L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro

Articolo di C. Alessandro Mauceri

Ieri era il 22 Dicembre. Una data importantissima per l’Italia. E per tutti gli italiani. Invece, stranamente, nessuno si è ricordato che proprio quel giorno del 1947 venne approvata ufficialmente la Costituzione.

Tra la frenesia degli ultimi acquisti prima del lockdown di natale imposto dall’ultimo DPCM e le ormai usuali beghe polemiche legate alla Legge di bilancio, nessuno ha pensato di dire una parola su questa ricorrenza. Un evento storico che in un momento come quello attuale, che vede l’Italia governata a colpi di DPCM e misure adottate dal governo senza passare dal Parlamento appare sempre più importante.

Sarebbe stato importantissimo ricordare agli italiani che lo hanno dimenticato, il percorso che portò l’Italia a dotarsi di una Costituzione. Al termine della Seconda Guerra Mondiale, il Bel Paese dovette decidere che forma di governo adottare. Per questo motivo, nel 1946, venne indetto un referendum (unico strumento di democrazia diretta rimasto) al quale poterono partecipare tutti gli italiani maggiorenni. Il voto avvenne con suffragio universale: uomini e donne, senza discriminazioni. La maggioranza scelse la repubblica. Il popolo decise di essere unico sovrano di se stesso e di non volere più un sovrano.

Subito dopo, venne istituita una Assemblea Costituente eletta dai cittadini italiani, formata da 556 membri. Ad essa venne conferito l’incarico di scrivere le regole della nuova “res pubblica”.

Si trattava di un gruppo ampio ed eterogeneo, fatto di persone con idee politiche estremamente diverse, ma di livello elevato (specie per i tempi: basti pensare che quasi il 95% dei membri erano laureati). Ancora scarsa, invece, la rappresentanza del sesso femminile (per quella si dovrà attendere ancora molti anni).

Per predisporre questo documento, l’Assemblea nominò al proprio interno  una Commissione per la Costituzione, composta da 75 membri che furono incaricati di preparare gli articoli della Costituzione. La Commissione si divise in tre sottocommissioni: alla prima fu dato il compito di redigere la parte riguardante “diritti e doveri dei cittadini”, alla seconda di curare l’ “organizzazione costituzionale dello Stato” e alla terza di occuparsi dei “rapporti economici e sociali”.

Ma la scrittura vera e propria degli articoli venne affidata ad un altro gruppo, ancora più ristretto, definito Comitato di Redazione (o Comitato dei Diciotto visto che era composto da diciotto persone) al quale non venne permesso neanche di uscire dalla sede dove si trovava fino a quando non avesse completato il proprio lavoro.

I lavori per la stesura della prima carta costituzionale durarono più del previsto: furono necessari diversi rinvii della data di scadenza per giungere ad un documento condiviso. Il 4 Marzo 1947 iniziò il dibattito del testo in aula. Ancora un percorso lungo e difficile ma ancora una volta condiviso e che coinvolse tutti i partiti (i tre gruppi incaricati di scrivere la Costituzione erano guidati ciascuno da rappresentanti dei tre partiti che avevano ricevuto più voti alle elezioni appena svolte). Solo il 22 Dicembre 1947, si giunse ad un documento finale che venne firmato dal Capo dello Stato, Enrico De Nicola (eletto, il 28 Giugno 1946, dall’Assemblea Costituente, come Capo provvisorio dello Stato, con 396 voti su 501). La Costituzione venne pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 27 Dicembre, ma entrò in vigore solo l’1 Gennaio 1948.

Anche allora l’Italia attraversava un periodo di grave crisi. Buona parte dei territorio era devastato dalla Seconda Guerra Mondiale che aveva lasciato strascichi e ferite economiche e sociali. Eppure a nessuno, nel 1947, venne in mente di decidere arbitrariamente, di scavalcare il Parlamento e di decidere senza coinvolgere ampiamente tutti i suoi rappresentanti. Si trattò di una decisione importante e delicata: da Febbraio a Dicembre del 1947, il dibattito in aula portò a numerosi cambiamenti e modifiche, talvolta anche rilevanti, del documento originario.

Altro aspetto degno di nota il fatto che nessuno dei parlamentari presenti si astenne dal voto: nessuno dei presenti venne meno al mandato ricevuto dagli elettori.

Il documento approvato, quello che oggi viene chiamato un po’ semplicisticamente Costituzione, senza dare peso al lavoro che richiese, rimase invariato per decenni. Secondo alcuni studiosi ciò deriverebbe dal fatto che la Costituzione italiana è “scritta”, “rigida”, “votata” e “lunga”. “Scritta” è un chiaro riferimento al fatto che non prevede il prevalere di un solo potere o di una ideologia, ma è basata sui diritti dell’uomo e del cittadino in quanto tale. È poi “votata”, ovvero condivisa e rispetta dalla maggioranza dei partiti politici. E proprio per questo è  “lunga”, duratura. Tanto da apparire “rigida”: modificarla richiede, infatti, un percorso legislativo complesso.

Solo ne 1963 si pensò di apportare la prima modifica. Ma per decenni le uniche modifiche proposte erano più correzioni di dettaglio che di sostanza. Solo nel 1999 si scatenò la bramosia di cambiare la Costituzione: da quell’anno, sono state approvate almeno 9 le leggi di modifica della Costituzione (tra le quali quelle del 2012 durante il governo “tecnico” di Monti…).

Da allora non ci si è più fermati. Ancora oggi, nonostante la crisi economica, sociale, umanitaria e sanitaria, c’è chi scalpita per apportare modifiche sostanziali alla legge più importante che esiste in Italia. Modifiche che rischiano di minare le fondamenta sulle quali si basavano gli ideali e i concetti stessi alla base del lavoro svolto dai Padri Costituenti.

Forse, a pensarci bene, è proprio questo il motivo per cui, ieri, della ricorrenza del 22 Dicembre 1947, non ha parlato nessuno.

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