I social e la lingua che cambia

Articolo di Paolo Landi

“La lingua sembra non essere importante su Instagram perché sono le immagini che contano” scrivo – se mi è consentito autocitarmi – nel mio Instagram al tramonto (La Nave di Teseo). In effetti Instagram si è affermato come il social delle immagini e si deve probabilmente a questo la sua fortuna. Invece, la lingua è importante su Facebook e su twitter, dove le immagini, pur essendoci, passano in secondo piano e sono le parole che dominano.

Non si è mai scritto tanto come adesso, si sente ripetere. In effetti la nostra lingua ha subìto un’evoluzione rapidissima da che la usiamo sui vari schermi che ogni giorno utilizziamo, dallo smartphone agli altri devices che ormai ci portiamo dietro. L’uso degli schermi richiede velocità: sarà capitato a tutti di vedere con quale rapidità i nativi digitali muovono i pollici quando inviano messaggi per mail, o nelle chat su whatsapp o su messenger.

Questa scrittura che dilaga ha influito sulla lingua stessa, modificandola. Si parla infatti di una “lingua della rete” che ha le sue caratteristiche e i suoi stili a seconda degli ambienti cui appartengono i fruitori dei social. Quello che accomuna tuttavia i vari ambienti è l’irruzione del “parlato” nelle costruzioni scritte che si semplificano, ai limiti della scorrettezza. E l’italiano, ma anche il francese o lo spagnolo o il tedesco, da lingue “della forma” diventano chiacchere informali, né davvero scritte né davvero parlate, un ibrido che Instagram ha avuto l’idea di risolvere stabilendo che l’inglese è il suo idioma ufficiale.

Per Instagram i Paesi sono Mercati e naturalmente, in un Mercato, si vende meglio usando la lingua del posto: per questo il social mette a disposizione dei suoi utenti un servizio immediato di traduzione (“visualizza traduzione” compare scritto sempre, sotto ogni post). Ma pochi lo usano, preferendo l’inglese, vuoi per snobismo, vuoi per agganciare follower internazionali. L’inglese, infatti, semplifica, è una lingua “dei fatti”, perfetta per descrivere quel che accade in una foto.

Questo uso sincopato della scrittura, qualunque essa sia, si impone per la sua ripetitività: i tweet (si possono usare, come si sa, solo 280 caratteri) diventano esercizi di stile, una gara a chi è più bravo a usare l’ironia, o il sarcasmo, o la dimostrazione di chi riesce a esprimere un concetto complesso in poche parole, qualora sia possibile. Anche su Facebook la ripetitività domina: si leggono alcune frasi, certe espressioni e si è portati a ripeterle.

Inutile cercare di vincere su Instagram, twitter e Facebook con le armi dell’intelligenza, della cultura e del buon gusto: loro sono più forti e ci trascinano in trabocchetti che vorremmo evitare ma nei quali inevitabilmente cadiamo. Mentre ci sforziamo di esprimere su Facebook la nostra cultura, o il nostro impegno civile o politico ci imbattiamo in post che hanno capito quello che per molti è ancora oscuro: crediamo di partecipare a una discussione o di combattere una battaglia, mentre stiamo soltanto consumando un “prodotto” commerciale.

Infatti sui social “vincono” le frasi fatte, i luoghi comuni, la sciattezza. Non a caso i “sovranisti” di casa nostra, ma anche uno come Trump, ne fanno un uso smodato, contro cui sembra funzionare soltanto la vecchia “controinformazione”. Profili Instagram come quello di @emiliomola1 oppure di @fabriziodelprete si preoccupano ogni giorno, addirittura ogni ora, con costanza, di smontare fake news, contraddizioni, demagogia.

E lo fanno con eccellente abilità chiarificatrice, il primo in modo più “istituzionale”, il secondo indulgendo a forme di linguaggio mimetiche a quelle dei sovranisti, per combatterli con il loro stesso metodo e vendicare così tutti quelli che vorrebbero rispondere ma, per varie ragioni, non lo fanno. Un libro importante “Parolacce e paroline” (Edizioni della Goccia, 2019) di Umberto Folena , allergico alla massificazione affluente della nostra lingua, mette in relazione questo degrado con il nostro modo di essere asserviti oppure liberi.

Una certa corruzione c’è sempre stata, in ogni epoca: alcuni ricorderanno l’inflazione televisiva di espressioni come “nella misura in cui”, il “cioè” che a un certo punto non si poteva più sentire, l’uso inflazionato della parola “discorso”. Oggi i social registrano altre forme di pigrizia: tutti dicono “chapeau“, molti usano una parola difficile come “distopia” e il suo aggettivo “distopico“, quando forse potrebbero più facilmente dire “distorto”.

Per non parlare di “resilienza” la cui fortuna ha preceduto l’emergenza Covid ma che, grazie al virus, ha contagiato anche le così dette “casalinghe di Voghera” che l’hanno inserita nel loro gergo quotidiano.”Ancora parla” si dice su twitter sotto all’intervento di un politico qualsiasi (poiché ognuno può rivendicare questa esortazione, da rivolgere a quelli della parte avversa).

Qualcuno su Facebook ha scritto “Se sento ancora la parola ‘narrazione‘ metto mano alla pistola!” (dove “mettere mano alla pistola” è un’altra frase fatta). Sta piano piano tramontando “Lo chiedo per un amico, eh!” che, obiettivamente, è inascoltabile e illeggibile. Resiste “E niente” posizionato all’inizio di un tweet “E niente.

Proprio non ce la fa a smettere di fotografarsi mentre mangia salsicce”. Qualcuno avanza l’ipotesi che queste frasi brevi, questi anglicismi, gli “emoticon” e lo slang parlato ci conducano addirittura verso una ecologia della comunicazione, per risparmiarci la burocrazia di frasi inutili. Certo queste piccole “corruzioni” dell’italiano sono lo specchio di quel che accade fuori, almeno fino a quando, per esempio a scuola, non si cominci a smontarne la ripetitività pappagallesca, per tornare a parlare bene, a rivolgersi al cervello delle persone e non alla loro “pancia“. Una battaglia di civiltà, forse da combattere proprio sui social.

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