Pensieri e riflessioni di fine anno all’epoca del coronavirus

Articolo di Salvatore Scelfo

L’emergenza sta mettendo a nudo le fragilità personali e collettive, sociali ed economiche, politiche ed istituzionali.Stiamo vivendo giorni che ricorderemo a lungo, per il silenzio che ci circonda, per le piazze deserte, per l’impossibilità dei rapporti parentali ed amicali cui siamo abituati, per il lavoro da casa, il lavoro agile e, purtroppo, per i bollettini giornalieri sul numero delle persone guarite, contagiate o decedute. 

Di fronte alla fragilità personale e collettiva il tema è quello della malattia, della vita e della morte, che tocca e ridefinisce ogni cosa. Di fronte ad un nemico invisibile ed impalpabile, che assume il volto possibile di ogni persona che incontriamo, di ogni relazione e di ogni rapporto, ci sentiamo improvvisamente indifesi, esposti e smarriti.

È una fragilità che mette fuori gioco molte delle relazioni interpersonali e sociali. Una sospensione sine die del proprio modo di essere. Dal punto di vista della fragilità economica l’impatto del virus e’ stato di portata devastante. Il danno economico si e’ aggiunto a quello della crisi che già era in atto prima della pandemia e non ha risparmiato le tre regioni del Nord che insieme fanno il 40% del Pil italiano.

Non sono bastati gli interventi già approvati di sostegno al reddito dei lavoratori e le iniezioni di liquidità alle imprese, serviranno piu’  sostegno all’esportazione, maggiori investimenti pubblici, ma soprattutto innovazione e nuove strategie industriali che facciano perno sulle produzioni strategiche.

L’emergenza ha spinto la più grande sperimentazione di smart working mai attuata nel nostro Paese. In questa circostanza tutti si sono  ritrovati a riorganizzarsi tempi e spazi di lavoro che nella trasformazione tecnologica in atto non sono più rigidi.

Ci siamo preoccupati sempre di quanti lavori la rivoluzione digitale avrebbe portato via e non ci siamo fermati ad osservare come la tecnologia ha cambiato non solo i numeri ma anche la natura stessa del lavoro.    Il lavoro non è solo uno stipendio. Nelle nostre società, il lavoro è un obiettivo di vita poiché normalmente usiamo gran parte del nostro tempo lavorando.

Per cui la prospettiva di perdere quel centro significa insicurezza ed ansia su più livelli. C’è una barriera nell’accettare l’isolamento e le soluzioni del lavoro da casa, al posto della condivisone di un ufficio, o di un posto dove possiamo sederci e discutere con gli altri.

Questa barriera è una forma di resistenza culturale e sociale. Non è solo la paura di perdere il proprio reddito. È la paura di perdere la propria identità. La sfida che ci aspetta è quella di aiutare le persone a sviluppare le capacità e le competenze che le permetteranno di navigare in questo cambiamento.

Sfruttiamo questa occasione per essere migliori, è l’occasione per capire che il diverso vive accanto a noi e ha le nostre stesse paure e corre i nostri stessi rischi. Per dedicarsi a costruire e arricchire legami che ci rendono persone. Per recuperare il senso del limite, della nostra vulnerabilità come un valore.

E con essa la capacità di contare sulle nostre forze, che sono enormi soprattutto se impariamo a cooperare, a guardare ai problemi dell’altro come ai nostri. Con queste riflessioni il mio augurio a tutte le donne e a tutti gli uomini delle forze dell’ordine che lavorando mantengono le nostre strade sicure .

Ai Medici e tutto il personale sanitario che si prendono cura dei nostri familiari negli ospedali, aiutando chi è in difficoltà nei giorni di festa e a tutti coloro che in questi giorni sono a disposizione di tutti i cittadini del nostro Paese, nessuno escluso. A chi non ha un lavoro . A chi vive un momento di difficoltà. A chi si impegna ogni giorno dell’anno per costruire speranza e giustizia sociale . Buon Anno #2021 di rinascita

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