Pandemia, il virus della disinformazione davvero pericoloso

Articolo di Francesco Pira

Mentre in queste ore l’Istituto Superiore di Sanità cerca di smentire le notizie false sui vaccini, i dati della terza edizione dell’Osservatorio sul giornalismo. Un’occasione ghiotta per mettere in luce alcune lacune della professione giornalistica durante l’emergenza Covid-19. In un articolo proposto dal portale digitalic.it a firma di Francesco Marino è stato rilevato come l’informazione durante la pandemia non ha riscontrato nei giornalisti italiani dei mediatori pronti e preparati per diverse motivazioni.

In questi mesi i giornalisti sono stati messi a dura prova, perchè hanno dovuto confrontarsi con l’informazione disintermediata trasmessa attraverso i social network. Sappiamo benissimo quante notizie false sono state diffuse e quanta disinformazione ha stravolto le nostre vite.

Nel rapporto si specifica che: durante la prima fase dell’emergenza Covid-19, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom) ha istituito tavoli di confronto nel settore dei media e delle piattaforme online, anche con l’ obiettivo di promuovere e attuare iniziative volte al contrasto della disinformazione online su temi medico-sanitari e relativi al contagio.

Il rapporto 2020 dell’Osservatorio sul giornalismo italiano sottolinea un deciso invecchiamento della popolazione giornalistica, con la progressiva scomparsa di under 30 e una forte riduzione di under 40. In Italia si calcolano 35.706 giornalisti, un piccolo incremento rispetto a quanto evidenziato nella seconda edizione dell’Osservatorio, ma in certa diminuzione confrontando i dati di otto anni fa. Di questo totale, il 42% sono donne.

Il rapporto mette ancora una volta in risalto la precarietà di tutta la categoria dei freelance (di cui fanno parte più di 4 giornalisti su 10) e l’esorbitante divario di reddito tra questi e gli insider (dipendenti stabili di testate).

Esiste una differenza nell’inquadramento contrattuale: se i giornalisti risultano per il 55% dei casi dipendenti, i comunicatori sono freelance per il 48%. I comunicatori sono più scolarizzati: l’84% di loro ha un titolo di studio superiore al diploma.

Sempre a vantaggio dei giornalisti ci sono le tecnologie digitali e solo l’11% dei comunicatori ha un livello basso di competenze digitali e la maggior parte di essi sa gestire diversi device e piattaforme digitali. Infatti, sono proprio i social network ad avere la meglio, in termini di diffusione delle notizie, in questa difficile situazione che stiamo vivendo.

Le notizie arrivano in termini di output di prodotto attraverso i social network, seguiti dai quotidiani nazionali, secondariamente ci sono gli editori tipicamente digitali e le emittenti radiofoniche che conservano una piccolissima percentuale dei propri programmi all’informazione e all’approfondimento.

Per il rapporto 2020, l’Autorità di vigilanza ha prodotto un’altra indagine riguardo l’attività giornalistica durante l’emergenza Covid-19 e i dati hanno definito un prospetto alquanto particolare.

C’è stato un incremento notevole della produzione di contenuti informativi, (solo il 16% della popolazione giornalistica non ha trattato tematiche connesse all’emergenza sanitaria Covid-19), la qualità dell’informazione risulta scarsa o debole su alcuni aspetti specifici.

Nello specifico, la produzione giornalistica si è basata sugli aspetti relativi alle misure economiche e alle conseguenze sulle attività lavorative e mobilità degli individui, nonché sugli aspetti legati alle misure di prevenzione.

L’informazione è stata carente sulle caratteristiche e la diffusione della malattia, a causa, probabilmente, della maggiore tecnicità delle questioni in campo e alla minor preparazione specialistica dei giornalisti stessi. Nonostante questa lacuna, i cittadini interpellati hanno espresso una più che buona soddisfazione rispetto alle informazioni “scientifiche” sulla pandemia.

Le fonti istituzionali sono state utilizzate moltissimo dai giornalisti italiani. Oltre il 58% di coloro che si sono occupati dell’emergenza Covid-19 hanno fatto ricorso a fonti scientifiche, mentre solo 2 giornalisti su 10 si sono serviti di dati messi a disposizione da enti non governativi, istituti di ricerca e in generale fonti digitali e open.

La disinformazione è stato l’elemento più grave di questo periodo. Il 73% della popolazione giornalistica è incappata in episodi gravi di disinformazione. ll 78% dei giornalisti ha riscontrato casi di fake news più di una volta a settimana e il 23% addirittura una volta al giorno. La fonte principale di casi di fake news è Facebook (88%), mentre più della metà dei giornalisti interpellati li ha individuati nelle chat e nei gruppi di Whatsapp (55%). Davanti a questa situazione, però, solo 1 giornalista su 5 ha prodotto articoli di fact-checking, solo 1 su 10 ha fatto live fact checking durante conferenze stampa o discorsi pubblici e solo 1 su 20 è stato coinvolto in campagne di media literacy per aiutare i cittadini a identificare casi di disinformazione.

In questi giorni ho rilasciato diverse interviste nelle quali ho evidenziato quello che emerge dai risultati dell’Osservatorio sul giornalismo. Ho avuto modo di sottolineare come

Ormai da diversi anni assistiamo ad un processo di fragilizzazione del sistema informativo che ha prodotto il risultato che i media hanno e stanno continuando a svolgere un’azione catalizzatrice incapace di veicolare valori alti trasformandosi in mero specchio della società anche nei sui aspetti più deteriori. Il sistema sembra non essere più in grado di assolvere al suo ruolo primario che è quello di intermediazione tra la realtà e la sua rappresentazione. Una deriva che l’avvento dei social ha acuito. Il principio di uniformità culturale e di un’audience unificata si sono rafforzati in conseguenza della forza di penetrazione del sistema della disinformazione che è diventato così potente da trasformarsi in una vera e propria industria della disinformazione.

La disinformazione ha un ruolo, ha il ruolo, costruito sulla base di una strategia ben precisa, volta a generare flussi crescenti che a loro volta producono enormi quantità di denaro. Messaggi costruiti per sfruttare il potere dell’algoritmo per modificare la percezione del reale, alterare i bias cognitivi in base ai quali gli individui definiscono il frame culturale di riferimento e attribuiscono veridicità ai contenuti a cui vengono esposti. E’ del tutto evidente che se la rappresentazione prevale sulla realtà dei fatti, possiamo manipolare, alimentare le paure, l’odio per il diverso, annullare il senso profondo delle regole della convivenza civile e stimolare quella idea distorta secondo la quale ciascuno può, in virtù, di false certezze e dell’idea del tutto parziale della realtà asservita ai propri bisogni, scatenare la propria violenza contro chiunque nella propria visione si frapponga tra noi e l’immaginario che ci siamo costruiti. Emotivismo sommato ad una crescente incapacità di leggere la realtà.

Siamo di fronte ad una sfida di rilevanza globale che può essere realizzata solo se si da vita ad una nuova costruzione autonoma di significato. Bisogna innescare un nuovo processo culturale che deve investire la politica, il mondo dell’informazione, il sistema dell’istruzione e della conoscenza. Se ciascuno riesce a recuperare il proprio ruolo e torna a guidare il processo, costruendo nuove regole e non semplicemente adottando regole e strumenti che l’industria del web (e quindi in parte della disinformazione), realizza per alimentare il proprio business, allora sarà possibile invertire l’attuale tendenza. Solo la cultura e gli strumenti d’interpretazione possono sostenere gli individui e la società nel suo complesso. E questo è possibile solo se le dinamiche relazionali e di costruzione di capacità di confronto su opinioni diverse riescono a prevalere sulle dinamiche perverse scaturite dall’uso distorto del confirmation bias e l’iper-generazione di effetti polarizzanti. Ciò significa uscire dalla dinamica click response, per utilizzare la tecnologia come parte di un processo evolutivo che non genera semplicemente interconnessioni ma è in grado di dare vita a nuovi modelli relazionali in una reale integrazione tra reale e virtuale, in contrapposizione al dissolvimento del reale e ai processi di precarizzazione identitaria attualmente in atto.

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