Geopolitica dei social

Articolo di Paolo Landi

Eravamo abituati a pensare a Internet come alla Rete globale, libera e gratuita. Con il passare degli anni ci risvegliamo dal sogno e ci ritroviamo a fare i conti con una Rete sempre meno globale, sempre meno libera, sempre meno gratuita. Cos’è successo in questo poco tempo? La grande illusione dell’Internet dell'”inglese”, della Rete che parla una sola lingua, che unifica le community di tutto il mondo si è infranta sulle regole del mercato. 

Facebook, Amazon, Google, Microsoft le grandi corporation tecnologiche concentrano nelle loro mani un potere talmente vasto da far impallidire e fortemente ridimensionare la “democrazia” che credevamo di aver conquistato (che loro ci dicevano avremmo conquistato): sì, certo, noi possiamo dire la nostra ma, mentre la diciamo sui social che queste corporation ci mettono a disposizione, diventiamo strumenti nelle loro mani, inseriti nei loro data base, cediamo loro il controllo delle nostre informazioni, anche le più intime.

Addirittura, consegnando loro le nostre vite, diamo loro il modo di attuare perfino forme di repressione tecno-ideologica. Perché ormai la Rete così detta “libera” è divisa in tre blocchi: Usa, Cina, Russia. Il resto dei Paesi sono “province” annesse a queste “country leader”, compresa l’Europa. Facebook, che credevamo in declino, sta riconquistando il suo predominio inaugurando delle “app light” che possono essere usate in quei Paesi dove la connessione è debole, per esempio l’Africa.

E, con i suoi due miliardi di utenti mensili, è il social preferito da 152 dei 167 Paesi analizzati da Alexa, la società di rilevazione di Amazon, praticamente il 91% del territorio del pianeta. Instagram non riesce veramente a insidiarla, d’altra parte fanno parte tutte e due, con Whatsapp,  dell’impero Zuckerberg, quindi è comunque una concorrenza tra cugini. I social americani, innovativi, commerciali, con tendenze monopolistiche, hanno un punto di debolezza nel forte individualismo che permea la società americana: prima o poi l’anarchia che oggi caratterizza questi social dovrà venire a patti con la spinta alla privacy, al “politically correct“, perfino al #metoo, tutti bastoni tra le ruote di un sistema oliato per essere padrone assoluto delle masse digital-addicted, che mal tollera spinte libertarie e autonomiste.

L’Europa, satellite Usa, potrebbe essere la spina nel fianco al monopolio Usa, con la sua difesa dei valori democratici e i limiti per la raccolta e l’archiviazione dei dati personali (è del 2018 l’adozione da parte dell’Unione Europea del GDPR-Regolamento Generale Protezione Dati); e soprattutto con la richiesta (per ora mossa solo dalla Francia) alle grandi corporation di pagare le tasse nei Paesi in cui “agiscono” e non solo nella nazione di provenienza. La Cina, che conta un miliardo di utenti,  ha un Internet chiuso, protezionista, che alza barriere verso i social americani, si allea con la Corea del Nord per dare sempre più potere al governo centrale, con i suoi controlli di sicurezza e di intelligence sulla popolazione.

Una lotta strenua verso il progresso teconologico che usa barriere obsolete come la censura e che, alla lunga, finiranno per indebolirla. Come la Russia, con gli oltre 180 milioni di utenti dei social “indigeni” VKontakte (dello stesso proprietario che ha lanciato in Europa Telegram) e Odnoklassniki, tasso di crescita del 176%, un motore di ricerca, Yandex, alternativo a Google: una via “nazionalista” ai social media che dimostra la visione protezionista della nomenklatura.

Sull’intero territorio russo ci sono 9 fusi orari diversi, con una ramificazione socio-culturale molto eterogenea ma, al contrario della Cina, Facebook, Instagram e twitter sono consentiti. Così come le colonizzazioni commerciali sono ben accette: la nostra Barilla è un investitore forte su VKontakte. La vera lotta sarà tuttavia tra America e Cina, come ha dimostrato la censura americana su Huawei e Tik Tok, il social cinese che sta insidiando Instagram con i suoi video rapidi, facili, che possono raccogliere milioni di visualizzazioni subito, al contrario dei post e delle story di Instagram che chiedono applicazione, costanza, fidelizzazione.

Questi blocchi si stanno combattendo per mantenere il controllo sulla loro sovranità digitale ma la vera scommessa sarà su un futuro di protezione dei dati personali come diritto umano fondamentale: aspettiamo, su questo tema cruciale, l’intervento delle agenzie delle UN e, possibilmente, l’attenzione critica di noi consumatori di questi prodotti commerciali (Facebook, Instagram, twitter, Linkedin non sono altro che prodotti commerciali) verso una sempre maggiore consapevolezza nel loro uso.

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