Pasquale Festa Campanile: la commedia erotica sofisticata

Articolo di Gordiano Lupi

Pasquale Festa Campanile (Melfi, 1927 – Roma, 1986) comincia come sceneggiatore del neorealismo rosa (Gli innamorati, Poveri ma belli, Tutti innamorati…), ma realizza le cose migliori come scrittore di cinema per registi come Visconti, Bolognini, Rossi, Petri, Loy e Ferreri. Pasquale Festa Campanile è laureato in legge, scrive per giornali, televisione e firma alcune sceneggiature di film importanti: Gli innamorati (1955) e La viaccia (1961) di MauroBolognini, Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il gattopardo (1963) diLuchino Visconti, L’assassino (1961) di Elio Petri, Smog (1962) di FrancoRossi, Le quattro giornate di Napoli (1962) di Nanni Loy e Una storia moderna: L’ape regina (1962)di Marco Ferreri. Il suo lavoro come sceneggiatore copre tutti gli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta, accanto a scrittori di cinema come Giuseppe Berto, Massimo Franciosa, Suso Cecchi D’Amico e Goffredo Parise.

   Pasquale Festa Campanile dirige il suo primo film nel 1963, insieme al collega sceneggiatore Massimo Franciosa: Un tentativo sentimentale, ma non riscuote l’approvazione né del pubblico né della critica che lo definisce “un tentativo di maniera di rifare Antonioni”. Adesso il film viene rivalutato perché Paolo Mereghetti  nel famoso Dizionario concede due stelle e mezza con questo giudizio: “Un’analisi dell’aridità emotiva negli anni del boom e dell’ipocrisia borghese prima della legge sul divorzio: lucida, con dialoghi taglienti e calibrati, un po’ chiusa nella constatazione di un’impasse. Qualche ovvio ricordo di Antonioni negli spazi asettici e geometrici”.  Gli interpreti sono Françoise Prevost, Jean-Marc Bory, Leticia Roman, Gabriele Ferzetti, Barbara Steele, Giulio Bosetti, Maria Pia Luzi e Marino Masè. L’ottima fotografia è di Ennio Guarnieri, mentre le musiche sono di Piero Piccioni. Festa Campanile e Franciosa, con la collaborazione di Elio Bartolini e Luigi Magni, sceneggiano una storia basata su una relazione extraconiugale, dove la donna vorrebbe lasciare il marito per il nuovo compagno, ma l’uomo preferisce lasciare le cose come stanno e avere un’amante accanto alla moglie. Festa Campanile ci riprova con Le voci bianche (1964), diretto e sceneggiato con la collaborazione di Franciosa, e questa volta colpisce nel segno perché realizza un ottimo spaccato storico della Roma del Settecento, un ritratto veritiero della corte pontificia e della nobiltà papalina. Interpreti: Paolo Ferrari, Anouk Aimée, Sandra Milo, Vittorio Caprioli, Philippe Leroy, Leopoldo Trieste, Claudio Gora, Graziella Granata, Barbara Steele e Jacqueline Sassard. Un popolano si finge un cantante eunuco, fa carriera e conquista donne bellissime nella Roma del Settecento, ma i suoi problemi cominciano quando mette incinta una nobildonna. Festa Campanile comincia a tirare fuori la sua vena graffiante, satirica e irriverente, soprattutto anticonformista, realizzando una pellicola che diverte e sa calarsi nella realtà storica. Luigi Magni è sceneggiatore insieme ai due registi e conferisce all’opera tutta la sua conoscenza della Roma settecentesca. La critica definisce Le voci bianche come il miglior film di Pasquale Festa Campanile, ricco di digressioni narrative, aneddoti picareschi e particolari piccanti. La costanza della ragione (1964) porta al cinema il romanzo omonimo di Vasco Pratolini, sceneggiato dal regista con la collaborazione di Fabio Carpi, ed è un onesto lavoro di trasposizione su pellicola di un’opera letteraria. Ottimi gli interpreti: Catherine Deneuve, Enrico Maria Salerno, Sami Frey, Andrea Checchi, Valeria Moriconi, Glauco Mauri e Sergio Tofano. La storia racconta le vicissitudini di un personaggio maschile che dopo sconfitte e frustrazioni di ogni genere abbandona la logica del sentimento per scendere a patti con il compromesso. Ricco di flashback e di voci fuori campo, resta un buon film, anche se non del tutto compiuto e non sempre uniforme tra parte intima e sociale. Una vergine per il principe (1965) è un altro film in costume interpretato da Vittorio Gassman, Virna Lisi, Philippe Leroy, Vittorio Caprioli, Maria Grazia Buccella, Mario Scaccia, Paola Borboni, Anna Maria Guarnieri e Tino Buazzelli. Si tratta di un episodio storico avvenuto al tempo dei Gonzaga sceneggiato dal regista che comincia a delineare una certa propensione per la tematica comico – erotica. Gassman è Vincenzo Gonzaga, impegnato a dimostrare la sua virilità con una popolana vergine (Lisi) prima di sposarsi ancora una volta.

   Pasquale Festa Campanile è attivo anche come narratore: La nonna Sabella, Conviene far bene l’amore, Il ladrone, Il peccato e La strega innamorata, sono soltanto alcuni titoli. Scrive la celebre commedia musicale Rugantino (1962) insieme a Massimo Franciosa e nel 1973 la porta sul grande schermo. Nel quadro della nostra trattazione, l’opera di Pasquale Festa Campanile interessa soprattutto per una lunga serie di commedie satiriche ed erotiche (circa cinquanta in vent’anni), basate su una comicità spontanea e vicina alla farsa, ma che riscuotono un buon successo di pubblico. Pasquale Festa Campanile trasforma il modello della commedia classica ed è uno dei registi più prolifici del cinema italiano, tenendosi sui livelli produttivi dei vecchi Mattòli e Mastrocinque per il decennio passato, per rapidità di esecuzione, buona capacità di direzione degli attori e confezione di lavori mediamente buoni. Non tutti i titoli sono allo stesso livello, perché la quantità spesso va a detrimento della qualità e non sempre il regista è libero di scegliere cose nelle sue corde, ma in ogni caso Pasquale Festa Campanile si afferma come uno dei registi simbolo del comico – erotico. Procede con ritmo uniforme lungo un binario che porta successi commerciali, soddisfazione di pubblico, ma spesso poca attenzione da parte della critica. A lui non interessa, segue le richieste del pubblico e le asseconda, girando prodotti che il mercato assorbe con facilità, ma senza mai rinunciare a una certa impronta stilistica. Ripercorre le strade dei telefoni bianchi degli anni Sessanta e Settanta, ma lo fa con una lettura aggiornata e senza perdere di vista una confezione raffinata, sempre di ottimo livello. Il critico Gian Piero Brunetta nella sua indispensabile Storia del Cinema Italiano (Editori Riuniti) paragona Pasquale Festa Campanile a Mario Soldati, perché come lui “possiede buoni doti letterarie, ma le mette a disposizione del cinema con lo spirito di un mercenario e di un capitano di ventura, senza sentirsi mai espropriato del proprio talento, né esiliato rispetto alla propria patria culturale”.

   La prima commedia erotica di Pasquale Festa Campanile è Adulterio all’italiana (1966), basata sulla fresca bellezza di Catherine Spaak e sulla carica erotica di Maria Grazia Buccella (non molto utilizzata), ma soprattutto interpretata da un travolgente Nino Manfredi. Nel cast troviamo anche Mario Pisu, Vittorio Caprioli, Akim Tamiroff e Gino Pernice. La sceneggiatura è del regista con la collaborazione di Luigi Malerba e Ottavio Alessi, mentre la colonna sonora – allegra e scanzonata – è di Armando Trovajoli, basata sul motivetto Bada Caterina (Migliacci – Trovajoli), cantata da Carmen Villani. La scenografia è molto elegante e i costumi ispirati all’arte contemporanea sono di Pier Luigi Pizzi. La trama è semplice e si racconta in poche parole. Nino Manfredi tradisce la moglie (Spaak) con la sua più cara amica (Buccella), ma quando la prima se ne rende conto decide di rendergli pan per focaccia e promette di tradirlo, senza dire il nome del prescelto. Manfredi impazzisce di gelosia e si ingegna per scoprire il presunto amante della moglie che in realtà non esiste, ma è solo una macchinazione. Mereghetti parla di “una farsa un po’ stiracchiata e dalla morale conformista (solo il marito può tradire, la moglie no)”, ma non ci sentiamo di condividere. Adulterio all’italiana è una classica commedia all’italiana, con momenti da pochade ed elementi farseschi, ma il discorso che vuol portare avanti è l’esatto contrario di quanto asserito dal critico milanese. Siamo nel 1966 e l’atteggiamento di Catherine Spaak – moglie disinibita e di carattere – è trasgressivo, visto che non accetta il tradimento in maniera passiva, ma decide di punire il marito. Il film è molto femminista, anticipa i tempi del movimento di liberazione femminile e fa un discorso in prospettiva divorzista. I momenti comici sono molti, ma si tocca il culmine quando Manfredi si traveste da donna e soffia uno spasimante alla moglie. La sequenza finale mostra un bacio Spaak – Manfredi, ma quest’ultimo è vestito da donna e due uomini al volante riprovano moralmente un presunto rapporto lesbico: “Che tempi!”. Catherine Spaak è bellissima, mostra spesso le gambe e in una rapida scena perde tutte le perline del vestito restando in slip e reggiseno di pizzo nero. Maria Grazia Buccella interpreta un personaggio da bonazza sciroccata che finisce per fidanzarsi con gli uomini sbagliati. La sua mise è molto più casta rispetto a una Spaak disinibita ed elegante,  spesso in scena con abiti sopra il ginocchio. La pellicola è ambientata nel mondo dell’alta borghesia e mostra una solidarietà femminile nei confronti dell’uomo traditore, ma anche donne moderne che cominciano a voler disporre della loro vita e non dipendono dai mariti. Vittorio Caprioli è un divertente uomo – oggetto, un modello che si fa pagare per posare nudo e che serve alla Spaak nell’ambito del suo piano per far ingelosire il marito. Mario Pisu è un altro finto amante che Manfredi prende di mira nella convinzione che sia stato a letto con la moglie.

   La cintura di castità (1967) è una commedia in costume ambientata al tempo delle crociate, girata sull’onda del successo de L’Armata Brancaleone (1966) di Mario Monicelli, che presenta una tematica erotico – farsesca. Non è tra i migliori film di Pasquale Festa Campanile, anche se il cast è buono: Tony Curtis, Monica Vitti, Francesco Mulè, Nino Castelnuovo, Ivo Garrani e Hugh Griffith. Un cavaliere (Curtis) parte per le crociate e impone alla moglie (Vitti) la cintura di castità, ma lei non vuol saperne di restare a casa e segue lo sposo nelle imprese guerriere. Alla fine si libererà del fastidioso meccanismo che garantiva al marito la fedeltà, ma dovrà superare non pochi contrattempi. Monica Vitti è molto brava, ma forse Tony Curtis non è il compagno ideale. Il film non decolla.

   Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare (1967) è una farsa divertente a base di humour nero, sexy quanto basta perché torna in primo piano la bellezza maliziosa di Catherine Spaak, attrice feticcio del regista. Gli altri interpreti sono Hugh Griffith, Hywell Bennett, Romolo Valli, Vittorio Caprioli, Francesco Mulè, Milena Vukotic, Gianrico Tedeschi, Paolo Stoppa, Leopoldo Trieste, Pina Cei e Gianni Magni. Il film è tratto da un racconto di Aldo De Benedetti, sceneggiato da Jaja Fiastri, Luigi Magni e Stefano Strucchi. Musica allegra e spensierata di Armando Trovajoli. Allegra (Spaak) è una giovane e bella ragazza sposata con il vecchio musicista Ignazio (Griffith), ma a un certo punto s’innamora del coetaneo Leonardo e insieme cercano di far fuori il marito che inconsapevolmente non cade mai nelle trappoole. Non siamo più nel campo della commedia all’italiana, ma molte interpretazioni di buon livello riscattano un prodotto di pronto consumo senza troppe implicazioni sociali.

   La ragazza e il generale (1967) è un film ambientato nel corso della Prima Guerra Mondiale che esula dai nostri interessi, interpretato da Virna Lisi, Rod Steiger, Umberto Orsini, Marco Mariani e Valentino Maechi. Un film di guerra girato in Friuli, abbastanza interessante, sceneggiato dal regista insieme a Massimo Franciosa e Luigi Malerba, musicato da Ennio Morricone e ben interpretato dagli attori. Virna Lisi è la bella donna che funge da terzo incomodo tra i due soldati italiani che litigano per la ricompensa dopo aver catturato un generale austriaco.

   La matriarca (1968) è vera commedia sexy d’autore con una Catherine Spaak al massimo della forma che si spoglia con generosità. Il film si basa su un soggetto di Nicolò Ferrari sceneggiato da Ottavio Jemma, si ricorda per costumi, arredamento e vestiti di gran moda indossati dalla Spaak, ma soprattutto per i generosi nudi, insoliti per il periodo storico. Interpreti: Catherine Spaak, Jean-Louis Trintignant, Gigi Proietti, Luigi Pistilli, Renzo Montagnani, Fabienne Dalì, Nora Ricci, Paolo Stoppa, Vittorio Caprioli, Edda Ferronao, Gabriele Tinti,  Venantino Venantini, Philippe Leroy e Frank Wolff. Margherita (Spaak) resta vedova e comprende che il marito possedeva una casa segreta dove la tradiva con leggerezza. Decide di vendicarsi imitandolo e portandosi a letto un numero incredibile di uomini, primo tra tutti Gigi Proietti, miglior amico e collega del marito. A un certo punto incontra Carlo (Trintignant), un medico che s’innamora davvero di lei. Tutto cambia nella vita di Margherita, che si dimostra femminista ma non troppo e finisce per rifugiarsi ancora una volta nel detestato matrimonio borghese. Pasquale Festa Campanile inneggia alla libertà femminile e alla trasgressione, inserendo nel personaggio di Margherita tutto l’animo ribelle della contestazione femminile, corretto con una buona dose di ingenuità maliziosa. Ottima commedia erotica, comunque la si voglia valutare, per la grande abbondanza di nudi quasi integrali di una stupenda Catherine Spaak. Vediamo una delle prime docce nella storia della commedia sexy, anche se il regista opta per coprire la parte centrale del corpo con una diversa colorazione della porta. I vestiti della Spaak sono ridottissimi, ammiriamo un sexy completo da tennista, un gioco di specchi mostra le gambe velate da calze nere, vediamo persino l’attrice denudarsi in auto e finire sculacciata dal futuro marito. Le scene dei rapporti sessuali sono quasi sempre sfumate, ma nei sogni della Spaak sono presenti alcune depravazioni sessuali feticistiche e molte scene accennano rapporti sadomasochisti. Ricordiamo la visione di Philippe Leroy come un domatore mentre frusta la Spaak e un giovanissimo Renzo Montagnani che ama i rapporti a tre, gode di umiliazioni e dominazioni femminili. Luigi Pistilli, invece, è un amante sadico che strappa con violenza i vestiti dal corpo della Spaak, la picchia e la possiede dopo un rapido rapporto. Molte sono le scuse tecniche trovate dal regista trova per mostrare nuda la Spaak e per ingannare la solerte censura, persino le analisi mediche praticate da un bravissimo Trintignant. Una voce fuori campo – i pensieri della donna – caratterizza la scoperta di nuovi giochi erotici che il marito defunto, seguendo la morale corrente, non praticava con la moglie, ma solo con le altre. Catherine Spaak dà vita a una moderna figura di donna che per vendicarsi di un marito puttaniere usa gli uomini come oggetti, si fa pagare come una prostituta e approfitta di loro secondo le sue voglie. La seduzione finale nei confronti di Trintignant riporta la Spaak sulla retta via del matrimonio, perché il nuovo amante è irremovibile e decide di sposarla persino se lei non sarà fedele. La matriarca sembra domata, anche se confessa il vizio più estremo: cavalcare nuda l’uomo della sua vita. Molto insolita e fantasiosa la scena finale durante la quale Margherita, completamente nuda, cavalca Carlo e lo incita a portarla a giro per casa. La regia nasconde il seno della Spaak con i lunghi capelli e riesce a far passare in censura un trasgressivo finale. La morale di questa divertente commedia sexy è nelle parole di Trintignant: “La vita è un gioco e nei rapporti sessuali servono fantasia e sincerità”.

   Dove vai tutta nuda? (1969) è una pellicola maliziosa confezionata su misura per esaltare la bellezza di Maria Grazia Buccella, indiscussa protagonista. Tomas Milian è un modesto impiegato di banca che, a Londra, in stato di ubriachezza, sposa la Buccella, una bella ragazza svampita priva di freni inibitori, abituata a girare nuda per casa. Gastone Moschin è il direttore della banca per la quale lavora Milian, che pretende dal dipendente fedeltà e celibato, anche perché utilizza la sua casa come alcova per incontrare le amanti. Alcune sequenze vedono Moschin impegnato nella sua fantasia erotica ricorrente: il massaggio sulle natiche dell’amante di turno. Vittorio Gassman è Rufus, un ladro strampalato e pasticcione che veste abiti surreali, porta lunghi capelli bianchi e gira in compagnia di due cani. Tra gli interpreti riconosciamo anche Angela Luce nel ruolo di una delle amanti del direttore di banca. Il film serve soprattutto a mostrare le grazie della Buccella, lanciata come simbolo erotico nel consueto personaggio della ragazzina ingenua e maliziosa. Il regista immortala la sua bellezza in pose plastiche, nascondendo alla censura diversi nudi integrali con trucchi scenografici, ma spesso non bastano acquari e capelli disposti in modo da non mostrarla senza veli. Il tono del film è comico, spesso surreale, come nel caso del matrimonio estorto dopo una sbronza e nelle sequenze che mostrano una Buccella ingenua che scandalizza gli uomini. Equivoci e doppi sensi sono all’ordine del giorno, da buona pochade che si rispetti, più farsa che commedia, il nudo è esibito in maniera generosa e senza remore. Vediamo Maria Grazia Buccella senza veli a letto con Tomas Milian, vestita in maniera provocante in autobus e un istante dopo restare con slip e reggiseno, ma anche sulla scala mobile in minigonna e intenta a provocare incidenti dopo aver esibito le lunghe gambe. A un certo punto la ragazza stringe amicizia persino con una prostituta e la porta a casa sua per farla lavorare al riparo dalle intemperie. Il messaggio sociale della pellicola – espresso dalla stessa Buccella – è che gli abiti rappresentano l’ipocrisia sociale, per questo vanno tolti appena possibile. La trasgressione sta nell’affermare che nudo è bello, mentre nascondere il proprio corpo è una finzione ipocrita. Un altro episodio a rischio censura vede la protagonista con il vestito da sera che si sfilaccia fino a restare nuda. Maria Grazia Buccella canta la canzone Dove vai tutta nuda?, scritta da Armando Trovajoli, autore di una divertente colonna sonora che scorre sulle immagini di un cartone animato. Mario Cecchi Gori interpreta un piccolo ruolo da avvocato. Tomas Milian è molto bravo in una parte comica da marito imbranato che non riesce a contrastare le follie di una moglie non voluta che finisce per farlo innamorare. Dove vai tutta nuda? è una commedia sofisticata all’americana condita di momenti surreali e di alcune parti maliziose da commedia sexy italiana. Per i tempi è un film molto spinto che rischia tagli e censure, ma persino un divieto ai minori. A un certo punto la commedia si trasforma in pochade e presenta tutti i protagonisti sulla scena per la bagarre finale.

   Scacco alla regina (1969) è un film che risente della sceneggiatura di Brunello Rondi e Tullio Pinelli, perché non può essere classificato come commedia. Si ricorda per la bellezza intrigante di Rosanna Schiaffino, ma nel cast troviamo anche la giovanissima Haydée Politoff, Romolo Valli, Aldo Giuffré, Gabriele Tinti, Daniela Surina e Edda Ferronao. Rosanna Schiaffino interpreta Margaret Mevin, ricca e dispotica attrice che assume come dama di compagnia Silvia (Politoff), una ragazza ricca e nullafacente che accetta ogni umiliazione da parte della padrona e ne diventa la schiava. Il tema di fondo è l’amore lesbico che lega Silvia e Margaret in un rapporto schiava – padrona. Margaret è spietata, pare sospettare quel che prova la ragazza nei suoi confronti, attende che sia lei a dichiararsi, ma quando lo fa finisce per ripudiarla e per metterla all’asta. La storia deriva dal romanzo omonimo di Renato Ghiotto e il film avrebbe ambizioni quasi felliniane che si scontrano con la difficoltà di mostrare per esteso un rapporto sadomasochistico che sfocia in attrazione lesbica. Haydée Politoff è molto più nuda di Rosanna Schiaffino e la storia si connota come un racconto libertino e piccante, molto più nelle corde dell’erotismo psichedelico di Rondi che nello stile giocoso di Festa Campanile. Fotografia di Roberto Gerardi, scenografie di Flavio Mogherini, costumi di Giulia Mafai e musiche di Piero Piccioni, con canzoni di Edda Dall’Orso. Il film è difficilmente reperibile ed è diventato quasi invisibile.

   Con quale amore, con quanto amore (1970) è una commedia di costume sofisticata, interpretata da una stupenda Catherine Spaak, nuovo sogno erotico degli italiani. Il resto del cast: Claude Rich, Lou Castel, Erika Blanc, Michel Bardinet, Aldo Giuffré e Marisa Traversi. Siamo nel 1970 e la tematica del divorzio si fa pressante, anche per il referendum abrogativo promosso nei confronti della nuova legge. Pasquale Festa Campanile scrive e sceneggia – con la collaborazione di Ottavio Jemma – la storia di Francesca (Spaak) che lascia Andrea (Rich), il marito architetto, per andare a vivere con il collega Ernesto (Castel). Andrea non si dà per vinto e poco a poco riconquista la moglie intessendo con lei una relazione clandestina. Il regista gira uno dei suoi film più sinceri, a metà strada tra la pochade, il film noir e la commedia di costume, sentimentale e malinconica nel cercare di illustrare le convenzioni borghesi. Pasquale Festa Campanile tenta di dipingere una figura di donna liberata, ma si lascia condizionare dai luoghi comuni assolvendo i personaggi maschili, così come alla fine la donna non sembra così libera e indipendente. Ottima colonna sonora di Riz Ortolani, con Katyna Ranieri che canta Moore e Blue Lace eseguita da Frank Sinatra.

   Quando le donne avevano la coda (1970) è un film geniale e indefinibile che inaugura un sottogenere di breve durata come il clava movie, interpretato da Giuliano Gemma, Senta Berger, Frank Wolff, Lino Toffolo, Lando Buzzanca, Renzo Montagnani, Francesco Mulè, Aldo Giuffré, Gabriella Giorgelli e Paola Borboni. Un gruppo di cavernicoli incontra per la prima volta una donna di nome Filli (Berger) che possiede ancora la coda, non sanno cosa farsene e vorrebbero mangiarla arrostita allo spiedo. La donna insegna a Ulli (Gemma) le gioie del sesso, ma a quel punto il resto del villaggio vorrebbe fare la stessa esperienza e si diffonde il morbo della gelosia. La critica colta distrugge il film, parla di comicità stupidissima, ma la pellicola è originale, le trovate comiche sono piacevoli e gli attori recitano dando l’impressione di divertirsi più degli spettatori. Il film è sceneggiato dal regista con la collaborazione di Lina Wertmüller, Marcello Coscia, Ottavio Jemma. Umberto Eco è autore del soggetto insieme al regista, ma forse non ci tiene che si sappia, perché nei titoli di testa non compare. Scenografia e costumi da cavernicoli di Enrico Job. Colonna sonora divertente di Ennio Morricone. Un grande successo di pubblico, al punto che certe battute diventano un tormentone. Le gag sembrano ispirate al fumetto B. C. di Johnny Hart, ma anche a Brancaleone alle Crociate, alla comicità regionale (Toffolo parla in Veneto) e ai luoghi comuni sui gay (Montagnani). Senta Berger è bellissima e molto maliziosa, nuda ai limiti del divieto ai minori di anni quattordici, si trasforma in un’icona della sensualità anni Settanta. Persino Paola Borboni regala un erotico cammeo.

   Visto il grande successo di pubblico è inevitabile un sequel: Quando le donne persero la coda (1971), che come sempre accade non raggiunge i livelli del primo film. Il cast è simile: Senta Berger, Lando Buzzanca, Frank Wolff, Lino Toffolo, Renzo Montagnani, Francesco Mulè, Aldo Puglisi, Fiammetta Baralla e Mario Adorf. Il soggetto è di Lina Wertmüller, che lo sceneggia con la collaborazione di Marcello Coscia, Ottavio Jemma e Jaja Fiastri. Vorrebbe essere un’allegoria sociale, ma si spegne scena dopo scena in un trito ripetersi di eventi che fanno riferimento al vecchio film e ai cartoni animati della serie Gli Antenati. Il protagonista maschile è Lando Buzzanca, che veste i panni di Ham, inventore del denaro e della proprietà privata. Ham cerca di raggirare la sua tribù di ingenui cavernicoli e illude Filli (Berger) di essere il suo vero amore. Il film è girato in economia, quasi completamente in studio, soprattutto non possiede la stessa forza comica e innovativa del precedente. Il trucco è tirato via, le scenografie sono modeste, i costumi raffazzonate e soprattutto le idee latitano. Senta Berger si vede molto meno nuda che nel primo film e anche al componente erotica è modesta. Quando gli uomini armarono la clava… e con le donne fecero din don (1971) di Bruno Corbucci è una modesta imitazione realizzata dopo il successo dei due film di Pasquale Festa Campanile. Non è tra le peggiori, anche perché deriva dalle commedie di Aristofane Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra ed è sceneggiata da Fabio Pittorru e Massimo Felisatti. Un cavernicolo davvero trash interpretato da buoni attori come Antonio Sabato, Aldo Giuffrè, Vittorio Caprioli, Howard Ross (Renato Rossini), Elio Pandolfi, Maria Pia Giampocaro, Lucretia Love, Valeria Fabrizi e Gisela Hahn. Nadia Cassini è il motivo sexy per rivedere la pellicola e ricopre una parte di rilievo come Listra (variazione di Lisistrata), moglie del capo che non riesce a fare l’amore in pace perché gli uomini sono sempre impegnati a combattere. Nadia Cassini capeggia la rivolta delle donne che reclamano i diritti coniugali e va in esilio in montagna lasciando gli uomini soli in compagnia di un buffo omosessuale.

   Il merlo maschio (1971) è il film che lancia Laura Antonelli come simbolo erotico in un Buzzanca movie che deve molto del suo successo alla presenza di un’attrice in gran forma. Laura Antonelli recita in dialetto veneto (il film è ambientato a Verona) accanto a Lando Buzzanca ed è molto nuda in una storia che anticipa temi e situazioni che Tinto Brass svilupperà ne La chiave (1983). Lando Buzzanca è Niccolò Vivaldi (nome composto da un mix di famosi musicisti), un marito frustrato che vorrebbe far successo nel mondo della musica ma nessuno ricorda il suo nome. Gli amici lo sbeffeggiano con scherzi feroci, il direttore di orchestra lo irride e lo mette a tacere, nessuno si accorge della sua presenza. Niccolò tiene un diario ed è in cura da uno psicanalista, ricorda che da piccolo avrebbe voluto suonare il violino, ma non faceva per lui, così ha scelto il violoncello. Vive la realtà di un anonimo violoncellista di fila con nessuna possibilità di emergere. Laura Antonelli è la moglie Costanza che Niccolò conosce durante una gara canora: lei resta affascinata dal verso del merlo maschio in amore che l’uomo imita alla perfezione. La depressione di Niccolò giunge al punto che sogna un violoncello muto e si convince sempre più di valere meno degli altri. La sua rivalsa comincia quando accompagna la moglie alle Terme di Salsomaggiore e la vede visitare completamente nuda, si accorge che gli uomini ammirano il seno di Costanza. Niccolò spia una visita ginecologica, vede il medico che tocca le mammelle della moglie e la fa spogliare completamente, poi ascolta i discorsi degli inservienti che magnificano le grazie di Costanza. Laura Antonelli è molto sensuale, per molte sequenze regge la scena senza veli, si esibisce in flessioni a seno nudo, mostra le lunghe game, il sedere alto e sodo, buca l’obiettivo e conquista il primo piano. Niccolò si rende conto che per lui è eccitante vedere sua moglie nuda davanti a un’altra persona e ascoltare i commenti degli estranei sulle sue grazie. La sua rivalsa come uomo frustrato comincia quando scopre di possedere una moglie bella e desiderabile che quando è vestita nasconde le sue grazie. Cominciano i sogni che sono un mix di musica e sesso: una notte Niccolò si vede sul palcoscenico intento a suonare il sedere della moglie. Si tratta della scena cult del film: la Antonelli è inginocchiata come se fosse un violoncello, Buzzanca tiene l’archetto in mano e le suona il suo lato B. Il sogno si ripete spesso e vuol far capire come il musicista fallito identifica la sua unica possibilità di rivalsa nella bellezza della moglie. La Antonelli è brava a interpretare una donna semplice che cucina sempre polenta e baccalà, innamorata del suo uomo al punto che dopo le prime resistenze accetta di assecondarne le manie. Niccolò la droga e la fotografa di nascosto per mostrarla nuda e sexy (una foto la ritrae con il dito in bocca) agli amici e soprattutto al collega Lino Toffolo. Queste sequenze hanno ispirato Tinto Brass che ne La chiave ha messo in mostra una depravazione simile ma da un punto di vista più drammatico. Il merlo maschio, invece, è un piccolo capolavoro di ironia e comicità che rende divertente l’esibizione di un sedere o dei seni per finte foto porno. Le Polaroid rubate provocano una crisi tra moglie e marito, subito ricomposta dalla famiglia di lei. Niccolò comincia a mostrare le foto della moglie per sentirsi qualcuno, per far vedere che anche lui possiede qualcosa di unico. La moglie diventa l’arma per la sua riqualificazione sociale. “Meglio suonare questo che il violoncello”, dice Toffolo. Le parole dell’amico eccitano Niccolò al punto che comincia a far l’amore con la moglie anche sette volte al giorno. Per la prima volta in vita sua si sente invidiato e ammirato, quindi decide di scattare altre foto spinte con la moglie nelle pose più improbabili. Vediamo Laura Antonelli nuda sul letto mentre telefona, con una stola di pelliccia, mentre suona il violoncello, con gli slip calati e in cucina. Nelle foto la bella attrice è molto sensuale ma l’ironia della situazione limita la morbosità. Niccolò fotografa gli amplessi con l’autoscatto, realizza una gigantografia del direttore d’orchestra e vuole che la moglie reciti di fronte a lui. Niccolò pretende una finzione estrema da parte di Costanza, il suo direttore le avrebbe detto: “Preferirei essere un violoncellista di fila e avere una come lei”. Il corpo della moglie è paragonato a uno strumento musicale perfetto, Niccolò prima lo pizzica come una corda di violino (seno) e lo percuote come un tamburo (sedere) per poi partire con l’acuto (rapporto). Niccolò sogna di scrivere un’opera lirica intitolata Il merlo maschio ma l’amico che ascolta il presunto capolavoro lo ferma dopo poche note e gli dice che ha riscritto pari La gazza ladra di Rossini. Niccolò spedisce le foto della moglie nuda a Men, una rivista per soli uomini molto popolare nel periodo storico. Costanza tenta il suicidio per la vergogna, ma Niccolò la salva e le confessa: “La mia paura è quella di essere un nessuno, adesso ha capito che ho una moglie che tutti vorrebbero”. Costanza è la salvezza di Niccolò che sfoga su di lei tute le sue frustrazioni. Tornano gli incubi con il sedere della moglie al posto del violoncello e aumentano i desideri di esibizione di Niccolò. Il musicista fallito trova il suo momento di gloria costringendo la moglie a vestirsi in calzamaglia, subito dopo la ferisce a un piede, la porta dal medico e la fa spogliare per la visita. Peccato però che ha tenuto le mutandine e non riesce a esibirla completamente nuda. Niccolò insiste e invita a casa un massaggiatore che lavora con le mani il bel corpo di Costanza e si eccita alla vista del sedere nudo. Niccolò mostra Costanza a un casello ferroviario dove lavora un gruppo di operai. Aumentano le parti oniriche di Niccolò che sogna l’amico intento a guardare le tette della moglie e poi a gonfiarle. Il prossimo passo è quello di mostrare Costanza nuda ad amici e conoscenti. La esibisce al portiere fingendo una caduta nel bagno, perché quando la soccorrono devono farla uscire dalla vasca nuda e bagnata. Costanza è scivolata davvero e si è fatta male alla testa. Finisce al pronto soccorso per una mania di esibizione del marito che vorrebbe contrastare perché la giudica pericolosa. Lui invece aumenta le sue manie e pretenderebbe di far spogliare la moglie davanti a ventimila persona all’Arena di Verona per farla ammirare da tutti. Niccolò e Costanza decidono di smettere con queste esibizioni e con le foto ma lui subisce un tracollo psicologico, non ricorda il suo nome e si perde per le strade della città. La scena clou della pellicola mostra la note della prima dell’Aida all’Arena di Verona con Costanza che fa parte del coro e si denuda davanti a tutti senza che il marito glielo avesse chiesto. Costanza mostra il seno e Niccolò grida: “Non ancora!”. Si alza e prende il posto del direttore d’orchestra urlando: “È mia moglie! È una sinfonia! Impotenti!”. La logica fine della storia è una clinica psichiatrica dove Niccolò viene ricoverato. Costanza di tanto in tanto lo va a trovare e il marito la esibisce agli amici internati che poi certificano di aver tastato le tette più belle e più sode del mondo. “Se non ti faccio toccare non ci credono mica che sei così…”, dice. Niccolò è impazzito ma contento e sull’albero intona il verso del merlo maschio, ovvero La gazza ladra di Rossini.

   Il merlo maschio è uno dei migliori film di Pasquale Festa Campanile ed è sceneggiato dal regista partendo dal racconto Il complesso di Loth di Luciano Bianciardi. La musica di Riz Ortolani conferisce un tono ancora superiore a una pellicola ambientata nel mondo della musica. Il film gode della presenza di ottimi attori come Gianrico Tedeschi (il direttore d’orchestra) e Lino Toffolo (l’amico violoncellista) che coadiuvano molto bene Lando Buzzanca. Fanno parte del cast anche Elsa Vazzoler, Gino Cavalieri, Ferruccio De Ceresa, Enzo Robutti, Adolfo Belletti, Aldo Puglisi, Corrado Olmi, Pietro Tordi e lo scrittore Luciano Bianciardi nei panni del violoncellista Mazzacurati. Fa sorridere pensare che il regista avrebbe voluto Marina Vlady nella parte della protagonista, visto che l’interpretazione spontanea e per niente imbarazzata di una nudissima Laura Antonelli è uno dei motivi del grande successo della pellicola. L’attrice è al vertice della sua bellezza, i suoi nudi sono molti ma non volgari e necessari allo sviluppo del racconto. La parabola ossessiva di un piccolo borghese frustrato va di pari passo con la critica di un Veneto bigotto dalla doppia morale che già avevamo visto in alcuni film di  Pietro Germi.

   Jus primae noctis (1972) rappresenta un’incursione di Pasquale Festa Campanile nel decamerotico, genere che va di gran moda nel 1972, subito dopo il successo de Il Decameron di Pier Paolo Pasolini. Il regista sceneggia un soggetto di Ugo Liberatore, con la collaborazione di Luigi Malerba e Ottavio Jemma. Interpreti: Lando Buzzanca, Renzo Montagnani, Marilù Tolo, Paolo Stoppa, Felice Andreasi, Giancarlo Cobelli, Gino Pernice, Toni Ucci, Clara Colosimo, Enrica Bonaccorti, Ria De Simone, Ely Galleani, Alberto Sorrentino, Gianni Magni ed Enzo Robutti. Colonna sonora divertente di Riz Ortolani. Lando Buzzanca è Ariberto, arrogante signorotto di un villaggio che si riserba lo jus primae noctis sui vassalli, ma deve vedersela con un rivale piuttosto furbo come Gandolfo (Montagnani) che prima si prende gioco di lui – non sposando Venerata (Tolo) – e subito dopo guida la rivolta dei sottoposti contro il dispotico padrone. Il film è vietato ai minori di anni quattordici perché ci sono diverse scene di nudo quasi mai integrale, ma è una farsa divertente e piena di ritmo ambientata nel Medio Evo che tenta di fare un discorso critico sul potere. Ottimo incasso, anche perché il genere va di moda e prelude alla nascita della vera commedia sexy di ambientazione contemporanea. Attori molto bravi, su tutti Renzo Montagnani nel ruolo di un Bertoldo che lotta contro il potere, ma anche Lando Buzzanca non è da meno, mentre Paolo Stoppa è un papa romanesco rozzo e cafone. Il cast femminile è interessante, le interpreti non sono famose ma i loro nomi saranno importanti nella commedia erotica di serie B e in tanto cinema di genere: Ely Galleani, Ria De Simone, Enrica Bonaccortri e Marilù Tolo.

   La Calandria (1973) è un altro decamerotico ben realizzato, un gradino sopra alle pellicole contemporanee con simile ambientazione girate da registi più approssimativi. Interpreti: Lando Buzzanca, Salvo Randone, Agostina Belli, Barbara Bouchet, Mario Scaccia, Giusi Raspani Dandolo, Cesare Gelli e Grazia Maria Spina. Il regista sceneggia e modernizza la commedia cinquecentesca del cardinale Bernardo Dovizi detto il Bibbiena, inserendo dialoghi a base di doppi sensi erotici. Lidio (Buzzanca) per una scommessa conquista Fulvia detta Calandria (Belli), bella e ingenua moglie del vecchio e impotente Calandro (Randone). Il film procede a colpi di beffe di carattere sessuale che finiscono per costare care al furbo Lidio.

   L’emigrante (1973) è la prima volta di Pasquale Festa Campanile alle prese con Adriano Celentano e lo sviluppo cinematografico del suo personaggio. Interpreti: Adriano Celentano, Claudia Mori, Sybil Danning, Pepe Calvo e Lino Toffolo. Celentano è un giovane che emigra in America per fare fortuna e cercare suo padre, ma viene coinvolto in storie di malavita e incontra una cantante (Mori), di cui si innamora. Non è un film memorabile e non ha niente a che vedere con la nostra trattazione perché – come in ogni film con protagonista Celentano – non c’è traccia di erotismo, ma solo di buoni sentimenti.

   Rugantino (1973) è un altro Celentano movie, ma di ben altro spessore, un vero e proprio caposaldo del cinema storico romanesco. La pellicola è niente meno che l’adattamento cinematografico di una vecchia commedia scritta da Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa insieme a Pietro Garinei e Sandro Giovannini. Interpreti: Adriano Celentano, Claudia Mori, Paolo Stoppa, Toni Ucci, Guglielmo Spoletini, Riccardo Garrone, Grazia Maria Spina, Sergio Tofano, Renzo Palmer, Pippo Franco, Gastone Pescucci, Enzo Robutti, Patrizia Gori, Paola Montenero, Elio Pandolfi, Vincenzo Crocitti e Alvaro Vitali. Siamo nella Roma di Pio XI e assistiamo alle vicissitudini di Rugantino (Celentano) che cerca di conquistare Rosetta (Mori), moglie del violento Gnecco (Spoletini). A un certo punto Gnecco viene ucciso da un carbonaro e Rugantino si prende la colpa, perché vuole essere considerato un uomo coraggioso. Adriano Celentano fa furore, anche se il suo dialetto romanesco lascia a  desiderare, ma interpreta molto bene il personaggio dello sbruffone dotato di un grande senso dell’onore. Bravi anche gli altri interpreti nei panni dei ricchi borghesi e nobili annoiati (Ucci, Spina e Garrone), così come è esilarante il boia interpretato da Paolo Stoppa. Ottimi i caratteristi, bella e intensa Claudia Mori. Celentano canta Roma nun fa’ la stupida stasera di Armando Trovajoli. Le scenografie sono di Elena Poccetto Ricci, ispirate alle incisioni di Bartolomeo Pinelli. 

   La sculacciata (1974) è la più classica delle commedie sexy che lancia la bellezza maliziosa di Sydne Rome. Il testo originale è la commedia teatrale Neurotandem di Silvano Ambrogi, sceneggiata per il cinema con la collaborazione del regista e di Luigi Malerba. Interpreti: Antonio Salines, Sydne Rome, Gino Pernice, Toni Ucci, Paolo Gzlino, Marisa Bartoli e Vincenzo Crocitti. Carlo (Salines) è un impiegato di banca impotente che per guarire ricorre a ogni mezzo possibile e immaginabile: legge il kamasutra e lo mette in pratica, tenta rapporti a tre, ma non riesce a combinare niente con la bellissima moglie Elena (Rome). Carlo arriva al punto di voler prendere i voti, entrare in convento e farsi frate, ma il finale è davvero sorprendente perché l’uomo si sblocca soltanto quando salva la moglie da un tentativo di suicidio. Il film è molto teatrale e tradisce la sua derivazione da una commedia, ma le intenzioni di critica sociale sono alte e ben riuscite. L’Italia è diventato il paese dove persino Famiglia Cristiana parla di sesso e il povero marito vive la sua impotenza – soltanto psicologica – sull’orlo della nevrosi prodotta dalla mercificazione dei rapporti. Sydne Rome è molto nuda e questa generosità di esibizioni fa rientrare il film nei canoni della commedia erotica, lanciando una nuova diva statunitense che lavorerà molto in Italia. Le battute sono a doppio senso e i riferimenti sessuali sono dovuti, come lo scherzo ironico di un vibratore per fare la maionese. 

   Conviene far bene l’amore (1975) è una divertente commedia sexy di taglio fantastico, interpretata da Luigi Proietti, Christian De Sica, Agostina Belli, Eleonora Giorgi, Adriana Asti, Quinto Parmeggiani, Mario Scaccia, Monica Strebel, Mario Pisu, Mario Maranzana, Pietro Tordi, Salvatore Puntillo,  Enzo Robutti, Tom Felleghi e Oreste Lionello. Siamo alle soglie del 2000 e l’Italia è sconvolta dalla crisi energetica (problema sentito in un periodo caratterizzato da domeniche a targhe alterne, blocco dei veicoli e austerity totale), il professor Nobili (Proietti) scopre il modo per riutilizzare a fini economici l’energia prodotta dall’orgasmo. Non è facile, però. Serve una vera e propria rivoluzione dei costumi. La pellicola deriva dal romanzo omonimo di Pasquale Festa Campanile, sceneggiato dal regista con la collaborazione di Ottavio Jemma. De Sica è molto giovane ma interpreta un ruolo interessante, Proietti è bravissimo, le attrici sono affascinanti, sia la Giorgi che la Belli non risparmiano nudi d’autore. Il film diverte, ma al tempo steso lancia un messaggio di critica sociale e di costume in una società sessuofoba. 

   Dimmi che fai tutto per me (1976) è una commedia erotica che sconfina nella farsa citando spesso Signore & signori di Pietro Germi e Malizia di Salvatore Samperi. Interpreti: Johnny Dorelli, Pamela Villoresi, Andréa Feréol, Jacques Dufilho, Pino Caruso, Grazia Maria Spina, Enzo Robutti, Nanni Svampa, Stefano Amato e Nando Murolo. Dorelli è un medico trevigiano che vorrebbe riprendere i soldi al suocero Dufilho, un gangster che è appena arrivato dagli Stati Uniti con la giovane amante (Villoresi). Il suocero ha imposto al medico di comprare una villa padana e lui ha impiegato tutte le sue risorse in quell’affare. Il film è un modesto giallo rosa che finisce in farsa sboccata e triviale, fuori dalle corde di Pasquale Festa Campanile. Il soggetto sarebbe di Suso Cechi D’Amico e Marco Vicario, tratto da un racconto inedito di Piero Chiara, ma la volgarizzazione uso pochade è responsabilità degli sceneggiatori Castellano & Pipolo. Piero Chiara riprenderà il racconto per scrivere il romanzo Saluti notturni dal Passo della Cisa. Da citare una stupenda Pamela Villoresi in alcuni nudi parziali per giustificare la commedia erotica.  

   Il soldato di ventura (1976) è un film diverso dal solito per Pasquale Festa Campanile, perché si tratta di una pellicola comica interpretata da Bud Spencer (Carlo Pedersoli). Altri interpreti: Philippe Leroy, Andréa Ferréol, Jacques Herlin, Jacques Dufilho ed Enzo Cannavale. La pellicola è una specie di parodia della disfida di Barletta del 1503 e Bud Spencer interpreta un buffo Ettore Fieramosca alla ricerca di dodici italiani disposti a sfidare i francesi. 

   Autostop rosso sangue (1977) è un insolito film drammatico che interrompe la produzione comico – erotica di Pasquale Festa Campanile. Il soggetto è di Aldo Crudo, tratto dal romanzo The violence and the fury di Robert Kane, la sceneggiatura di Ottavio Jemma, Aldo Crudo e Pasquale Festa Campanile. Tra glin interpreti ricordiamo Franco Nero, Corinne Clery e David Hess. Il film è girato on the road negli Stati Uniti, mentre gli interni sono realizzati a Roma. Il film è classificabile solo in parte come un rape & revenge, le così dette pellicole di stupro e vendetta particolarmente crude che si limitano a rappresentare la violenza. Basti pensare a L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven che teorizza il genere e ritaglia un ruolo per David Hess che lo accompagnerà a lungo. Hess è protagonista anche di questa pellicola dove interpreta un rapinatore psicopatico che dopo aver accettato un passaggio prende in ostaggio un giornalista (Nero) e sua moglie (Cléry). Molto sesso, scene di stupro e di sadismo esibite a piene mani, rapporti sessuali con lo psicopatico, in parte consenzienti per criticare l’istituzione borghese del matrimonio. Autostop rosso sangue avrebbe la pretesa di costruire un apologo sul matrimonio, ma è soprattutto un thriller duro e spietato, on the road, girato in stupendi esterni che ci conducono nelle zone di confine tra Stati Uniti e Messico. La sceneggiatura è di Ottavio Jemma, Aldo Crudo e del regista, che adattano per il cinema il romanzo La violenza e il furore di Robert Kane. I personaggi sono tutti negativi, a cominciare dalla coppia di sposi che non convivono per amore, ma solo per un legame di interesse. “Loro fanno l’amore, noi scopiamo”, dice Corinne Clery mentre osserva due giovani fidanzati. La moglie invidia la dolcezza nel rapporto degli altri, quella dolcezza che con il marito è andata perduta, o forse non c’è mai stata. Vediamo il marito ubriaco, prendere di mira la moglie con il fucile e poi uccidere un cervo, subito dopo una scena d’amore selvaggio fa capire il loro rapporto malsano erotico. La perversione raggiunge livelli alti e le sequenze erotiche sono da divieto ai minori di anni diciotto quando David Hess si unisce alla coppia e comincia a insidiare la moglie. Molte sequenze di sesso e violenza sono degne del miglior Quentin Tarantino che conosce sicuramente questa pellicola. Il tono è da film nero, a tratti pulp, con cervelli che esplodono dopo colpi di pistola, schizzi di sangue, omicidi efferati, auto che finiscono negli strapiombi e crudeltà esibita senza risparmio. Ben girate le scene di azione lungo strade sterrate di montagna, ricche di inseguimenti mozzafiato. Molti i nudi integrali di Corinne Clery, esibita dal marito, posseduta dal rapinatore, picchiata, immortalata in pose provocanti. Il finale è sconvolgente e per niente consolatorio. Marito e moglie si liberano del rapinatore, fuggono con il malloppo, ma entrano in scena dei giovani motociclisti, personaggi negativi pure loro, che provocano un incidente e fanno cappottare l’auto con i fuggitivi. Il marito si salva, ancora una volta si dimostra avido e senza cuore, perché lascia la moglie morire nell’auto in fiamme e scappa con i soldi. La pellicola finisce con Franco Nero che chiede l’autostop e completa la sua fuga.

L’affascinante parigina Corinne Clery (il vero nome è Piccolo) proviene dal successo scandalo di Histoire d’O (1975) e da alcune pellicole comiche come Sturmtruppen (1976) di Salvatore Samperi e Tre tigri contro tre tigri (1977) di Sergio Corbucci. Perfetta per il ruolo, sprizza erotismo perverso, sensualità e passione, mentre si lascia accarezzare e fa l’amore con David Hess sotto gli occhi del marito. Il suo è un personaggio complesso, fondamentalmente negativo, perché  convive da nove anni con un marito che non ama, fa l’amore con piacere con il rapinatore, infine lo uccide per vendetta e accetta la complicità del coniuge per scappare con i soldi. Franco Nero è molto bravo nel prestare il volto a un personaggio di borghese fallito, piccolo arrivista, geloso della moglie come un semplice oggetto, che non esita ad approfittare degli eventi per scappare con il malloppo. Franco Nero è attore completo, capace di passare da ruoli drammatici e avventurosi al cinema western, senza soluzione di continuità. David Hess è il perfetto maniaco, l’attore feticcio per un ruolo simile, la sua carriera è segnata da film come L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven, al punto che – dopo Autostop rosso sangue – lo vedremo in un nuovo ruolo in un puro rape & revenge ne La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato. Monica Zanchi – futura starlet del cinema erotico –  compare nella prima parte della pellicola per poche sequenze, nel ruolo della fidanzata che amoreggia con il compagno. La colonna sonora è di Ennio Morricone, ricca di elementi country e di musica folk nordamericana, a tratti suggestiva, intensa, soprattutto ben amalgamata con la pellicola. I Gladrags eseguono le canzoni Sunshine e Notturno per tre. Il titolo inglese del film è Hitch – Hike. La pellicola esce tagliata in Giappone e Olanda, dove manca la lunga scena realistica del rapporto sessuale tra David Hess e Corinne Clery. Il film piace molto a Marco Giusti che su Stracult scrive: “Mio personale straculto. La scena dello stupro (ma non è uno stupro, nda), violentissima e realistica, vale il film. Un film assolutamente anomalo per Pasquale Festa Campanile, crudo, violento, sadico, amorale, dominato dalla presenza di un notevole cattivo, ma anche dalle grazie della Clery che si lascia toccare dappertutto dal violentatore”. Meno entusiasta il giudizio di Mereghetti che concede due stelle: “Come apologo sul matrimonio il film non regge cotante ambizioni. Come thriller on the road, invece funziona e la sceneggiatura sa servirsi degli stereotipi per spingersi in territori poco battuti, e rilancia abilmente la storia quando sembra terminata. La sgradevolezza di tutti i personaggi, la crudezza nella rappresentazione di sesso e violenza (a rischio di tagli) e il finale poco consolatorio sono tipici del cinema di quegli anni”.

   Cara sposa (1977) potremmo definirlo un Dorelli movie, perché lo showman milanese attraversa un momento di grande popolarità e le sue interpretazioni cinematografiche sono richieste dal pubblico. Interpreti: Johnny Dorelli, Agostina Belli, Maria Pilar, Enzo Cannavale e Lina Volonghi. Agostina Belli è una donna che non sa scegliere tra un nuovo partner affidabile e il marito truffatore, che è appena uscito di galera e conduce la solita vita a base di espedienti. Non è un film memorabile, a parte il rovesciamento di prospettiva dei luoghi comuni con un truffatore milanese (Dorelli ) che vive alla giornata e la moglie (Belli) napoletana che aspira alla serenità borghese.

   Come perdere una moglie… e trovare un’amante (1978) è un altro modesto Dorelli movie, troppo casto per una commedia sexy e molto blando per una vera commedia all’italiana. Resta il gusto per la pochade, per la farsa erotica, ma non è molto. Barbara Bouchet è l’interprete femminile più interessante, ma fanno parte del cast anche Gabriella Giorgelli, Stefania Casini, Felice Andreasi, Elsa Vazzoler e Carlo Bagno. Il tema è il tradimento reciproco a base di disavventure parallele. Alberto perde la moglie americana che gli mette le corna con l’idraulico, trova una seconda moglie (olandese) che lascia il proprio marito, incerto tra piano, violoncello e cameriera.

   Il ritorno di Casanova (1978) rappresenta una pausa televisiva, pure questa insolita nella carriera di Pasquale Festa Campanile.

   Pasquale Festa Campanile scopre Lilli Carati, attrice bella e sensuale, di una bellezza selvaggia e per niente tranquillizzante, una donna fuori da ogni cliché che irretisce con lo sguardo felino e il magnetismo animale. Il regista la vuole nel cast degli attori che interpretano Il corpo della ragassa (1979) e Qua la mano (1981).

   Il corpo della ragassa è tratto da un romanzo di Gianni Brera, un colto giornalista sportivo che si ricorda per i commenti calcistici a base di citazioni latine e cultura classica. Completano il lavoro la brillante sceneggiatura di Enrico Oldoini, Ottavio Jemma e di un esperto dell’erotismo raffinato come Alberto Lattuada, che avrebbe dovuto dirigere il film. Per non parlare delle musiche, intense e coinvolgenti, del geniale Riz Ortolani. Interpreti: Lilli Carati, Enrico Maria Salerno, Renzo Montagnani, Marisa Belli, Elsa Vazzoler, Gino Pernice, Giuliana Calandra e Tom Felleghi. Il corpo della ragassa è il miglior film interpretato dall’affascinante attrice lombarda, che si mostra completamente nuda in tutta la sua sfolgorante bellezza in una scena accanto a Enrico Maria Salerno. Renzo Montagnani completa il terzetto di ottimi attori per una volta non come amante allupato, ma nei panni inconsueti del padre della ragassa. Il film è ambientato a Mantova degli anni Cinquanta, dove il professor Ulderico Quario (Salerno) assume a servizio la campagnola Teresa, detta Tirisin (Carati), ignorante e vergine, e la conduce alla scoperta del sesso. La ragazza impara presto, fa innamorare il padrone e lo porta alla tomba a colpi di sesso, ma sbaglia a investire l’eredità in una casa di tolleranza, perché la legge Merlin le fa chiudere dopo pochi mesi. Lilli Carati è la protagonista indiscussa della pellicola ed è proprio lei il corpo della ragassa esibito da Enrico Maria Salerno per vantarsi con gli amici. Non solo. Salerno da buon medico erotomane visita la Carati a gambe divaricate e la espone agli sguardi allupati di un pubblico composto da voyeur. La frase di lancio è tutta un programma: “Con due esse? Sì, come sesso”. La prima battuta prosegue nel tono volgare: “Razza padana, chiappa sovrana”. Nonostante tutto il lancio della Carati nel cinema di serie A fallisce e l’attrice resta vittima del suo personaggio.

Gegè Bellavita (1979) è una modesta commedia di costume interpretata da Flavio Bucci, Lina Polito, Pino Caruso, Enzo Cannavale, Miranda Martino, Laura Trotter e Marisa Laurito. Lo sceneggiatore Ottavio Jemma gioca la carta del grottesco e basa tutto su un umorismo volgare, tipico della pochade, che non sempre diverte. Bucci è il padre di nove figli (ne sta per arrivare un decimo) ma si dedica soltanto a corteggiare avvenenti vicine di casa, mentre la moglie (Polito) lavora duramente e mantiene la famiglia. L’idea del film sarebbe quella di ironizzare sulla figura di un uomo oggetto, perché quando la moglie si rende conto dei tradimenti a ruota libera organizza – a insaputa del maschio – una serie di adulteri a pagamento.

   Sabato, domenica e venerdì (1979) è una commedia sexy a episodi, ma si tratta di un trittico di storie diverse tra loro che hanno come filo conduttore il giorno della settimana in cui si svolge l’azione. Sabato è diretto da Sergio Martino, interpretato dalla mitica coppia Fenech – Banfi all’apice del successo. Domenica è di Pasquale Festa Campanile e vede all’opera la coppia Michele Placido – Barbara Bouchet. Venerdì è diretto da Castellano e Pipolo e vede interpreti Adriano Celentano e Lova Moore. I titoli di testa della pellicola mettono in bella evidenza i tre attori di punta: Fenech, Bouchet e Celentano, che nel 1979 rappresentano una garanzia al botteghino. Produttore è Medusa in collaborazione con Luciano Martino distribuzione. La fotografia è di Alessandro Ulloa, il montaggio di Eugenio Alabiso e di Salvatore Siciliano, le musiche sono di Detto Mariano e le scenografie di Bartolomeo Scavia. Abbiamo già parlato diffusamente di Sabato in un capitolo dedicato a Sergio Martino ne I registi della commedia sexy (Profondo Rosso). Vediamo Domenica di Festa Campanile, che presenta l’insolita coppia Michele Placido – non ancora regista impegnato – e Barbara Bouchet. Placido è un camionista assonnato e sfiancato dal lavoro, la Bouchet è una donna terrorizzata dall’arrivo dei genitori siciliani ai quali ha sempre nascosto la sua relazione con un uomo sposato. Michele Placido interpreta il ruolo del finto marito per difendere la donna, ma alla fine si innamora e la sposa per davvero. La Bouchet è sempre bella, però mostra solo il seno in una rapida e breve sequenza. Tipica commedia all’italiana a base di equivoci a ripetizione che non decolla mai e finisce per annoiare. Venerdì ha per protagonista il molleggiato Adriano Celentano con l’intero balletto del Crazy Horse. La storia è molto esile e vede Celentano nei panni dell’impresario Costantin che per non perdere la bella Lova Moor decide di sposarla. La parte del leone la fa il balletto del Crazy Horse che mette in scena il famoso numero con le natiche esposte e ritagliate nei pantaloni. C’è pure Ernest Thole nella parte del cameriere omosessuale innamorato di Celentano. Il finale della pellicola è originale ed è a cura del balletto del Crazy Horse che si esibisce in un teatro, mentre la macchina da presa inquadra i volti delle coppie protagoniste dei precedenti episodi. Banfi e la Fenech applaudono e in una fila poco distante vediamo la Bouchet e Placido che sorridono compiaciuti. Per Mereghetti il film è “un tentativo di comicità meno grezza del solito, anche se non si alza al di sopra della macchietta e della caricatura”. Il film riscuote un buon successo di pubblico ed è esportato in Spagna come Sabado, domingo y viernes.

   Il ladrone (1980) è una pellicola che ho sviscerato nel volume Le dive nude – Il cinema di Gloria Guida e Edwige Fenech (Profondo Rosso, 2006) parlando del salto di Edwige Fenech verso la commedia sexy di serie A. Il ladrone è una coproduzione italo-francese, sceneggiata da Renato Ghiotto, Ottavio Jemma, Santino Spartà e Stefano Ubezio. La fotografia è di Giancarlo Ferrando, le musiche sono di Ennio Morricone e le scenografie di Enrico Fiorentini. Interpreti: Enrico Montesano, Edwige Fenech, Bernadette Lafont, Enzo Robutti e Claudio Cassinelli. Il film è girato in Tunisia tra Hammamet, Sousse e Monastir e gode di una fotografia molto suggestiva. L’ambientazione è curata, così come non presenta difetti la ricostruzione storica di luoghi, costumi e paesaggi. La macchina da presa si sofferma su deserto, mare, città africane e riprende suggestivi tramonti tra le dune. Una prova inconsueta di Pasquale Festa Campanile che mette in scena un suo romanzo storico raccontando la storia di Caleb (Montesano), un simpatico furfante che vive in Palestina ai tempi di Gesù. Caleb fa il mago in piazza, trasforma l’acqua in vino con il trucco della pompetta sotto la tunica, vende pillole per ammorbidire i peti, fa il finto cieco che chiede l’elemosina. In una parola, vive di espedienti e di piccole truffe. Un bel giorno si trova a Cana per un matrimonio e sente i servi asserire che un certo Gesù (Cassinelli) ha trasformato l’acqua in vino, ma non ci crede e pensa che si tratti di un imbroglione come lui. Questo è il leitmotiv di tutto il film con il ladrone che batte le stesse strade di Gesù e assiste a diversi miracoli. Lo vede camminare sulle acque, resuscitare Lazzaro, far camminare gli storpi e moltiplicare pani e pesci. Caleb dubita sempre ed è pure invidioso della sua abilità, tanto che arriva a tentarlo nell’orto del Getsemani e lo spinge a mollare tutto e a scappare a Roma con lui. Alla fine si redime quando viene messo in croce accanto a Gesù Cristo ed è proprio lui il ladrone buono che sale in cielo accanto al figlio di Dio. Edwige Fenech è Deborah, la singolare compagna di Caleb, che prima fa la prostituta professionista e alla fine si innamora del simpatico ladrone. Edwige Fenech entra in scena all’improvviso e catalizza l’attenzione degli spettatori sfoggiando una bellezza prorompente e una stupenda mise con il seno in bella mostra e il corpo bagnato dall’acqua di mare. Deborah sta pescando con un bastone e mena colpi a destra e a manca, ma il suo vero lavoro è fare la prostituta. La Fenech si spoglia con parsimonia ma la prima sequenza tocca buoni livelli di erotismo quando amoreggia sulla spiaggia con Caleb. Deborah conosce Gesù e ha fede in lui, anche perché l’ha guarita dalla lebbra. Caleb prosegue nelle sue truffe e se ne va senza pagare la prestazione con la scusa che teme di infettarsi. Ruba un caprone nero e lo tinge di bianco per rivenderlo, va a servizio da un padrone avaro e lo deruba delle grazie di sua moglie, delle perle di una collana e infine incontra una miracolata da Gesù che prima era muta e adesso parla come un’indemoniata. Va citato l’incontro con Apula, la moglie del governatore romano Ruffo, impersonata dalla sensuale attrice francese Bernadette Lafont. Quando interpreta Il ladrone, la Lafont è nella fase calante della carriera, però la sequenza sexy con Montesano che fa scivolare le perle dalla schiena fino al solco delle natiche non lascia indifferenti. Caleb prosegue nelle scorribande, si imbatte in un bel cane bianco che chiama Giosuè e lo allena per farlo diventare compagno di truffe. Da notare la bella parte drammatica che vede la morte di Giosuè ucciso da un cattivissimo Enzo Robutti calato nei panni di un soldato romano. Caleb si era affezionato all’animale, adesso si sente solo mentre lo piange e lo seppellisce. Il ladrone ritrova Deborah, vediamo un’altra parte divertente ed erotica con Caleb che prima scaccia i suoi clienti e poi tenta di farsi la bella prostituta. Deborah prima lo scoraggia rompendogli in testa un vaso di terracotta, ma alla fine acconsente e tiene il conto dei soldi che deve avere. In questo film la Fenech è ben fotografata ed è al culmine della sua prorompente bellezza, sembra che su di lei il passare degli anni produca effetti contrari. Pure la sua recitazione è a buoni livelli, anche se come sempre è doppiata. L’unione tra Deborah e Caleb, prima di diventare rapporto d’amore è complicità tra furfanti, infatti la ragazza aiuta il ladrone in alcune imprese ai danni di malcapitati passanti. Una scena ritrae la bella franco-algerina seminuda in mezzo al mare mentre funge da esca per attirare il truffato di turno. Ci pensa Caleb a derubare asino e carico, mentre lo sprovveduto cerca di afferrare la stupenda visione di una donna tra le acque. Deborah e Caleb sono una coppia insolita: un imbroglione e una prostituta che stanno insieme e si aiutano l’uno con l’altra ma non sono compagni nella vita, ognuno segue la sua strada. Alcune sequenze del film sono proprio di cattivo gusto. Su tutte cito quella della pisciata dei soldati romani sul corpo di Caleb, le battutacce sull’uccello circonciso e sulla lunghezza del pene del ladrone, sequenze che fanno scadere il tono della pellicola. Caleb perde il cane e sente di essere innamorato di Deborah che intanto è scomparsa, quindi si mette alla sua ricerca e la trova alla corte di Ruffo (Daniele Vargas). Citiamo anche la bella scena comico-erotica del feroce scherzo al soldato romano Enzo Robutti con cui Caleb aveva un conto in sospeso. Edwige Fenech si dimena sul prato come se facesse l’amore con un fantasma e subito dopo Caleb convince il soldato che lui si era reso invisibile per farsi quella bella ragazza. Il soldato si denuda e si spalma il corpo con un unguento mentre recita un rituale di offese rivolte alla sua persona. La Fenech sta al gioco e si fa tastare il sedere dal soldato, ma poi lo prende a randellate come se scacciasse un invisibile demonio. Il romano è convinto di poter fare di tutto e raggiunge delle lavandaie che subito si mettono a gridare davanti allo spettacolo di un uomo nudo e lo scacciano via a colpi di pietra. Il sasso più grosso lo scaglia Caleb a nome del povero Giosuè e stende il soldato. Quando Deborah e Caleb decidono di vivere una vita normale e il ladrone vuole dedicarsi alla famiglia, senza più fare truffe o tentare di competere con Gesù, accade l’irreparabile. Caleb viene riconosciuto per una delle tante truffe commesse in passato, i soldati lo conducono in prigione dove lui si vanta delle sue conquiste, prima tra tutte la moglie del prefetto romano. Mentre Caleb è in galera viene arrestato Gesù e si sparge la voce che ci sarà un’amnistia, ma Caleb viene sorteggiato per essere crocifisso accanto al re dei Giudei insieme a un altro ladrone. Caleb si trova a morire per caso, per fare da contorno alla morte del figlio di Dio, con la sua donna sotto la croce che grida: “Ti amo, Caleb” e lo piange. “Non sarei stato un buon marito” pensa Caleb “e tutto sommato la mia vita l’ho vissuta a fondo…”. Rimprovera l’altro ladrone che chiede a Gesù un miracolo per salvarli dalla morte e quando Gesù gli dice: “Stasera sarai con me nel regno dei cieli”, Caleb risponde: “Grazie Signore, vai avanti tu”. Lo ha riconosciuto come figlio di Dio e muore felice.  Edwige Fenech è solita citare questa pellicola come uno dei suoi migliori lavori. In effetti si tratta di un film serio che inaugura il filone comico-mistico che farà molti proseliti. A chi scrive è piaciuto abbastanza, pure se la pellicola è un po’ lenta e procede tra alti e bassi, soprattutto mettendo in evidenza alcune scene inutili che si potevano evitare. La fotografia e la stupenda scenografia riscattano la prevedibilità della trama e la bravura di Montesano nei panni di Caleb rende simpatico un personaggio così cialtrone. Edwige Fenech è brava e convincente nei panni della prostituta che si innamora e come sempre dà il meglio di sé nelle scene sexy che recita con grande naturalezza. Mereghetti parla di “una comicità facile e volgare” e di “risultato inferiore alle attese”, ma il film diverte affrontando un tema piuttosto serio. Il romanzo portato sul grande schermo perde in sottigliezza, ma ne guadagna la parte comica che rasenta la farsa per merito di un Montesano scatenato. Cassinelli è più bravo come Gesù Cristo che ai tempi del poliziottesco e dello spaghetti – western.

   Qua la mano (1981) ai nostri fini è un film poco interessante perché non ha niente a che vedere con l’erotismo. Si tratta di una commedia composta da due episodi. Sto così col Papa è interpretato da Enrico Montesano, Philippe Leroy, Mario Carotenuto e Adriana Russo. Enrico Montesano è un vetturino che fa di tutto per conoscere il Papa. Il prete ballerino è interpretato da Adriano Celentano, Renzo Montagnani, Enzo Robutti e Lilli Carati. Si parla di ballo e di un prete che se la cava meglio in pista che a dir messa, interpretato da Celentano. Il film non è un capolavoro, battute scontate e ritmo fiacco, pure se l’episodio con Lilli Carati risulta il migliore.

   Culo e camicia (1981) è una commedia leggera composta di due episodi non molto uniformi tra loro: Il televeggente (Enrico Montesano, Daniela Poggi e Gianni Agus) e Un uomo, un uomo e… evviva, una donna! (Renato Pozzetto, Maria Rosaria Omaggio e Leopoldo Mastelloni). Il migliore è Il televeggente, che racconta la storia di un assistente montatore balbuziente che sogna di fare il telecronista sportivo. Daniela Poggi è Ornella che fa innamorare Montesano e c’è pure un genio benevolo che aiuta Montesano a realizzare il sogno. Più fiacco il secondo episodio, con Pozzetto (anche sceneggiatore) e la Omaggio, ma soprattutto Mastelloni, che racconta una storia grottesca ambientata nel mondo dell’omosessualità. I due film durano un’ora ciascuno ma non si comprende perché sono stati cuciti insieme, a parte la popolarità di Montesano e Pozzetto che serve a portare al cinema due diverse tipologie di spettatori.

   Manolesta (1981) è una commedia prevedibile con qualche risvolto sociale che sfrutta il personaggio del Tomas Milian borgataro. Sceneggiato da Enrico Oldoini e Ottavio Jemma. I protagonisti sono Tomas Milian, Giovana Ralli, Paco Cardini, Armando Pugliese e Adriana Russo. La storia vede un’assistente sociale (Ralli) che indaga su un ladruncolo (Milian) che vive con il figlio in un barcone sul Tevere. Alla fine prende la faccenda più a cuore del previsto e vorrebbe sottrarre il bambino dall’amorevole quanto nefasta presenza del padre. La bellezza del film sta nell’amarezza di un padre truffatore alle prese con un bambino di sette anni abbandonato dalla madre. Milian lo deve crescere e sfamare, deve essere per il bambino padre e madre. Niente di sexy e di erotico, ma solo amara comicità.

Nessuno è perfetto (1981)è una commedia interpretata da Ornella Muti e Renato Pozzetto, una delle due esperienze professionali dei due attori insieme a Un povero ricco (1983), sempre guidati da Pasquale Festa Campanile. Sono insieme anche nel cast anche di Grandi magazzini (1986) di Castellano e Pipolo, ma lavorano in segmenti diversi della pellicola. Siamo nel periodo delle commedie facili, quando per portare al cinema il pubblico bastano due attori di grido, meglio se una bellezza intrigante come la Muti, spesso in coppia con Celentano e Nuti. Pozzetto ci prova, diretto da un diligente Pasquale Festa Campanile, che non realizza il capolavoro della sua carriera, ma solo un dignitoso prodotto d’intrattenimento. Certo, i luoghi comuni su gay, travestiti e transessuali non mancano, oggi molte situazioni sarebbero improponibili e tacciate di omofobia. Tutto va storicizzato, se vogliamo capire. Chantal (Muti), ex paracadutista diventato donna, sposa Guerrino, imprenditore vinicolo rimasto vedovo (Pozzetto), imbranato e succube della morbosa suocera (Volonghi) che lo insidia sessualmente, vittima di scherzi da parte di compaesani invadenti (Boldi, Tinti), affezionato a un solo vero amico (Andreasi). Guerrino rifiuta di incontrare altre donne dopo la morte prematura della moglie, gli amici lo deridono, soprattutto Boldi (Lingua profonda, autista pettegolo), ma diventano gelosi dopo l’incontro tra Guerrino e la stupenda fotomodella Chantal. Un giorno la suocera scopre il segreto, dopo che il compagno cominciava a sospettare qualcosa per la ritrosia della ragazza nei confronti della prole: Chantal è un ex un paracadutista dell’esercito tedesco che ha cambiato sesso. Guerrino non sopporta i pettegolezzi e gli scherzi feroci di cui viene fatto oggetto, finisce per obbligare la moglie a tradirlo con il playboy del paese (Tinti), ma sul più bello evita che accada l’irreparabile. Alla fine la coppia si riconcilia, il regista conclude con una morale consolatoria e prevedibile: non importa quel che pensa la gente, basta che ci sia l’amore. Un successo di pubblico, come ogni film interpretato da Ornella Muti e da Renato Pozzetto che – per opposti motivi – godono di grande seguito popolare. Bocciatura critica, perché la comicità è ai minimi storici e le trovate sono risapute, anche se la commedia si segue con piacere, fremendo per le disavventure surreali dei protagonisti. Ornella Muti vestita in tuta mimetica da paracaduta e grandi occhiali da sole è uno spettacolo per gli occhi, ma anche diverse sequenze erotiche (caste) la ritraggono in tutta la sua fulgida bellezza. Renato Pozzetto è diligente nella solita interpretazione da imbranato in balia di donne e amici, ma i guizzi comico – surreali sono più prevedibili del solito. Lina Volonghi è una perfetta suocera perfida, impicciona e curiosa. Massimo Boldi diverte come amico invadente, Felice Andreasi è il consulente fidato, Gabriele Tinti il playboy sciupafemmine. Suggestiva e ideale per ricreare la situazione del pettegolezzo di provincia l’ambientazione nella insolita location di Bergamo Alta. Pasquale Festa Campanile è un regista – scrittore che gira e sceneggia di tutto, passando dal comico al drammatico con facilità, ma la commedia resta la sua vera vocazione. Nessuno è perfetto è uno dei suoi ultimi lavori, da rivedere per temi originali e un pizzico di erotismo. Nel solito periodo storico ricordiamo anche Culo e camicia, Bingo Bongo, Il petomane e Un povero ricco. Rassegna critica. Paolo Merghetti (una stella): “Pozzetto tanto per cambiare interpreta il personaggio di un benestante angariato dai pettegolezzi e dalle malignità della provincia sfaccendata e invidiosa, ma il titolo (rubato a Billy Wilder) è più divertente del film, giochino scontato di blanda (e volgare) comicità”. Pino Farinotti la vede in maniera diametralmente opposta (tre stelle): “Commedia degli equivoci tagliata addosso a un Pozzetto espressivo alla sua maniera, ben costruita, divertente e girata con indubbio mestiere”. Morando Morandini segue una condivisibile via di mezzo (due stelle di critica – tre di pubblico): “Poteva essere ottimo, è soltanto discreto, anche nel senso della misura, del garbo. Festa Campanile ha tenuto a briglia corta Pozzetto e dato gas alla Muti. Un po’ ripetitivo e approssimativo”. Luci e ombre, certo. Ma è invecchiato bene.

   Bingo Bongo (1982) è uno dei più originali Celentano movie di tutti i tempi, dove l’attore si confronta con la sua leggendaria similitudine con uno scimmione. Interpreti: Adriano Celentano, Carole Bouquet, Felice Andreasi, Enzo Robutti, Walter D’Amore, Roberto Marelli e Sal Borgese. Bingo Bongo (Celentano) è un uomo – scimmia catturato da un gruppo di scienziati che viene portato a Milano per essere studiato, ma la sola a capirlo è l’antropologa Laura (Carole Bouquet), che a un certo punto si licenzia perché non condivide i metodi dei colleghi. Bingo Bongo non resiste alla gabbia, fugge per le strade della città, va a vivere su un albero e si mette a parlare con gli animali cercando di difendere i loro diritti. Il tema dell’animale che deve essere lasciato libero di vivere nel suo ambiente si unisce a quello de la bella e la bestia, perché a un certo punto l’affascinante Laura s’innamora dello scimmione. Celentano compie il suo discorso ecologista fino in fondo e Bingo Bongo diventa campione della convivenza tra umani e animali, perché “il mondo non può più andare avanti così, a cacchio di uomo”. La sceneggiatura è di Franco Ferrini, Enrico Oldoini, Franco Marotta e Laura Toscano, ma la pellicola è una favola d’amore con protagonista un buon selvaggio, costruita su misura per un Celentano santone che dispensa pillole di ecologia. La storia ha il fiato corto, ma la canzone Uh… Uh…, un successo dimenticato di Adriano Celentano che fa parte della colonna sonora, resta un mito del trash: “State attenti cari amici/ che le bestie siamo noi”. La sceneggiatura è modesta e la fiacca parte centrale ci fa ascoltare per intero non solo la citata Uh…Uh…, maanche Giungla di città, con relativi balletti messi in scena da Celentano e da gruppi di figuranti presso la discoteca Kiwi di Milano. Carole Bouquet salva il film da un punto di vista erotico regalando rapide sequenze di nudo e alcuni palpeggiamenti con Adriano Celentano. Citiamo anche una sexy vestaglia da notte trasparente, alcune sequenze durante veri o finti temporali che spingono Bingo Bongo a dormire con lei, una parte in costume da bagno e un’altra che la vede insaponarsi in una vasca. Molta comicità da cartone animato nelle prime sequenze – che sono le migliori – quando gli scienziati tentano di civilizzare Bingo Bongo. Alcune sequenze sono surreali (lo specchio che risponde), altre vengono riprese dal cinema muto e citano Chaplin (il sistema d’irrigazione che impedisce di bere a Celentano), in ogni caso il molleggiato è molto bravo interpretando un ruolo non facile. Il film rientra nel periodo ecologico di Celentano che compie un discorso deciso contro caccia, zoo, acquari, gabbie, allevamenti intensivi, inquinamento, vivisezione e violenza contro gli animali. Il film si chiude con una citazione a King Kong – domato da Bingo Bongo – che va a vivere con Laura, Bingo Bongo e la scimmietta Renato.

   Più bello di così si muore (1982) è una commedia degli equivoci prevedibile e poco riuscita che Pasquale Festa Campanile sceneggia per il cinema da un romanzo di Amurri. Interpreti: Enrico Montesano, Vittorio Caprioli, Monica Guerritore, Paola Borboni e Ida Di Benedetto. Montesano è un disperato che non sa come fare per sbarcare il lunario, un bel giorno decide di travestirsi e di mettersi a battere. Caprioli è il suo primo cliente e disgraziatamente si innamora di lui, anche se ha una moglie bella e disponibile come Monica Guerritore. In ogni caso quando Caprioli comprende che Montesano è un uomo lo rimpiazza proprio con la moglie. Sono ottimi i duetti comici Montesano – Caprioli, due grandi attori della nostra farsa e del teatro leggero. Il film ha il tono della pochade, ma il finale è malinconico e amaro.

    Porca vacca (1982) porta nel cinema di serie A la maschera surreale di Renato Pozzetto, inventata da Mogherini, ma di fatto strutturata dallo stesso comico, in un’interpretazione più intensa del solito. Siamo in piena Prima Guerra Mondiale, l’attore di avanspettacolo Primo Baffo (Pozzetto) viene reclutato e spedito in trincea dove fa i conti con le asprezze di un conflitto terribile, tra le doline del Carso, al confine con l’Austria. La pellicola si sviluppa come una storia d’amore e d’amicizia tra il soldato e due ladruncoli delle montagne, interpretati da Laura Antonelli e Aldo Maccione. Festa Campanile segue la lezione di Mario Monicelli e critica la grande guerra, sceglie di distruggere la retorica patriottica che da sempre riveste l’ultima guerra d’indipendenza, descrivendo orrori ed eccidi di un conflitto cruento. Il personaggio interpretato da Pozzetto è il più dissacrante, perché canta per tutta la pellicola canzoni patriottiche corrette in versione satirica, facendo capire la posizione del popolo verso il primo conflitto mondiale. Laura Antonelli è una scaltra truffatrice che si approfitta di un soldato ingenuo, finge di amarlo, fa affari con gli austriaci e finisce per essere violentata da un gruppo di soldati. Nonostante tutto sia Maccione che Pozzetto sono innamorati di lei e fino all’ultima sequenza sognano di vivere insieme, magari sposandola entrambi. Il gesto più coraggioso del film verrà proprio dalla donna, che farà saltare in aria una diga e morirà per compiere una missione suicida. Non è patriottismo, però, ma soltanto vendetta per la violenza subita. Festa Campanile racconta anche il teatro di avanspettacolo, un mestiere ingrato dove il comico è investito da improperi perché il pubblico vuol vedere soprattutto le gambe delle ballerine. Il potere consolatorio dell’arte, la funzione di sostegno e di sollievo al dolore nei momenti difficili è un tema caro all’autore. Ricostruzione storica perfetta, tra trincee, montagne, casolari sperduti, borghi di contadini, attacchi con il fucile, bombe che esplodono, soldati che scrivono a casa e temono la morte. Una pellicola comica che a tratti diventa drammatica, che racconta la vita, secondo la lezione della commedia all’italiana, a tratti soffusa di un tenue erotismo, in misura minore rispetto alla media dei lavori del regista. Il momento erotico più forte è quando vediamo in primo piano la mancanza di una donna, le avventure in casino con le prostitute e i fugaci incontri con ragazze di paese. Un film contro la guerra, ma al tempo stesso un film bellico, perché le sequenze di battaglia sono girate molto bene, i bombardamenti sono realistici e alcune scene acrobatiche risultano credibili. Campanile inserisce la goliardia tipica degli ambienti militari, gli scherzi feroci, che si alternano a considerazioni profonde: “Io vengo dalla guerra. Là si muore e basta”, “Con la guerra non si capisce più niente. Non si sa chi nasce, non si sa chi muore…”. Tra gli attori ricordiamo un valido interprete come Toni Ucci, soldato romano in trincea, autore dello scherzo feroce dei pasticcini alla merda. Dino Cassio, comico dei Brutos insieme a Maccione, si vede solo per una rapida sequenza. Sceneggiatura priva di buchi, anche se la storia perde di efficacia nella seconda parte, troppo sbilanciata sul versante sentimentale. Di grande effetto la frase finale: “Quando torna la Marianna la sposiamo tutti e due”. Non tornerà più. I due patetici eroi lo sanno bene. Ottima la colonna sonora – dolce e suadente, mixata a motivetti satirici come L’arrotino – composta niente meno che da Riz Ortolani. Pino Farinotti (due stelle): “Pasquale Festa Campanile cerca di ripetere La grande guerra (1959, nda) ma il pastiche di dramma e comicità gli riesce solo saltuariamente”. Morando Morandini (due stelle, ma per il pubblico tre): “È il tentativo , soltanto in parte riuscito, di buttare in farsa la tematica dell’antimilitarismo. Festa Campanile era un intelligente che si buttava via. Qua e là pecoreccio. Laura Antonelli in forma. Renato Pozzetto un po’ meno”. Paolo Mereghetti (una stella): “Festa Campanile tenta di ripercorrere lo schema de La grande guerra di Monicelli. Ma malgrado alcuni tocchi filologici (le canzoni e i numeri d’avanspettacolo) e il populismo generoso, non sa fondere tragedia e commedia (specie se la comicità è affidata al turpiloquio allora in voga). A morire alla fine è solo Marianna, stuprata dai crucchi in una scena di inutile trucidume. La povertà produttiva e la sciatteria della confezione sono tipiche di uno dei periodi più bui del nostro cinema”. Ho voluto trascrivere parola per parola i due giudizi cialtroneschi di Morandini e Mereghetti, per sottolineare il triste modo di operare della nostra critica cinematografica. La grande guerra di Monicelli è un capolavoro ineguagliabile, ma questo non significa che Porca vacca sia un film pecoreccio, una farsa, girata con povertà produttiva e sciatteria della confezione. La nostra critica alta spesso si butta via. Non solo, ancora più spesso butta via il bambino (film da salvare) con l’acqua sporca (anni Ottanta, crisi storica del cinema italiano). 

   La ragazza di Trieste (1982)è un film drammatico, insolito per il regista, un vero e proprio viaggio nella psiche umana. La pellicola nasce dall’adattamento cinematografico di Ottavio Jemma dell’omonimo romanzo scritto dal regista. Ottima la fotografia di Alfio Contini e interessante il discorso sulla follia che Campanile porta alle estreme conseguenze. Ornella Muti interpreta con grande forza espressiva un personaggio simile alla Cass di Storie di ordinaria follia, una donna che non riesce a convivere con la propria bellezza e non sopporta un ordinario rapporto d’amore con un disegnatore di fumetti, interpretato da un intenso Ben Gazzara. La Muti si rade il cranio a zero, ma è bella lo stesso, forse più ancora affascinante e sensuale. In realtà i capelli non vengono tagliati ma soltanto nascosti sotto una calotta di lattice. L’effetto è ben riuscito e molta parte della promozione della pellicola è giocata su questo malinteso. Nel cast ricordiamo anche Andréa Ferréol, Mimsy Farmer, William Berger e Jean-Claud Brialy.

   Il petomane (1983) è una modesta commedia in costume interpretata da Ugo Tognazzi, Mariangela Melato, Vittorio Caprioli, Ricky Tognazzi, Peter Berling, Giuliana Calandra, Enzo Robutti, Felice Andreasi, Corrado Olmi, Andrea Aureli, Gianmarco Tognazzi, Anna Maria Gherardi, Adriana Innocenti, Pietro Tordi, Franco Ressel e Tom Felleghi. La pellicola è ambientata nella Parigi della Belle Époque, racconta le gesta di Joseph Pujol (Tognazzi) che riempie il Moulin Rouge perché il suo sfintere emette suoni di ogni tipo e il pubblico accorre a sentire la singolare musica del petomane. I bigotti lo denunciano, la donna che lo ama (Melato) fa la violoncellista e ignora il mestiere del compagno. Tognazzi dà vita a un personaggio triste che si vergogna del suo mestiere ma vuol dimostrare di non essere volgare. Il film vorrebbe affrontare il tema delle libertà di espressione ma non decolla mai e resta una farsa stiracchiata che profuma di pochade. Tracce di avanspettacolo nel corso della pellicola ricordano il passato di Tognazzi che pretende nel cast i suoi due figli Ricky e Gianmarco. Sceneggiatura di Leo Benvenuti, Piero De Bernardi ed Enrico Medioli. Musiche di Carlo e Paolo Rustichelli. Il film è massacrato dalla critica ed è un fiasco colossale al botteghino.

   Un povero ricco (1983) è un altro Pozzetto movie, genere di pellicola che di per sé non può essere originale e dove il regista deve seguire le indicazioni del comico “alla moda” senza tradire il personaggio che rende. Pasquale Festa Campanile convince Ornella Muti a interpretare una commedia brillante che la vede ancora una volta accanto a un imbranato Renato Pozzetto. Piero Gregoretti regala un cammeo come psicologo che consiglia al ricco Pozzetto di passare un po’ di tempo nei panni di un povero per adattarsi ai rischi di una possibile crisi finanziaria. Piero Mazzarella è un divertente barbone milanese che diventa amico dell’industriale assunto come fattorino, mentre Ornella Muti è una bella prostituta che lo fa innamorare. Nel cast c’è anche Nanni Svampa, ma non è un gran film, pure se il pubblico lo premia accorrendo in massa al botteghino.

   Uno scandalo perbene (1984) è l’ultimo film di Pasquale Festa Campanile. Interpreti: Ben Gazzara, Giuliana De Sio, Valeria D’Obici, Vittorio Caprioli e Carlos de Carvalho. La moglie (De Sio) del professor Canella riconosce in un uomo privo di memoria (Gazzara) il marito disperso in guerra, ma pure un’altra famiglia reclama l’uomo come un familiare disperso. Si tratta del caso storico dello smemorato di Collegno, già portato due volte sul grande schermo (Lo smemorato di Angelo Nusco e Lo smemorato di Collegno – 1962 – di Sergio Corbucci, interpretato da Totò) e trattato da Luigi Pirandello nel romanzo Come tu mi vuoi. Il caso divise l’Italia negli anni Venti e scatenò molte discussioni sulla stampa. Suso Cecchi D’Amico sceneggia un soggetto del regista e opta per la tesi dell’uomo che decide di assumere l’identità del professore per salvarsi la vita. Pasquale Festa Campanile riesce a far spogliare Giuliana De Sio ai limiti del divieto, ma la sua ultima regia non è memorabile. 

   Pasquale Festa Campanile è molto attivo nel campo della narrativa, vince il Premio Campiello nel 1984 con il romanzo Per amore, solo per amore, che non fa in tempo a tradurre in immagini. Toccherà a Giovanni Veronesi realizzare la pellicola, nel 1993, come omaggio a un maestro. Il suo ultimo romanzo è La strega innamorata (1985).    Il regista sposa la pittrice Anna Salvatore, in seguito si lega sentimentalmente con Catherine Spaak e con Lilli Carati. Muore a Roma il 12 febbraio 1986.

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