da Luca Guadagnino.

Phenomena è il nono film di Dario Argento ed è ambientato nella cornice di un tetro collegio svizzero, incastonato tra montagne innevate e verdi vallate, percosso da un vento come il phön che “fa impazzire”, corsi d’acqua che scorrono, animali e insetti. La natura ha un ruolo privilegiato in questa storia che Dario Argento ha girato ricorrendo ad acrobatiche e pazienti tecniche di ripresa e a espedienti scenografici insoliti. La protagonista è la giovanissima statunitense Jennifer Connelly (quattordici anni) che aveva debuttato e convinto pochi mesi prima con una piccola parte in C’era una volta in America (1984) di Sergio Leone. Dario Argento le affida la parte principale del film e la guida da maestro in una interpretazione complessa che l’attrice recita a dovere. Jennifer Connelly la ritroveremo negli anni successivi in Labyrinth (1986) di J. Henson e in ruoli spesso ambigui come ne Il posto caldo (1990) di D. Hopper, Scomodi omicidi di L. Tamahori e Dark City di A. Proyas. La sua bellezza bruna dai lineamenti delicati ma ambigui e virginali la porta a recitare ruoli molto particolari. In ogni caso è un volto che ben si adatta al cinema horror e al thriller. Nel film di Dario Argento Jennifer Connelly è Jennifer Corvino, figlia di un noto attore americano che si reca in un esclusivo collegio svizzero per completare i suoi studi. Quando lei arriva in Svizzera il mostro è già all’opera e la prima vittima la seguiamo in diretta durante le sequenze iniziali di Phenomena. Si tratta di Fiore Argento, figlia del regista, inseguita da un misterioso assassino, ferita alle mani e infine uccisa con un deciso colpo di forbici e decapitata dal killer che getta la sua testa in una cascata. Le prime sequenze del film sono scioccanti e introducono al clima malsano da favola macabra che pervade tutta la pellicola. 

   La colonna sonora è un elemento fondamentale per la riuscita dell’opera e anche se Piero Mereghetti la critica  per un “eccesso di heavy metal”, secondo noi è perfetta e scandisce a dovere i momenti di maggior tensione. I Goblin interpretano le musiche come ai tempi di Profondo Rosso (1975) e gli autori Claudio Simonetti, Bill Wyman e Simon Boswell non sono certo gli ultimi arrivati.

 Il ruolo della natura è preponderante per tutta la pellicola, al punto di spingerci a definire Phenomena un thriller fantastico-ecologico. Il vento muove gli alberi in maniera incessante ed è un vento terribile, come spiega Donald Pleasence nei panni del professor John McGregor, l’entomologo che indaga sui delitti, un vento che fa impazzire la gente. Una testa piena di vermi e di larve che si cibano di cadaveri ci viene presentata in primo piano nella casa dell’entomologo, che fa subito amicizia con la ragazzina e comprende la natura dei suoi poteri soprannaturali. Jennifer è sensitiva e sonnambula, soprattutto però ha il dono di un feeling intenso e particolare con gli insetti che le ubbidiscono, comunicano con lei, si fanno accarezzare, la comprendono. Piero Mereghetti dice che il rapporto soprannaturale di Jennifer concerne tutto il mondo animale, ma secondo noi non è vero. L’unico animale che aiuta la ragazza è lo scimpanzé dell’entomologo, ma agisce soltanto per vendicare il padrone ucciso e poi si tratta di una bestia addomesticata, non c’è niente di soprannaturale nella sua azione. Jennifer ha una relazione telepatica solo con gli insetti e saranno loro a metterla sulla strada della soluzione del mistero e a toglierla dai guai quando ce ne sarà bisogno. Vediamo una prima scena dove la ragazzina accarezza un’ape e implora alle persone che sono intorno a lei di non farle alcun male perché sa che non verrà punta. Si capisce subito che il suo rapporto con gli insetti è particolare ed è basato sull’amore.

La pellicola entra nel vivo del mistero e cominciano le uccisioni da parte del killer misterioso che fa scomparire i corpi delle vittime. Per questo gli investigatori deducono che l’assassino è necrofilo e conserva i cadaveri. Jennifer vede un nuovo orrendo delitto durante un episodio di sonnambulismo e il regista ci mostra la ragazza con la soggettiva di alcune coccinelle che la guardano con occhi da insetti (l’immagine risulta frammentata). Jennifer mentre dorme sente la presenza del mostro, intuisce i delitti, un rumore inquietante di un cuore che pulsa la fa svegliare dal sonno e la precipita nel sonnambulismo. Pure la compagna di camera viene uccisa da uno stiletto appuntito mentre amoreggia nel parco con il fidanzato. Jennifer riesce a non cadere sonnambula e si fa aiutare da una lucciola per ritrovare l’amica, ma l’unica cosa che scova è un guanto che contiene dei vermi. Gli insetti sono i veri protagonisti del film ed è soltanto per merito di una lucciola e del potere particolare di Jennifer che l’entomologo intuisce la soluzione del caso. Due parole su Donald Pleasence vanno dette, soprattutto adesso che non c’è più e che manca un volto come il suo così adatto per il cinema horror. Pleasence è bravo come sempre, ben calato nella parte, sicuro e convincente nella recitazione. Non ricordiamo un solo film dove la sua interpretazione non sia professionale e all’altezza della situazione. L’entomologo capisce che Jennifer ha questo grande potere nei confronti degli insetti, vede intorno a sé le gabbie in preda ad agitazione, gli scorpioni, le mosche, le api sembrano in pena per il destino della ragazzina. Le percezioni extrasensoriali sono la norma per gli insetti, sono il loro modo ordinario di comunicare e Jennifer per uno strano scherzo della natura può parlare con loro e trasmettere le sue emozioni. C’è una scena del film che ci ha ricordato Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma (1976) ed è quella con le compagne di collegio che prendono in giro Jennifer a causa del suo presunto potere sugli insetti. Le ragazze le vanno dietro, la accerchiano, simulano il ronzio delle mosche e delle api e ridono di lei. Jennifer per tutta risposta chiama a raccolta un enorme sciame di insetti che circonda come una immensa nube nera tutto il collegio. La scena è stata realizzata con un semplice ma geniale trucco artigianale, usando in sovrimpressione l’immagine del caffè in polvere versato nell’acqua. Dario Argento per questa sequenza può darsi che si sia ispirato a De Palma, pure se la scena di Carrie è molto più violenta e vede la ragazzina scatenare la furia degli elementi grazie al suo potere di telecinesi. A questo punto le istitutrici del collegio e le compagne pensano che lei abbia poteri diabolici e restano sconcertate. Tra le insegnanti citiamo la bellissima Dalila Di Lazzaro, bionda teutonica perfetta nei panni della direttrice svizzera, ma purtroppo confinata in un ruolo marginale. Daria Nicolodi invece ha un ruolo decisivo nella seconda parte del film ed è l’insegnante Frau Brückner.

   Donald Pleasence scopre che nel guanto dell’assassino ci sono le larve della grande sarcofaga, una mosca che si nutre di cadaveri e di resti umani. Jennifer per merito del suo rapporto con gli insetti segue la mosca e si fa condurre al rifugio del killer necrofilo che uccide e conserva i cadaveri delle vittime. Vediamo di nuovo il fondamentale aiuto degli insetti in questo horror soprannaturale che mette in primo piano una mosca capace di fiutare la presenza di cadaveri. Phenomena è un genere di pellicola che purtroppo in Italia non si fa più e che lo stesso Dario Argento ha abbandonato per seguire la strada più redditizia del thriller di stampo televisivo. Il fascino di Phenomena è proprio nella miscela sapiente di favola nera e di thriller, di horror e di telepatia, di poteri extrasensoriali e di effetti speciali a base di insetti. La ragazzina grazie alla mosca raggiunge uno chalet di montagna disabitato che era la prima dimora dell’assassino. Intanto viene ucciso Donald Pleasence, che paga cara la sua scoperta, per mano di una folle Daria Nicolodi madre di un bambino mostruoso, il vero colpevole dei delitti. La mamma protegge un figlio deforme che ha avuto da uno psicopatico dopo una violenza carnale e cerca di salvarlo fino alla morte. Per quel che concerne questa tematica possiamo trovare qualche analogia con Venerdì 13 di Sean Cunningham (1980), pure là c’era una madre folle che proteggeva un figlio deforme e perverso. In ogni caso si tratta solo di debiti di ispirazione perché i personaggi e la storia sono molto diversi.

La parte finale di Phenomena è di quelle che non si scordano da quanto è orrorifica e ricca di colpi di scena. Prima di tutto è molto suggestiva la casa di Daria Nicolodi, che ha tutti gli specchi coperti da drappeggi per impedire al figlio orribile di vedere la sua immagine riflessa. Ma è altrettanto notevole la tensione narrativa di tutte le sequenze che portano alla terribile scoperta e che ci ingannano a dovere, come l’irruzione nella camera di un bambino – fantoccio da parte di Jennifer. Il tema dei bambolotti meccanici che spaventano è una consuetudine nei film di Dario Argento ed è un artificio orrorifico che colpisce sempre lo spettatore. Jennifer trova dei vermi sul sapone e capisce che sono le larve della grande sarcofaga, la Nicolodi colpisce la ragazza e la rinchiude in una stanza dalla quale però riesce a scappare. La fuga di Jennifer la porta a contatto con il killer, in una fossa buia dove qualcuno ha incatenato l’ispettore di polizia Rudolf Geiger (Patrick Bauchau) e finisce dentro una vasca orribile piena di resti cadaverici. È davvero notevole la scena in cui Jennifer cade nella vasca colma di resti umani putrefatti, con il poliziotto che riesce a liberala sacrificando una mano per togliersi le catene. Durante la fuga Jennifer incontra il bambino mostruoso che soltanto in questa sequenza viene scoperto come il vero killer. Dario Argento è un maestro nel creare una tensione assoluta e nel mostrarci l’orribile volto del bambino solo all’ultimo istante. Il mostro in realtà non è un vero bambino, ma una creatura meccanica creata da Sergio Stivaletti che ha curato gli effetti speciali e soprattutto il trucco. Agli effetti hanno contribuito pure Luigi Cozzi, Giovanni Corridori e Maurizio Garrone. Citiamo anche il ruolo di Michele Soavi come aiuto regista e interprete di una piccola parte. A questo punto tornano in ballo gli insetti, la sola arma che Jennifer può usare contro il terribile mostro armato di una lancia acuminata. L’infernale adolescente finisce divorato da un nugolo di mosche guidate da Jennifer all’assalto del mostro. Non è ancora finita perché l’assassino con il volto scarnificato cercherà di uccidere Jennifer nelle acque del lago dove entrambi cadono. Pure qui l’influenza di Venerdì 13 si fa sentire. Daria Nicolodi tutti la credevamo morta e invece non è così, perché torna alla ribalta per uccidere l’avvocato che è venuto a salvare Jennifer. La madre, ormai del tutto folle per la morte del figlio, stacca la  testa dal collo dell’uomo con un colpo netto di lamiera metallica. Il finale è tutto per lo scimpanzé che salva Jennifer e vendica la morte del padrone, affettando a colpi di rasoio la madre del mostro. 

Davvero grande il finale che, sottolineato dalla musica metallica dei Goblin, fa precipitare lo spettatore in un abisso infernale di terrore. Il ruolo fondamentale della natura e delle componenti ecologiche è confermato da una colluttazione nelle acque del lago, dal solito vento che sconvolge la vallata e soprattutto dall’intervento decisivo prima delle mosche e poi dello scimpanzé.

Il soggetto e la trama del film sono di Dario Argento e Franco Ferrini e di sicuro risultano sopra la media dei lavori del regista romano, tanto sono interessanti e ben articolati. Merito anche degli sceneggiatori Maurizio Garrone, Nello Giorgetti, Luciano Spadoni e Umberto Turco. La fotografia di Romano Albani ci presenta una Svizzera tetra quanto basta, immersa tra montagne e corsi d’acqua, sconvolta dal vento e piuttosto orrorifica. Il montaggio di Franco Fraticelli è rapido e non dà tregua allo spettatore, soprattutto nella parte finale. Gli effetti speciali e il trucco sono il piatto forte del film, che segna l’inizio di una fruttuosa collaborazione tra Dario Argento e Sergio Stivaletti. Piero Mereghetti nel suo monumentale “Dizionario” concede addirittura tre stelle alla pellicola, cosa insolita per un lavoro ascrivibile alla cinematografia di genere, ma Dario Argento è ormai da tutti considerato un maestro. Non condividiamo però certi giudizi del critico milanese, soprattutto quando afferma che Phenomena è troppo simile a Suspiria (1977). L’unica cosa che hanno in comune i due film è l’ambientazione in un collegio svizzero, ma per il resto le due storie sono completamente diverse. A nostro giudizio le uniche analogie, veri e propri debiti di ispirazione, vanno ricercate con Venerdì 13 e Carrie – Lo sguardo di Satana. Phenomena è un prodotto originale, in assoluto uno dei migliori film di Dario Argento, soprattutto per quel suo tono insolito da favola nera e per la contaminazione tra il genere horror soprannaturale e il thriller orrorifico vecchia maniera.

La proprietà non è più un furto fa parte della trilogia della nevrosi di Elio Petri, rappresenta la nevrosi da denaro, insieme a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (potere) e La classe operaia va in paradiso (lavoro). Sono tre film scritti in collaborazione con Ugo Pirri, tutti fortemente politici, quasi manifesti ideologici di un programma più a sinistra del Partito Comunista Italiano, aborriti con uguale forza dalla critica di destra e dalla sinistra schierata con l’apparato. Forse solo Il Manifesto parlò in termini entusiastici de La proprietà non è più un furto, il meno riuscito della trilogia, il più grottesco e il meno premiato. In concorso al Festival di Berlino e presentato alle Giornate del cinema di Venezia (1973) non ottiene riconoscimenti, viene sequestrato per oscenità e infine fa registrare un buon successo di pubblico, spacciato dal distributore Lombardi come commedia all’italiana, vista la presenza di Tognazzi. Prima proiezione il 3 ottobre 1973. Incasso finale quasi un miliardo e mezzo di vecchie lire.

La trama non è la cosa più importante, ma va riferita in estrema sintesi. Total (Bucci) – il nome è tutto un programma – è un impiegato di banca allergico al denaro, figlio di un ex bancario integerrimo (Randone), convertito al marxismo-mandrakismo, che diventa ladro per ideologia, perseguitando ciò che per lui è il simbolo del capitalismo: un laido macellaio romano (Tognazzi) cliente della sua banca, che possiede una bella amante (Nicolodi) e tanto denaro. Il suo scopo è derubarlo, poco a poco, di tutto, persino della sua donna, che cerca di concupire, del coltello con cui affetta la carne, dei gioielli e del denaro. Si fa aiutare da un romantico scassinatore – attore (Scaccia) che gli insegna il mestiere, ma resta incastrato nel meccanismo e alla fine muore di crepacuore in questura. Il padrone ha la meglio – come sempre – e strangola il suo persecutore in ascensore.

Roberto Chiesi ha scritto un saggio molto esaustivo su La proprietà non è più un furto, contenuto nel volume L’ultima trovata – Trent’anni di cinema senza Elio Petri (a cura di Diego Mondella – Pendragon, 2012), parlando di “un apologo cadenzato da sequenze, un atto di accusa contro la borghesia, grottesco e caratterizzato da un forte pessimismo”. Il film fu attaccato con vigore da molta critica italiana, che lo definì brechtianeggiante, pieno di squilibri narrativi e privo di chiarezza ideologica. Elio Petri fu molto contrariato, per non dire indignato, ma si consolò con la buona accoglienza riservata alla pellicola in Francia e in Germania. Non è un film facile, rivisto oggi va storicizzato alla temperie culturale italiana del post Sessantotto altrimenti si finisce per non comprenderlo. La Cineteca di Bologna, nel quarantennale della pellicola, ha provveduto a un pregevole restauro in digitale. La proprietà non è più un furto resta uno specchio del suo tempo, un film programmaticamente marxista, un noir grottesco, a tratti commedia nera, pervaso di erotismo malsano, intriso di una decadente isteria. Alla base di tutto c’è l’odio di classe, il disprezzo verso i nuovi ricchi, rozzi e incolti, ben rappresentati da Tognazzi che si esprime in un romanesco persino eccessivo. L’erotismo stigmatizza una nuova forma di possesso: Daria Nicolodi alle prime armi, mai vista così sensuale, è la donna oggetto che si mostra nuda in scene scabrose, talmente eccessive da scandalizzare la solerte censura. La banca, vista come una chiesa, un tempio, utile solo per chi possiede, non per chi vorrebbe cercare di vivere meglio, così come la casa del macellaio è il regno del cattivo gusto, della ricchezza volgare. Non meno negativa la figura del padre di Total, un Salvo Randone bravissimo, onesto per vigliaccheria, ma quando si trova in possesso del denaro non vorrebbe mollarlo. Surreale il suo interrogativo rivolto al figlio: “Non sei ladro, non sei onesto. Ma chi sei?”. Flavio Bucci è fantastico, un vero mattatore, che contende il primato al rivale Tognazzi, uno scontro epocale tra due diversi tipi di follia. Bene anche Orazio Orlando, il brigadiere Pirelli (altro nome che è tutto un programma), un poliziotto timoroso di decidere, impaurito dal giudizio della stampa e in fondo servo del potere. Mario Scaccia è un romantico scassinatore che interpreta la parte di se stesso in un vecchio numero di teatro che ricorda Petrolini. Luigi Proietti si ritaglia un piccolo spazio quando nel finale recita l’omelia per il ladro scomparso, una sorta di elogio funebre perché “senza i ladri l’economia finirebbe a rotoli”, quindi “un ladro che muore sul lavoro è un eroe, perché rubando alla scoperto giustifica i ladri che rubano protetti dalla legalità”.

Inferno (1980) è il secondo film soprannaturale di Dario Argento e rappresenta uno dei suoi tre capolavori indiscussi insieme a Profondo Rosso (1975) e Suspiria (1977). Il regista prosegue la tematica delle tre madri aperta con Suspiria, la rende più complessa e articolata, sino a un finale imprevedibile che apre le porte a una nuova pellicola che attendevamo da anni ed è finalmente arrivata. Un film importante interpretato da un ottimo cast di attori come Leigh Mc Closkey, Eleonora Giorgi, Daria Nicolodi, Alida Valli, Leopoldo Mastelloni, Irene Miracle e Gabriele Lavia. Nella parte di Mater Tenebrarum, la più perfida e inquietante, troviamo Veronica Lazar, attrice rumena presente anche ne L’aldilà di Lucio Fulci e in Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci. Il soggetto e la sceneggiatura risentono della collaborazione di Daria Nicolodi e Dardano Sacchetti, non accreditati ma importanti per un buon risultato finale. La moglie di Argento è stata l’ispiratrice dei suoi lavori migliori e la sua importanza come attrice e collaboratrice ai soggetti è fondamentale. La storia delle Tre Madri deriva da Suspiria de profundis, un libro di Thomas de Quincey del 1845, ed è alla base anche di Suspiria. Inferno si ricorda per la stupenda colonna sonora di Keith Emerson, una miscela sapiente di musica rock a base di tastiere elettriche e pezzi del verdiano Va pensiero. Paolo Mereghetti sorprende in negativo quando sul noto dizionario che porta il suo nome definisce “atroci” le pregevoli musiche di Emerson. Al critico milanese Inferno non è piaciuto, visto che concede soltanto una stella e mezza affermando che “manca la suspense e tutto si riduce a un rosario di ammazzamenti immotivati”. Mereghetti ama l’Argento legato al thriller e non approva la sterzata horror soprannaturale del regista romano. Per fortuna salva l’opera “per la tecnica pregevole e per certe parti di umorismo ghignante”. A nostro parere Inferno vale molto di più di quanto ritiene il critico milanese e rappresenta un film dell’orrore gotico, che segue la lezione di Mario Bava e della migliore cinematografia italiana degli anni Sessanta.

   La trama di Inferno è piuttosto complessa, ma non è importante comprendere tutto e seguire un filo logico della narrazione perché la storia è soltanto una fiaba nera irrazionale. Irene Miracle è Rose Elliot, una giovane poetessa newyorkese, molto più a suo agio in un film dell’orrore di quanto lo sia stata ne La portiera nuda (1976) di Luigi Cozzi, dove interpretava un poco congeniale ruolo erotico.    Rose compra dall’antiquario Kazanian un vecchio libro che racconta il mito delle Tre Madri: Mater Tenebrarum, Mater Lachrimarum, Mater Suspiriorum, che possiedono tre case rispettivamente a New York, Roma e Friburgo. Rose scopre che la più potente di queste madri risiede proprio nel suo palazzo e scrive al fratello Mark, studente di musica a Roma. Mark è interpretato da Leigh Mc Closkey, attore di non grande espressività, ma perfetto nel ruolo dello studente ingenuo catapultato in una spirale di orrore. La lettera finisce nelle mani di Sara (una diligente Eleonora Giorgi), studentessa di musica insieme a Mark, che trova il libro Le tre madri nella biblioteca di filosofia e viene uccisa nel suo appartamento insieme a un amico (Gabriele Lavia). Rose chiede a Mark di raggiungerla al più presto a New York ma la comunicazione cade e la ragazza viene uccisa in modo orribile. Mark arriva a New York e scopre la terribile verità che si cela dietro le Tre Madri in un crescendo di orrore irrazionale che avvince e sconcerta lo spettatore.  

Inferno è il secondo capitolo di una trilogia sulle streghe, ma non può essere considerato un sequel di Suspiria, visto che Argento è un regista così geniale che non ha bisogno di sfruttare vecchi successi per uscire con una nuova pellicola. Inferno è un nuovo capitolo di una saga, un temporaneo distacco dal thriller e dal giallo per scendere negli abissi dell’orrore soprannaturale e per raccontare il male in tutte le sue implicazioni. La storia delle Tre Madri che possiedono tre case in un triangolo mortale serve a raccontare come il male possa contagiare chiunque e nascondersi per le strade del mondo. La trama è piuttosto confusa e spesso capita di non capire certe scelte narrative, ma le sequenze sono così ben realizzate e sconvolgenti che si perdonano alcune incongruenze. La scena di Irene Miracle nei sotterranei della casa è un capolavoro di tecnica e di tensione, realizzata ricorrendo a soggettive della protagonista, ragnatele che pendono dalle pareti, vento innaturale, luce fioca e musica intensa. La parte migliore resta il bagno della Miracle per recuperare le chiavi, che comincia con una sensazione di tranquillità e delicatezza per finire con l’apparizione improvvisa e terrificante di un cadavere decomposto. Si tratta di una serie di sequenze a effetto che restano nell’immaginario dello spettatore, soprattutto per il contrasto tra la parte in cui la protagonista è cullata dalle acque e quella dove è costretta alla fuga dopo la demoniaca apparizione. Rose ha trovato l’antro di Mater Tenebrarum, la più pericolosa e potente delle Tre Madri. Da qui in poi il film non segue un filo logico definito, ma una serie di omicidi e di apparizioni demoniache portano lo spettatore verso un abisso infernale alla ricerca delle tre chiavi delle porte del male. La voce di Varelli, architetto costruttore delle mefistofeliche dimore, è il motivo conduttore del film mentre scorrono i titoli di testa: “La prima chiave è occultata nei sotterranei…. la terza è sotto la suola delle tue scarpe…”.

   Inferno è una storia che vuole raccontare il male, un film molto cinematografico che non sfrutta dialoghi e narrazione, ma mette in mostra immagini cupe e angosciose. Dario Argento amplia le tematiche già presenti in Suspiria e le porta alle estreme conseguenze, tanto da spiazzare lo spettatore che si trova coinvolto in una spirale di delitti. Il motivo è solo la ricerca del male, la spiegazione di come sia diffuso nel mondo e possa colpire quando meno ce lo aspettiamo. Qui il male non è la stregoneria, ma il male in sé, la sua stessa natura imponderabile che provoca omicidi immotivati. Il film si sviluppa tra Roma e New York, due dei luoghi dove le Tre Madri che governano il mondo avrebbero le loro dimore. I luoghi sono gli stessi di Suspiria, perché c’è pure Friburgo, dove vive Mater Sospiriorum, anche se non si vede. A Roma c’è la residenza di Mater Lachrimarum, la più bella e giovane delle tre, impersonata dall’inquietante Anja Pieroni che appare e scompare mentre accarezza un gatto persiano. Mater Tenebrarum è a New York, nella casa di Rose, ed è lei la protagonista di un infernale finale contrassegnato da un crescendo di orrore. La musica accompagna le sequenze più terrificanti del film e gli omicidi più crudi, come quando il Va pensiero di Verdi sottolinea la morte di Gabriele Lavia (accoltellato alla giugulare) e di Eleonora Giorgi (pugnalata alle spalle) nell’appartamento della donna. Musica e delitti sono una costante dei film di Dario Argento, che si ricordano per molte scene efferate sottolineate dalla musica elettronica. Un altro elemento importante sono le mani del killer, coperte da guanti neri come nei migliori film di Mario Bava, ma in questo caso non umane, per far capire che l’omicida è soltanto la personificazione del male. Come in tutti i film di Dario Argento, è molto importante il valore simbolico degli animali, soprattutto gatti e topi, che vengono rappresentati come aggressivi e spietati. Pensiamo all’omicidio di Elise, la contessa amica di Rose impersonata da una bravissima Daria Nicolodi, aggredita e dilaniata dai gatti prima che una mano misteriosa la finisca a colpi di pugnale. Il gatto è un animale diabolico anche quando non è nero e in questo caso Argento si ispira a Edgard Allan Poe, ma personalizza un archetipo dell’orrore. Ricordiamo una scena inquietante che ha per protagonista l’antiquario Kazanian, nemico giurato dei gatti, quando in una notte di luna piena annega in un fiume alcuni felini. L’uomo perde l’equilibrio e non recupera le stampelle, cade nel fiume, quindi viene aggredito e divorato da orde di topi famelici, prima che un assassino (ancora il male) lo finisca a colpi di mannaia. Non dobbiamo cercare una logica in un film come Inferno, perché non la troveremo. Il regista vuol far capire che intorno ai protagonisti aleggia il male assoluto, capace di dirigere ogni dinamica.

Inferno ricorda Suspiria per tecnica di narrazione, scenografie, colori accesi e innaturali. Il finale è la sola parte deludente della pellicola, con il palazzo che brucia e i pompieri pronti ad agire, ma pare che ci sia poco da fare perché il vero inferno è ormai sulla Terra. Inferno è un film ermetico e violento, ma al tempo stesso suggestivo e affascinante, con un Argento ispirato che costruisce un gioiello che resterà negli annali della cinematografia horror italiana.

Inferno e le figure femminili

Un’analisi a parte meritano le figure femminili di Inferno, per il modo in cui vengono presentate e successivamente trucidate all’interno di una storia visionaria e irrazionale. Si parte dalla curiosità che porta Rose alla scoperta della dimora di Mater Tenebrarum e di un cadavere decomposto, ma soprattutto alla sua morte orribile per mano di un killer soprannaturale. Rose viene ghigliottinata da un vetro, il suo collo viene sospinto da due mani forti che lo accompagnano verso una morte inattesa e agghiacciante. Un’altra donna inquietante è impersonata da Veronica Lazar, infermiera del vecchio architetto Varelli che nell’ultima scena si rivela nei panni della strega per eccellenza, Madre di tutte le Madri: la Morte. “Mater Tenebrarum, Mater Lachrimarum, Mater Suspiriorum, ma gli uomini ci chiamano con un solo nome. Un nome che incute paura a tutti! Ci chiamano… La Morte! La Morte! La Morte!”.

Nei film di Dario Argento compare sempre l’acqua, simbolo femminile per eccellenza, che può essere calda e accogliente, ma anche torbida, scrosciante e inquietante. Inferno è un film dove ci sono molti corpi bagnati, temporali accompagnati da lampi, notti tempestose, acque inquietanti che accolgono o condannano, riscaldano e uccidono tra topi famelici e cadaveri decomposti.

 La donna per Dario Argento è una strega o una fata e in Inferno si contrappongono i candidi ruoli di Eleonora Giorgi, Irene Miracle e Daria Nicolodi a quelli demoniaci di Veronica Lazar, Anja Pieroni e Alida Valli (che non è una strega ma ha uno sguardo inquietante). Argento rappresenta spesso la donna come cadavere e lo fa con precisione e grande gusto estetico, ma si tratta di un tema caro a molti scrittori dell’orrore che deriva dalla poesia sepolcrale e dalla scrittura crepuscolare.

Inferno e Suspiria sono molto collegati, si direbbero i film della caduta negli inferi, a imitazione di quel che è successo al demone Lucifero, pellicole che vanno a scandagliare l’orrore nascosto nelle viscere della terra. Inferno narra la storia di Friburgo, New York e Roma come triangolo infernale scelto come sede dalle Tre Madri, una Trinità rovesciata fatta di sospiri, lacrime e tenebre (morte). Inferno è un film dalle grandi invenzioni sonore e scenografiche con la musica che presenta un’incredibile importanza nell’economia della storia. Argento dimostra grande gusto per il metafisico e per un’originale costruzione degli esterni. Vediamo facciate di palazzi, fogne invase da acque impazzite e topi, luci sbiadite che mostrano dettagli macabri, grattacieli misteriosi, eclissi di luna e notti di luna piena, inquadrature vuote e scene ossessive. Argento fa grande uso di soggettive, mani coperte da guanti neri, dettagli macabri su morti agghiaccianti, occhi infernali, serrature che si chiudono, primi piani su animali immondi come topi e gatti impazziti. La colonna sonora identifica subito il film, come era stato per Profondo Rosso, e la presenza di Kehit Emerson è importante perché rompe con il passato e non troviamo un unico pezzo che fa da motivo conduttore della pellicola. Argento vuole per Inferno diverse soluzioni musicali che realizzano una contaminazione interessante tra musica classica e rock duro. Niente a che vedere con I Goblin, ideatori di un ritmo ossessivo e martellante che accompagna delitti e indagini di Profondo Rosso.

   Inferno è un film sulla morte che descrive il male e spesso se ne compiace, perché al male e alla morte non si può scampare, dobbiamo farci i conti giorno dopo giorno. E infatti, a parte Mark che risolve il mistero ma non può fare niente per debellare la minaccia, tutti i personaggi del film muoiono di una morte orribile.

 Inferno non è piaciuto molto in Italia, ma all’estero ha tanti appassionati e diverse riviste lo hanno definito il capolavoro di Argento. La critica italiana ha gradito poco l’originalità e lo svolgimento della pellicola, a parte Marco Giusti che nel suo Stracult afferma: “Inferno è il film di Dario Argento che preferisco, quello più baviano, anche perché alcune scene sono veramente girate dal maestro”. Non ci risulta che Mario Bava abbia girato parti di questa pellicola, pure se nel cast tecnico è presente il figlio Lamberto in qualità di aiuto regista. Morandini stronca Inferno come “un film che fa a meno della logica e della psicologia” e lo classifica come “un’operazione di bassa macelleria”. I motivi per cui critici come Mereghetti e Morandini non apprezzano la pellicola sono gli stessi che la rendono appetibile a tutti gli appassionati di horror soprannaturale.

Tenebre (1983) sconcerta il pubblico di Dario Argento perché interrompe la trilogia delle madri dopo Inferno e Suspiria e segue la volontà di Salvatore Argento, produttore delle pellicole, che medita un ritorno al thriller per rinnovare il successo di Profondo rosso. La trilogia si chiuderà soltanto nel 2007 con La terza madre, pellicola controversa che supera le precedenti per eccessi barocchi, estremizzazioni violente e insolita attenzione al sesso.

   Argento raduna per Tenebre un grande cast composto da ottimi attori come Anthony Franciosa, Daria Nicolodi, Giuliano Gemma, John Saxon, Lara Wendel e John Steiner. Tra i comprimari più importanti citiamo Veronica Lario, Ania Pieroni, Christian Borromeo, Marino Masé, Mirella Banti, Eva Robins e il futuro regista Michele Soavi. Argento si conferma un maestro degli omicidi, confeziona uno dei suoi lavori più violenti e onirici, ma anche una delle opere più curate da un punto di vista tecnico.

   Il film è ingiustamente sottovalutato. In realtà è una pellicola indimenticabile, sia per merito della Louma, macchina da presa che consente acrobazie e virtuosismi, sia per molte scene gore e splatter. Uno scrittore americano di best-seller si trova a Roma per presentare Tenebre, il suo ultimo thriller, ma viene coinvolto in una serie di omicidi che ricalcano quelli dei suoi romanzi. La trama si snoda presentando una lunga serie di efferati omicidi durante due ore scarse di proiezione. Gli appassionati non devono accontentarsi di una censuratissima versione televisiva che spesso viene passata a notte fonda. Le scene più forti sono state tagliate e manca completamente quella durante la quale viene mozzato un braccio a Veronica Lario che schizza sangue per tutta la stanza. Silvio Berlusconi in persona pratica la censura televisiva per impedire che gli spettatori assistano a una scena così dura che vede protagonista la sua signora. Tenebre raggiunge livelli di suspense che ricordano il miglior Profondo rosso, presenta flashback intensi, parti oniriche ben realizzate, si caratterizza per una trama originale e un’ottima interpretazione. Le musiche di Claudio Simonetti fanno parte integrale del film, come in ogni opera di Argento, sottolineano i momenti importanti della vicenda e accompagnano flashback e omicidi. Il regista mette in primo piano l’omicidio come elemento estetico sin dalla lettura delle pagine del libro Tenebre. L’impulso era diventato irresistibile. C’era una sola risposta alla furia che lo torturava e così commise il suo primo assassinio. Aveva infranto il più profondo tabù e non si sentiva colpevole né provava ansia o paura, ma libertà: ogni ostacolo umano, ogni umiliazione che gli sbarrava la strada poteva essere spazzato via da questo semplice atto di annientamento: l’omicidio. Il film ruota tutto attorno a questobrano, recitato dallo stesso Argento in apertura di pellicola, e apre la strada al duplice mistero che diventa sempre più ingarbugliato. Gli omicidi sono diversi perché non è sempre il solito killer a colpire e le motivazioni risultano distinte. Il primo assassino uccide cleptomani, lesbiche e pervertiti di ogni tipo a colpi di rasoio, per compiere una sorta di purificazione. Il secondo assassino uccide il killer, lo fa rivivere e devasta a colpi d’ascia i corpi di alcune vittime predestinate. Lo sconosciuto transessuale Eva Robins (Roberto Coatti) interpreta un piccolo ma importante ruolo nella parte onirica che rappresenta la malattia mentale del secondo killer.

   Tenebre fa eccezione a un cliché di Argento perché una volta tanto l’assassino non è donna. Il regista è stato spesso accusato di misoginia e di maschilismo proprio per questa preferenza e in alcune battute di Tenebre cerca di difendersi con le parole del protagonista. In Suspiria (1977) e Inferno (1978) le donne che uccidono hanno malefici poteri soprannaturali. In Quattro mosche di velluto grigio (1971) il detonatore omicida è il rancore verso gli uomini, mentre sono traumi infantili e di altro genere che guidano mani assassine in Profondo rosso (1975), Phenomena (1984), Trauma (1994) e La sindrome di Stendhal (1996). Le donne sono vittime privilegiate anche in Tenebre, personaggi da punire per colpe ancestrali, in ogni caso presenze perverse e inquietanti. I due killer, però, sono uomini in preda a inconfessabili malattie mentali e a traumi che derivano dall’età evolutiva. Una costante nel cinema di Argento è la presenza di un assassino insospettabile che uccide per nascondere un terribile segreto o spinto dalle conseguenze di un grave trauma infantile.

   Tenebre è un film importante perché porta alle estreme conseguenze la lezione di Mario Bava presentando ancora una volta un assassino in guanti neri che uccide a colpi di rasoio. L’uso della soggettiva con la macchina da presa che si muove in maniera acrobatica e identifica le azioni del killer è innovativo, così come gli efferati delitti a colpi d’ascia e di rasoio sono il sale della pellicola. Altri elementi ricorrenti sono i primissimi piani degli occhi, secondo la lezione di Mario Bava, la macchina da presa che immortala il terrore delle vittime e le mutilazioni compiute dalle armi bianche (preferite dal regista), senza eccedere nel filmare la morte, caratteristica tipica di Lucio Fulci. Importante anche la musica che introduce a un momento di tensione, accompagna gli omicidi e libera la violenza dei colpi. Le citazioni letterarie non mancano mai nei film di Argento e anche in Tenebre viene fuori Il mastino di Baskerville di Conan Doyle quando il protagonista afferma che la verità è sempre possibile. Non manca neppure un personaggio che ha visto il killer ma non ricorda il particolare decisivo, sino al momento in cui tutto torna alla memoria per giungere rapidamente a uno sconcertante doppio finale. Dario Argento abbandona l’horror soprannaturale, fa i conti con il possibile e gira una pellicola del terrore, un thriller onirico inquietante e morboso che fa rivivere le atmosfere metropolitane de L’uccello dalle piume di cristallo (1969), Il gatto a nove code (1971), Quattro mosche di velluto grigio (1972) e Profondo rosso (1975).

Tenebre è un film realistico che diventa inquietante per merito di una fotografia luminosa del grande Luciano Tovoli e per le personalità contorte dei due assassini. Il giornalista interpretato da John Steiner è un cattolico perbenista dalla mente contorta che non sopporta i pervertiti e gli amorali. Lo scrittore interpretato da Anthony Franciosa scopre il killer, lo uccide con un colpo d’ascia e infine ne prende il posto per vendicarsi delle persone che lo danneggiano. Alla base degli omicidi dello scrittore c’è un trauma adolescenziale, causato da una donna che lo umilia e che lui stesso uccide. La scena che resta impressa nell’immaginario collettivo è quando, in un cruento finale, la sagoma folle di Anthony Franciosa si staglia dietro un impotente Giuliano Gemma per brandire un terminale colpo d’ascia. Brian De Palma cita l’inquietante passaggio in Doppia personalità (1992).

Dario Argento torna all’horror soprannaturale e chiude finalmente la trilogia delle Tre Madri, aperta con Suspiria (1977) e Inferno (1980). Suspiria de profundis (1845) di Thomas de Quincey giunge alla conclusione, dopo averci condotto a Friburgo e a New York, l’orrore si sposta a Roma dove vive la più terribile delle madri: Mater Lacrimarum. La musica terrificante del bravo Claudio Simonetti accompagna le scene più macabre e inquietanti del film che si apre con una carrellata sul cimitero di Viterbo, tra corvi gracchianti, scheletri decomposti e preoccupanti ritrovamenti. Asia Argento (Sarah Mandy) diventa subito protagonista della storia che si dipana su Roma, al museo di arte antica, dove studia un’urna recuperata nel cimitero. Le sequenze girate al museo sono terrificanti e ricordano il miglior Argento dei tempi di Suspiria. Notiamo il particolare della mano che toglie la cera, il taglio, il sangue che cola nella cassa con pugnali e statuette, ma anche la lettura di versi che scatena l’orrore accompagnato da fragore di terremoto e grida di scimmie. L’uccisione di Giselle (Coralina Cataldi Tassoni), collega di Sarah, è terribile: la donna viene aggredita, finita selvaggiamente con un tubo infilato in bocca e sbudellata. Argento diventa persino eccessivo e anche se anni fa disse di Lucio Fulci: “Quando esagera mi diverte”, qui pare citare il maestro scomparso rendendo omaggio a un certo modo di fare cinema. La scena è un trionfo di splatter e  di gore, la donna viene strangolata con le proprie budella, come meglio non avrebbe saputo fare il Joe D’Amato di Antropophagus (1980). Dario Argento si libera della sua nuova musa ispiratrice Carolina Cataldi Tassoni togliendola subito di scena e regalando agli appassionati una sequenza orrorifica in sintonia con il gusto per l’eccesso. La fuga di Sarah è un capolavoro di tensione, una voce di donna fa aprire le porte, si pensa a un fantasma, a una presenza ultraterrena e si finisce per capire che è la madre sensitiva (Daria Nicolodi) a proteggerla dall’aldilà. Dario Argento non è mai stato un maestro nel dirigere gli attori, per lui è più importante la tecnica, contano molto la fotografia cupa e angosciante, una musica intensa, le scene a effetto. La terza madre non fa eccezione perché troviamo i soliti poliziotti sciocchi che recitano battute improbabili e Michael, patetico fidanzato di Sarah (Adam James), divorziato con una bambina, che pare uscito dal peggior fumetto. Il colloquio tra Sarah e Michael sulle forze occulte sembra scritto da un pessimo autore horror delle vecchie collane pulp. Per contrasto sono notevoli le sequenze che rappresentano lo scatenarsi dell’orrore e le strade di Roma in preda all’angoscia. Vediamo una madre gettare il bambino nel Tevere, seguiamo il male che si diffonde a colpi di coltello e uccisioni immotivate. A tratti sembra di rivedere Dèmoni (1985) di Lamberto Bava ma il tono è più cupo e terrificante, non lascia speranza. 

   Argento sperimenta una tecnica nuova ed è originale la trovata di inserire un fumetto per raccontare una vecchia leggenda che riguarda urna e tunica magica, segni del potere di Mater Lacrimarum. Il rapimento del figlio di Michael è la nuova mossa malefica che segue un’epidemia di suicidi, tracce di sangue e simboli, tra insoliti eccessi di violenza. Dario Argento sembra fare un discorso sociale usando un genere cinematografico come l’horror, perché la storia è anche una metafora della società contemporanea.

   L’uso della soggettiva è intenso e ben fatto, serve a creare suspense e accompagna i momenti più terrificanti della pellicola. A un certo punto tutti danno la caccia a Sarah, sia le forze del male che la polizia, prima alla stazione, quindi in una libreria, ma è il fantasma della madre che la protegge. La pellicola pare girata in video ed è molto televisiva, anche se nei passaggi su Sky viene tagliata nelle parti più macabre. Il problema di Argento è che da lui si attende sempre il meglio e non è facile accontentarsi di un buon prodotto. Il film procede con buona tensione, vediamo la strega Katerina (Jun Ichikawa) uccidere un passeggero sul treno in un nuovo eccesso di occhi insanguinati e pupille bianche stile Lucio Fulci. Ottima la sequenza gore durante la quale Sarah schiaccia la testa a Katerina chiudendola nella porta del bagno.

   Gli animali sono una costante dei film di Argento e anche ne La terza madre non mancano lugubri corvi gracchianti e improbabili scimmie infernali. Il regista inserisce anche un prete esorcista ed è proprio al convento che Sarah conosce la vera storia dei genitori, uccisi da Mater Suspiriorum, e viene a sapere che la madre aveva grandi poteri. Le Tre Madri hanno dato vita alla stregoneria, due vivevano a Friburgo (Suspiriorum) e a New York (Tenebrarum), ma sono morte. A Roma vive ancora Mater Lacrimarum, la più terribile, che è stata risvegliata e ha dato vita a una spirale di orrore.

   Argento gira un horror soprannaturale puro, riprende indemoniati che sembrano zombi di Romero, racconta la storia di una madre delle lacrime che sparge il male nel mondo e convoca le streghe a Roma. L’esorcista padre Johannes (Udo Kier) fa una brutta fine, massacrato a coltellate dalla serva che prima uccide in modo orribile il figlio e subito dopo si suicida. Argento si abbandona a un trionfo di sangue, non frena la macchina da presa e filma la morte, fino in fondo, riprendendo una fuga tra indemoniati che pare una citazione dei vecchi film di zombi. Vediamo chiese bruciare, streghe che si cibano di carne umana, persino un bambino scannato e divorato da bocche fameliche. Gli omicidi sono terrificanti, gli eccessi sembrano voluti, tra demoni che deformano pareti, spiriti vaganti e strade infestate da assassini e cadaveri. Sarah scopre di poter vedere ciò che gli altri non vedono, è una sensitiva come sua madre che appare per metterla in guardia contro Mater Lacrimarum. Daria Nicolodi sta poco sulla scena ma è molto brava e risolleva il tasso di recitazione della pellicola. Argento mostra una scena di amore saffico e un nuovo orribile delitto con un demone che compare seguito da una scimmia infernale. L’arma dell’omicidio è un punteruolo che fa uscire sangue dagli occhi della donna e ancora una volta troviamo un omaggio a Lucio Fulci con una citazione esplicita. Le donne vengono massacrate, il killer grida e la bocca si deforma, un punteruolo s’infila nella vagina di una ragazza. È un tripudio di gore con il killer in ginocchio davanti a Mater Lacrimarum che si ciba di dolore e si abbevera di lacrime umane. Torna in scena Michael, ormai preda dei demoni, suo figlio è stato ucciso ma pure per lui non c’è più niente da fare. Sarah lo brucia vivo e fugge, ancora una volta salvata dallo spirito della madre. Asia Argento ci delizia con una doccia nuda ma ben lontana dagli stilemi della commedia sexy, si tratta di una doccia horror che non ha niente di erotico e serve ad alzare il livello di tensione. Roma è un inferno surreale, Sarah incontra il belga Guglielmo De Vitt (un ritrovato Philippe Leroy), che le insegna come fermare Mater Lacrimarum. L’alchimista Varelli ha costruito le residenze delle Tre Madri, Sarah deve trovare la casa romana della strega e per sconfiggere il male deve rompere il Silentium, come dice il libro delle Tre Madri. De Vitt pronuncia un sibillino: “Quello che si vede non esiste e quello che si vede è la verità”, enigma che è la chiave di volta del mistero. Sarah vede streghe ridere per strada, trova la residenza di Mater Lacrimarum, osserva piccioni che volano, vetri e cocci sul pavimento e scende nei sotterranei. Torna in azione il poliziotto che salva Sarah da una trappola, siamo nelle catacombe di Rea Silvia, la dimora della madre delle lacrime. Il finale è un crescendo di tensione, viene catturato il poliziotto, arrivano le streghe e si susseguono scene infernali. Tutto si risolve bruciando la tunica di Mater Lacrimarum, interpretata da una sensuale Moran Atias, simbolo del potere malefico. La casa crolla, la strega è impalata da un obelisco, Sarah e il poliziotto si aprono un varco nella melma dei corpi decomposti. Il male è sconfitto.

Dario Argento ha detto che non voleva fare un film politico per stigmatizzare la violenza, queste sono cose da critici che non lo riguardano. “Se hanno trovato questo messaggio nel mio film lo accetto, ma sarà stata una cosa inconscia, di fatto scrivo un film come se fosse una sgangherata seduta psicanalitica, tiro fuori una storia assurda che ho dentro…” confessa negli extra del dvd.

La Terza Madre è il più fulciano dei film di Dario Argento, un vero e proprio omaggio al regista scomparso, una pellicola che filma la morte e ogni tipo di eccessi senza limiti di sorta. Da vedere senza preconcetti.

La proprietà non è più un furto è un film teatrale, interpretato da molti attori di teatro, originale come impianto scenico, perché i protagonisti (Bucci, Tognazzi, Orlando, Nicolodi e Scaccia) si presentano al pubblico, ripresi in uno sfondo nero, per narrare la loro visione della vita, aprendo i vari segmenti narrativi. Il capitalista che usa il denaro per fare altro denaro, per soggiogare i poveri, per esibire potere e ricchezza è un esempio di squallore prelevato dalla realtà. Daria Nicolodi che fa l’amore con lui “ferma come una bistecca”, perché è un oggetto, un lusso comprato con il denaro, si mostra come “un insieme di tette, cosce, pancia”, che vive “come un vaso pieno di buchi, aperto come un barattolo di pelati, col cazzo o con le dita…”. Il suo messaggio vorrebbe essere femminista, di ribellione, ma resta confinato nel pessimismo, perché sia lei che Total sono incapaci di sconfiggere il capitalista (il vero ladro). Il film gode di un testo molto letterario: “La proprietà non è un furto, è una malattia… Io vorrei essere e avere…, a volte ispirato a Erich From. Alcune sequenze sembrano citare il poliziottesco e il thriller italiano, così come la colonna sonora di Ennio Morricone a tratti rievoca il cinema di tensione, la suspense tipica del genere. Molte sequenze sono girate in primo piano, le espressioni dei volti sono stralunate, allampanate, grottesche, per sottolineare l’assurdità delle situazioni. La soggettiva viene usata in abbondanza, lo spettatore si trova catapultato nello schermo e vive in presa diretta le situazioni. Da notare che i titoli di testa scorrono su un fondale composto da un quadro di Renzo Vespignani. 

Rassegna critica. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Un disastroso tentativo di apologo grottesco e politico, verboso e inutilmente espressionista che cerca di utilizzare uno stile brechtiano per descrivere a patologia di un disfacimento sociale che si rivela però metafisico e antistorico”. Morando Morandini (due stelle e mezzo per la critica, tre stelle per il pubblico): “Storia di una persecuzione e apologo grottesco in chiave espressionistica – brechtiana sulla nascita della disperazione in seno alla sinistra (Petri), il film segna il passaggio del regista a quella fase catastrofica, apocalittica e quaresimale che sarà accentuata in Todo modo (1976). Troppo cupo, piuttosto isterico nella constatazione di un fallimento, privo di ironia e di gioia nel gusto della trasgressione. Notevoli la fotografia livida e deformante di Luigi Kuveiler e il concertato dagli interpreti”. Pino Farinotti concede tre stelle ed è in sintonia con la nostra valutazione, senza approfondire l’analisi critica. A nostro parere il film è un dramma brechtiano molto ben costruito, la sua forza sta nel pessimismo cosmico di cui è pervaso, quel che lo fa essere ancora attuale è proprio l’incerta ideologia di cui è intriso, la difficoltà a generare speranze, preferendo una morale cupa e rassegnata. Da rivedere e meditare, senza pregiudizi.

Regia: Elio Petri. Soggetto e Sceneggiatura: Elio Petri, Ugo Pirro. Fotografia (Eastmancolor): Luigi Kuveiller. Scenografia e Costumi: Gianni Polidori. Musica: Ennio Morricone. Montaggio: Ruggero Mastroianni. Produttore: Claudio Mancini. Distribuzione: Titanus. Durata: 125’. Interpreti: Ugo Tognazi (il macellaio), Flavio Buci (Total), Daria Nicolodi (Anita), Salvo Randone (padre di Total), Orazio Orlando (il brigadiere Pirelli), Mario Scaccia (Albertone), Gigi Proietti (Paco, l’argentino).

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