Le vittorie di Pirro in Turchia

Articolo di Elena Beninati

Spesso le reazioni soverchiano le azioni. Il paradosso del “né con me nè senza di me” cucito addosso alla politica, non ci fa sognare. La Turchia, un tempo non lontano felice partner europea e terra di sviluppo, se pur nelle mille e una contraddizioni che la caratterizzano dalla notte dei tempi, oggi ha compiuto l’ennesimo tradimento verso se stessa e il suo popolo.

Per la prima volta la prestigiosa Università Boğaziçi di Istanbul, eccellenza accademica e luogo di pensiero liberale, non sarà guidata da un suo membro, ma da un ex politico scelto tra le fila dell’AKP direttamente da Recep Tayyip Erdoğan. Da giorni impazza una protesta a favore della libertà, accademica, e contro ogni ingerenza, politica.

La nomina a rettore di Melih Bulu, fedelissimo a Erdogan, in una Università nota per l’eccellenza accademica, animata da cultura progressista, tacciata di simpatizzare addirittura per le élite che guardano all’Occidente, ha fatto scalpore, innescando una sommossa, pacifica, di portata maggiore. Dal 2016 Erdoğan ha il diritto di nominare i rettori delle università in qualità di presidente.

Negli ultimi anni ha imposto la chiusura di più di mille scuole e 15 università considerate sovversive e in questo mese è riuscito a far approvare dal parlamento turco una legge che rafforza ulteriormente il potere di sorveglianza, da parte del governo, di fondazioni, ONG e organizzazioni internazionali e della società civile.

Non ha lasciato nulla al caso neppure questa volta. Bulu, nominato rettore il primo gennaio, nell’ambiente universitario ha all’attivo solo incarichi amministrativi ed è percepito come un tecnocrate con competenze accademiche inadeguate. Candidato alle elezioni parlamentari del 2015 per il Partito Giustizia e Sviluppo, AKP, fondato da Erdoğan, è l’emblema dell’ennesimo schiaffo alla democrazia che il presidente agisce nel tentativo, riuscito, di limitarne le libertà.

La chiamata diretta ha offeso il mondo della cultura e delle istituzioni >>Non accettiamo e non ci arrendiamo!<< Lo slogan sdoganato nell’appello degli studenti di Boğaziçi, sostenuto dagli accademici dell’università, che già il 3 gennaio avevano rilasciato una dichiarazione congiunta: «Un accademico al di fuori della comunità dell’Università di Boğaziçi è stato nominato rettore attraverso una pratica introdotta con la tutela militare del 1980», con riferimento al più duro dei golpe vissuti dalla Turchia.

L’indignazione diffusa, che ha coinvolto molte fasce della società solidali con studenti e professori, ha permesso, in brevissimo tempo, di rendere virale a livello nazionale l’hashtag #kayyımrektöristemiyoruz : <<Non vogliamo il rettore amministratore fiduciario>>.

L’asfissiante tutela militare e burocratica sulle istituzioni civili, in continuità con la statocrazia tipica della cultura politica dell’impero ottomano, è culminata nella prepotenza di questi giorni. Ciò che non ci si aspettava, forse, è la dura reazione degli studenti, che da giorni declamano il decesso dell’istituzione accademica. Le proteste, a gran sorpresa, hanno incassato il sostegno delle opposizioni.

La mobilitazione ha avuto un effetto domino in altre città turche, in primis Ankara. La rivolta di questi giorni mette in luce un forte intento: le più prestigiose e antiche istituzioni educative del paese non intendono cedere il passo a nomine esterne alle loro leadership politiche e amministrative, ribadendo l’importanza della completa autonomia e l’indipendenza da qualsiasi pressione politica, per lo sviluppo scientifico e sociale dell’università.

Calpestare il sacro principio della libertà di insegnamento e di ricerca, per porre ai vertici uomini a lui fedeli, è costume del Presidente, in ottemperanza alla tecnica di omologazione e agli obiettivi di censura di qualsiasi forma di opposizione. Al Presidente che minaccia ed espelle docenti, giornalisti, attivisti, sequestrando passaporti e ledendo i diritti fondamentali dei cittadini, per modificare la geografia politica delle istituzioni, gli accademici di tutto il mondo, solidali con i colleghi di Istanbul, hanno firmato un appello a sostegno dell’indipendenza universitaria.

Le firme raccolte, da Berkeley a Yale, dalla Soas alla Sorbonne, sono oltre 1500. Tra i primi firmatari Judith Butler, Seyla Benhabib e Noam Chomsky. Alle sommosse di piazza, represse dalla polizia con decine di arresti e perquisizioni si aggiungono quelle sui social. Gli studenti sono stati trattati alla stregua di terroristi. Ma allo schema consolidato delle reazioni repressive, spropositate, da parte delle forze dell’ordine, per la prima volta si è contrapposta la capacità di mobilitazione e l’inventiva degli studenti, che in un segno di protesta simbolicamente efferato, hanno cucinato con un grosso forno da campo un helva, il dolce tipico delle cerimonie funebri in Turchia.

L’esasperata caccia allo studente terrorista, ha suscitato all’interno del Paese l’indignazione di moltissime persone, schieratesi sin da subito dalla parte dei manifestanti. Per la prima volta dallo sciagurato luglio 2016, in cui il mondo intero è rimasto a guardare, dalla società civile turca si è levata una voce. Cosa è rimasto di quella ideologia che metteva in discussione il dirigismo elitario kemalista, il quale tentò di “imporre” valori progressisti e democratici con prassi autoritarie, creando ambivalenza nella neo nata democrazia liberale? E cosa è rimasto del populismo conservatore islamico-nazionalista? L’AKP, che sbandierava l’intento di ridefinire i rapporti fra stato e cittadini, ha mantenuto la sua promessa in verso opposto.

Oggi il retroterra culturale e ideologico della statocrazia erdoganiana è emerso in tutta la sua valenza violenta e criminale. Il panislamismo, in chiave neo-ottomana, non fa che rafforzare quell’ideologia universalistica il cui presupposto è la realizzazione di una mission che trascende la geopolitica attuale. Oggi le piazze si ribellano, se pur nell’illusione di una vittoria, dimenticando, forse a fatica, che la “democrazia” plebiscitaria e illiberale, che lo Stato turco oggi subisce, non può far altro che sostenere l’avanzata decisa del suo dittatore, a cui inesorabilmente tutto è concesso.

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