“Colpo di fulmine”, un lavoro cinematografico da riscoprire

Articolo di Gordiano Lupi

Terzo film di Marco Risi (1951) – figlio di cotanto padre – che proviene da altri due pellicole interpretate da Jerry Calà: Vado a vivere da solo (1982) e Un ragazzo e una ragazza (1984), prima prova da vero autore che confermerà con Soldati e Mery per sempre, Ragazzi fuori, Il muro di gomma … affrontando un cinema sempre più politico. La carriera di Risi attraversa alti e bassi, ricordiamo un film su Maradona (La mano de Dios), un pulp-noir irrisolto (L’ultimo capodanno), un altro biografico (Fortapasc, sulla vita del giornalista Giancarlo Siani), commedie agrodolci (Tre mogli), fiction tv (L’ultimo padrino), fino al modesto Natale a 5 stelle, che doveva essere diretto da Carlo Vanzina, purtroppo scomparso.

Forse il cinema di impegno civile è quello che viene meglio al figlio di Dino Risi, ma anche la prova giovanile di Colpo di fulmine non va dimenticata, per il tentativo (non facile) di realizzare una sorta di Lolita all’italiana, facendo recitare una bambina come Vanessa Gravina che ottiene una nomination ai Nastri d’Argento come miglior attrice esordiente. Vanessa Gravina ancora oggi è attrice di buon livello, la vediamo spesso interprete di fiction televisive, ma non disdegna il teatro e il cinema. Jerry Calà dimostra doti da attore degno del cinema d’autore in una parte complessa che non viene capita dalla critica, prima ancora di essere diretto da Pupi Avati (Sposi, 1988) e Marco Ferreri (Diario di un vizio, 1993), che avevano compreso le sue doti interpretative.

La performance dell’ex gatto di vicolo dei miracoli è ottima, compiuta e convincente. Carlo (Calà) è un uomo insoddisfatto, un eterno adolescente, licenziato da un lavoro che ha sempre odiato, mollato dalla moglie che gli preferisce un uomo più maturo, in fuga da Roma, verso una Venezia languida e decadente, ospite del vecchio amico Massimo (Ricky Tognazzi). La parte più complessa della storia si sviluppa lungo le calle veneziane, perché Carlo stringe un’amicizia quasi adolescenziale con Giulia (Gravina), figlia undicenne di Massimo, con la quale passa molto tempo, visti gli impegni lavorativi dei genitori.

Un bel giorno, durante una gita in gondola, Giulia confida a Carlo di essersi innamorata di lui, perché quando non c’è sta male, sente la sua mancanza e ha mal di pancia. Carlo comprende che anche per lui è lo stesso, crede persino di aver incontrato – per la prima volta in vita sua – una donna che lo ascolta; finisce per confessare al padre l’insana passione – e non trova comprensione -, quindi si macera nello sconforto nelle poco ospitali stanze di uno squallido alberghetto veneziano. Il finale riconduce la situazione alla giusta dimensione, basta un litigio fanciullesco per far capire alla bambina che il suo mondo è un altro, così come Carlo comprende la follia di un rapporto tanto assurdo.

Un amore platonico tra un uomo immaturo di 39 anni e una bambina di undici anni e mezzo si consuma nel breve spazio di pochi giorni, tra la tristezza di spiagge ventose e dedali di strade lagunari, componendo una sorta di drammatica sinfonia della solitudine. Fotografia suggestiva di Maccari, aiutata dalla location veneziana. Montaggio compatto di Maccari. Regia matura con poche sbavature nella prima parte, forse troppo concentrata sul personaggio maschile. Ricky Tognazzi e Valeria D’Obici (padre e matrigna di Giulia) sono abbastanza in secondo piano nell’economia del film tutto incentrato sui due protagonisti principali.  Un lavoro cinematografico da riscoprire.

Regia: Marco Risi. Durata: 97’. Genere: Commedia. Soggetto e Sceneggiatura: Marco Risi, Massimo Franciosa. Fotografia: Beppe Maccari. Montaggio: Raimondo Crociani. Produttore: Claudio Bonivento. Musiche: Manuel De Sica. Interpreti: Jerry Calà (Carlo), Vanessa Gravina (Giulia), Ricky Tognazzi (Massimo), Elisabetta Giovannini (Silvia), Valeria D’Obici (Anna), Isabella Amadeo (Susanna), Luca Di Fulvio, Francesco Maria Gatta, Gianfranco Salemi, Sergio Di Pinto, Raimondo Penne, Franca Scagnetti, Francesco Scali.

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