Roberto Bianchi Montero, la Serie C del cinema di genere

Articolo di Gordiano Lupi

Roberto Bianchi Montero (1907 – 1986) è figlio d’un costruttore edile, fin da giovanissimo recita in teatro con compagnie filodrammatiche di modesto spessore e compagnie amatoriali da sagre di paese. Nel 1930 viene ingaggiato niente meno che da Ettore Petrolini che lo impiega come attor giovane nelle sue farse. La collaborazione dura solo quattro anni, quindi Montero forma una propria compagnia, per poi scioglierla e dedicarsi al cinema. Nel 1936 comincia a recitare per il grande schermo, interpretando film di modesto spessore (diciotto, fino al 1942), ma il suo sogno è diventare regista, quindi comincia a occuparsi di produzione e a lavorare come  aiuto e assistente. Come regista è uno dei più prolifici autori italiani.

Fa di tutto in poco tempo, segue le mode, confeziona prodotti commerciali e fa la gioia dei produttori che vogliono spendere poco per pellicole destinate alle sale di seconda e terza visione. Debutta con L’amante del male (1946), dramma di modesto interesse, prosegue con lavori western, spionistici, sexy-movie e molta commedia erotica. Quasi tutti i suoi film sono ambientati nel Sud e spesso la distribuzione non varca i confini dell’Italia Meridionale. Molti i lavori su commissione, destinati – come scrive Roberto Poppi – a un pubblico di bocca buona. Nel 1963 sperimenta i mondo movie stile Jacopetti con opere trascurabili come Africa sexy, Mondo infame, Sexy follie, Sexy nel mondo e Mondo balordo. Il decamerotico lo vede attivo con Donne e magia con Satanasso in compagnia (1973), tra i peggiori del sottogenere. Provaci anche tu, Lionel (1973) è una farsa con protagonista Oreste Lionello improbabile investigatore e una sexy Orchidea De Santis. Il film funziona solo perché Oreste Lionello fa il verso a Woody Allen, attore che da sempre doppia, quindi il pubblico riesce a immedesimarsi nelle gag comiche. Tra le cose migliori che ci ha lasciato Roberto Montero, che comincia a frequentare la commedia erotica provinciale soltanto in vecchiaia.

La cameriera (1974) e Calore in provincia (1975) sono i suoi cult nel campo, anche se la presenza di Enzo Monteduro come attore comico li rende prodotti minori. I due film sono ambientati al Sud, tra Puglia e Sicilia, c’è chi li ha definiti commedie erotico – mafiose, ma se nel primo c’è la bella Daniela Giordano come sexy cameriera, nel secondo davvero poco vale la pena di una visione. Citiamo il parere di Patrizia Gori, protagonista di Calore in provincia, che su 99 Donne di Pulici e Gomarasca afferma: “Roberto Montero era un po’ rincoglionito”.

Il pomicione (1976) è interpretato da un ottimo attore come Francesco Mulè, improbabile nel ruolo di un allupato che corre dietro a tutte le sottane, privo di forza per reggere una commedia sexy da protagonista. Rosalba Neri è una bella presenza femminile, alla sua ultima interpretazione prima di sposarsi con un uomo molto ricco che le farà lasciare il grande schermo. Mulè, invece, non farà più cinema perché morirà poche settimane dopo la fine delle riprese. L’attore era molto popolare tra i giovani per alcuni Caroselli televisivi (La pancia non c’è più! Olio Sasso) e per aver prestato la sua voce all’orso Yoghi dei cartoni animati di Hanna e Barbera. La carriera di Montero prosegue con il pessimo erotico – romano Le caldi notti di Caligola (1976) e La sorprendente eredità del tonto di mamma (1979), indefinibile Enzo Monteduro movie. I suoi ultimi lavori: Savana violenza carnale (1979) e Le notti segrete di Lucrezia Borgia (1982). Tutto da dimenticare. Roberto Bianchi Montero era il padre di Mario Bianchi (1939).   

Approfondimenti su La cameriera e Calore in provincia

La cameriera (1974) e Calore in provincia (1975) sono ambientati in Sicilia e possono definirsi commedie erotico – mafiose. Parliamo de La cameriera, partendo da quel che ne pensa Marco Giusti (Stracult), che però non l’ha visto, o se l’ha visto i suoi ricordi si perdono nella notte dei tempi: “Film gemello del successivo Calore in provincia, con gran parte del cast e sempre di ambientazione siciliana. La storia ruota attorno a Daniela Giordano, cameriera del barone Petralia, talmente formosa da avere tutti gli occhi del paese puntati su di lei. Così così. L’ho visto, ma non me lo ricordo proprio”. Perché ne scrivi, allora?, viene spontaneo chiedersi. In realtà ambientato e girato in Puglia, tra Gallipoli, Taurisano, Diso e Ugento. Uscito in Francia come Il était une fois une petite culotte. Mario Bianchi, forse per omaggiare il padre, nel 1976, gira La cameriera nera con Femi Benussi e Carla Brait. Notevolmente peggiore, anche se tutti i dizionari di cinema parlano di questo film e nessuno cita il lavoro del vecchio Montero che conserva una sua dignità. Morandini assegna una sola stella ma deve ammettere che il pubblico gradisce: tre palline. Daniela Giordano è bellissima, travolgente, spiritosa e sexy in quello che potrei definire – se non avessi paura di offenderla – il ruolo della sua vita.

La cameriera è un film che ho potuto apprezzare in tutto il suo valore a distanza di quasi quarant’anni dalla prima visione, senza le pruderie adolescenziali. Mario Colli è bravissimo nei panni del barone Petralia, vedovo di una ballerina di night (Lindt) che in vita lo corredava di corna, appassionato di ragazzine e innamorato della bella cameriera. Enzo Monteduro è un cane, ma si sopporta nei panni del figlio perché deve interpretare un ruolo da tonto che gli calza a pennello. Rivaleggia con il padre per farsi la sexy cameriera che in compenso frequenta un giovane fidanzato, limitandosi a prendere per il naso padre e figlio. Rosemarie Lindt compare nei flashback, nei ricordi del marito, come ballerina tra pizzi e lustrini. Memorabile la sequenza dove si dà il cambio con la Giordano danzando davanti a uno specchio un balletto tra paillettes, dove entrambe indossano un ridotto doppio petto rosso. Daniela Giordano è in primo piano per tutta la durata del film, dalla prima sequenza all’ultima, con buona tensione erotica fin dalla spesa al mercato che serve ai nullafacenti del paese per sincronizzare gli orologi. Camicetta celeste e minigonna ascellare, così corta che quando si china per comprare la frutta si vedono gli slip bianchi e tutto il paese si ferma estasiato. Il film finisce come comincia, con la Giordano che abbandona il paese a bordo della Fiat 500 guidata dal fidanzato mentre l’intera popolazione l’attende, nella solita piazza. La bella cameriera decide di fare un dono agli abitanti, si toglie le mutandine, le sventola come fossero una bandiera dell’amore e le lascia libere di volare nel cielo. In fondo sono state le vere protagoniste della commedia sexy perché le abbiamo viste immortalate a ogni sequenza. Doppiata in veneto, mentre tutti gli altri parlano con accento siciliano, anche se la pellicola è ambientata in Puglia, luogo dove il barone si è trasferito per vivere. Molti doppi sensi volgarissimi, tecnica rozza a base di zoom, recitazione teatrale nelle numerose scene girate in interni, buona musica al piano di Baldan Bembo. Daniela Giordano nei panni di Marietta serve in tavola e mostra un’ampia scollatura, porta via il cibo ed esibisce candidi slip da minigonne ridottissime, infiasca il vino e la macchina da presa insiste sulla vestaglia aperta, spolvera e le lunghe gambe sono in primo piano … Padre e figlio organizzano il rito della saponetta mancante nella doccia per toccarle il seno e il primo pure per farsi vedere nudo. Lei minimizza, ironica: “Non si deve scusare signorino. Per così poco …”. Il film in fondo è femminista, il personaggio della figlia del barone contribuisce a rafforzare la mia convinzione, perché sono sempre gli uomini a fare la figura dei fessi. La trama subisce una brusca accelerazione quando arriva dagli Stati Uniti la salma di un vecchio compare mafioso che ha lasciato al barone i suoi averi da amministrare. Il barone, però, si è approfittato di lui e ha rubato un sacco di proprietà, quindi finirà per sposare la vedova, per riparare, anche se ama le ragazzine. I figli si congiungeranno, mentre il barone soffrirà un paio di ictus, l’ultimo dei quali lo lascerà paralizzato. Commedia degli equivoci allo stato puro, pochade, commedia sexy legata al sottogenere delle professioni, ricca di topoi del genere (porte socchiuse, corpi spiati, nudi rubati…), mentre le sole docce sono maschili. Molte battute spiritose. Barone (alla Giordano): “Avessi vent’anni di meno!”. Giordano: “Cosa dice signor barone? Almeno trenta!”. E poi equivoci a non finire, non ultimo quello della nuora che non è illibata ma fa la vita in un bordello di Gallipoli. “Va in galera chi ruba, signor barone, non chi fa la puttana”, dice la ragazza che ha in mano i conti falsificati e potrebbe incastrarlo. Divertente la figura del medico (Furia) che quando visita il barone finisce per visitare la Giordano, allungando le mani con carezze proibite e cercando di approfondire la conoscenza medica. Volgare ma divertente il doppio senso dello sgonfiare tra Giordano e Monteduro, con la prima che buca il pisello al secondo mentre ripara le mutandine con ago e filo. Daniela Giordano è bellissima in una lunga sequenza al mare, mentre si tuffa e tenta di imparare a nuotare con Monteduro, imbranato maestro, che ci prova con la respirazione bocca a bocca e finisce sbeffeggiato. Finale alla grande, ma ne abbiamo già parlato. Un film che ci presenta una Giordano sexy e spiritosa, come in Quante volte quella notte di Bava, alle prese con un soggetto più rozzo, ma interpretato in maniera tale da presentare gli uomini come dei coglioni affamati di sesso. Se avesse accettato altre commedie sexy, magari dirette da registi più raffinati e con attori comici migliori di Monteduro, avrebbe dato filo da torcere alle varie Fenech, Cassini e Villani.

Calore in provincia (1975) è decisamente peggiore, il film rappresenta quanto di più brutto mente umana possa concepire, basato su una storia assurda di rivalità mafiosa, sceneggiato senza capo né coda, recitato male, per niente comico e con zero tensione erotica. Ci sono personaggi che appaiono e scompaiono senza un senso preciso (un buffo zio d’America), altri come la barista Valeria Fabrizi che sembrano capitati nel film per caso (ogni tanto dà un appuntamento erotico a casa sua ma poi non accade niente). Enzo Monteduro è terribile come sempre, questa volta nei panni di un tipetto buffo che vorrebbe fare il boss mafioso ma è costretto a pagare un complice da prendere a schiaffi per incutere timore nei concittadini. Non si capisce come un tale individuo possa avere successo con le donne, visto il fisico e il quoziente intellettivo. Ricordiamo una parte onirica che cita identica sequenza dell’Ubalda con Monteduro e Gori – entrambi vestiti di niente, appena velati – che s’inseguono danzando al ralenti nel bosco. Si salvano Francesco Mulè, nei panni del vero boss del paese, e il suo braccio destro Venantino Venantini in un ruolo comico da sciocco mafioso. Ripetitivo ma divertente lo scambio di battute tra capo e sottoposto: “Hai capito?” – “Sì” – “Mi sembra strano”. Sesso ce n’è abbastanza, buttato lì in modo volgare, mostrato a piene mani, persino esibito, con stile da film porno. Patrizia Gori (figlia del fratello del boss) dovrebbe essere la protagonista sexy, ma risultano molto disinibite anche Rosemarie Lindt (prostituta veneta), Annie (Karol) Edel (moglie del braccio destro del boss) e Angela Covello (figlia del boss). Citazioni da Malizia a iosa, tutto molto volgarizzato, sequenza della scala compresa, con Monteduro che sbircia tra le gambe della Gori, successivo rapporto sessuale, per finire con la testa dentro la gonna. Messa in scena poveristica, la sola cosa che ancora merita attenzione sono i mobili anni Settanta e le auto utilitarie di cui sono piene le strade, ma non è certo merito del regista. Siamo in Puglia, nel Salento leccese, anche se finzione vuole che il film sia ambientato in Sicilia. Buona fotografia salentina di Maccoppi, soprattutto gli spaccati di lungomare e le strade sterrate che conducono verso scogliere a picco su spiagge pietrose. La trama è talmente confusa che quando il film finisce resta una sensazione indefinibile, non solo di cinema irrisolto, proprio di tempo perduto. E Proust non c’entra niente, è bene precisarlo.

Schede Tecniche La cameriera e Calore in provincia

La cameriera (1974) – Regia: Roberto Bianchi Montero. Soggetto: Roberto Bianchi Montero. Sceneggiatura: Adriano Asti. Fotografia: Mario Mancini. Montaggio: Carlo Reali. Musiche: Alberto Baldan Bembo. Edizioni Musicali: Saar (Milano). Aiuto Regista: Renzo Girolami. Operatori alla Macchina: Paolo D’Ottavi, Enzo Tosi. Fonico: Pietro Spadoni. Trucco: Emilio Trani. Costumi: Osanna Guardini. Direttore di Produzione: Luigi Alessi. Produzione: Nais Film. Sincronizzazione: Fono Roma. Pellicola: Kodak Eastmancolor. Interni: R.P.A. – Elios. Colore: Telecolor. Organizzatore riprese in Puglia: Antonio De Donno. Esterni: Taurisano, Diso, Ugento. Interpreti: Daniela Giordano, Mario Coli, Carla Calò, Enzo Monteduro, Anna Melita, Anna Maria Tornello, Giacomo Furia, Massimiliano Troiani, Pina Pietronigro, Rosemarie Lindt.Calore in provincia (1975) – Regia: Roberto Bianchi Montero. Soggetto e Sceneggiatura: Antonio De Donno. Fotografia: Antonio Maccoppi. Montaggio: Otello Colangeli. Musiche: Carlo Savina. Scenografia: Giorgio Postiglione. Costumi: Pasquale Nigro. Trucco: Marisa Marconi. Produttore: Roberto Bianchi Montero, Antonio De Donno. Casa di produzione: Messapia Film. Distribuzione: Seven Stars. Durata: 91’. Genere: Commedia sexy. Interpreti: Enzo Monteduro (Ciccio Zannone), Patrizia Gori (Rosa, figlia di Turiddu), Valeria Fabrizi (Marta), Francesco Mulè (don Calogero Lentini), Venantino Venantini (Santuzzo), Carla Calò (Nena), Edy faieta (Fortunato/Lucky), Nino Musco (Turiddu), Angela Covello (Rita, figlia di don Calogero), Annie (Karol) Edel (moglie di Santuzzo), Linda Sini (madre di Ciccio), Gabriele Lepori (prima amante di Ciccio), Rosemarie Lindt (prostituta veneta), Enrica Saltutti, Luciano Crovato, Francesca Juvara.

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