COVID. Le cinque lettere della follia

Articolo di Pietro Salvatore Reina

COVID. Le cinque lettere della follia. Restare lucidi nelle pandemie è un «libro-antologia», un «libro-ricerca» che grazie alla quantità di materiale (voci, riflessioni, interrogativi, ecc…) che esso raccoglie esamina alcuni aspetti che ruotano intorno all’universo Covid 19.

COVID. Le cinque lettere della follia ha la forma architettonica di un «polittico» costituito da quattro capitoli (Capitolo I, Cronaca di uno sgomento; Capitolo II, La fabbrica del terrore; Capitolo III, Dentro e oltre la legge; Capitolo IV, E, dopo, la Scuola) racchiusi da un filo rosso, da una «cornice» (ovvero La Sar-CoV-2) vuol essere uno strumento di analisi, lucida e attenta, di quanto è accaduto, accade e sta ancora accadendo, non è un libro sul virus.

COVID. Le cinque lettere della follia racchiude la memoria degli eventi dei mesi passati, porta il «segno del passato», è una ricerca che intinge l’inchiostro nella Storia – nei suoi piccoli e grandi avvenimenti – è un lavoro di valore che si riflette nelle conclusioni a cui queste pagine naturalmente portano. In esse, come in tutta la costruzione del libro, si palesa l’abilità narrativa e storiografica dell’autore; una qualità che insegue e cattura sullo spazio bianco le causalità di quanto stiamo vivendo. Ma c’è anche di più. In queste pagine le mani dell’autore non solo tratteggiano un quadro storico ma posano ed affondano le dita alla ricerca di quei «tasti neri», come se stesse suonando un pianoforte, che anche qui possono ricevere tre nomi: scuola, legge, relazioni. Tre tasti-mondi sui quali la pandemia ha posato il suo sguardo da Medusa, ha e sta lasciando il suo segno.

Il libro sarà a breve disponibile nei consueti siti di vendita on line. Tuttavia, è già possibile prenotare una copia mandando una mail alla casa editrice (dinicoloedizioni@libero.it), che provvederà a recapitarlo al prezzo di copertina senza ulteriori spese di spedizione.

Il libro e questa conversazione con il professore e musicista/musicologo Cesare Natoli ci offre la possibilità di indagare, di ricostruire (cfr. capitoli I e II) quanto stiamo ancora vivendo e che ci ha colpito.

D.: COVID. Le cinque lettere della follia. Restare lucidi nelle pandemie è un tentativo di ricostruzione di quanto colpito, toccato, ucciso, pietrificato dalla pandemia. Cosa ti ha spinto a scrivere queste pagine?

R.: Direi due motivazioni principali. Da un lato la consapevolezza che stavamo e stiamo vivendo un’esperienza devastante, che lascerà un segno profondo nel tessuto sociale; dall’altro la necessità di individuare cosa non ha funzionato, per evitare di ripetere gli stessi errori in futuro, qualora dovessimo trovarci in una situazione analoga. Se è vero, come aveva predetto David Quammen qualche anno fa nel suo Spillover, che la pandemia deriva dall’essere invasivo dell’uomo nei confronti del pianeta e degli ecosistemi, infatti, non è escluso che possano venir fuori altri virus dopo la Sars-CoV-2 e non credo ci si possa permettere di affrontarli come è stato fatto negli ultimi mesi. Ovviamente non parlo del problema sanitario in sé, sul quale non ho competenze, ma su tanti altri aspetti legati all’emergenza. Aspetti troppo spesso trascurati, se non occultati.

D.: La follia della pandemia ha rivelato lo stato di salute della scuola: il luogo aperto nel quale si intesse, si intreccia, si sviluppa la tua, la nostra vita. La Scuola se volessimo provocatoriamente darle un volto, appare sotto le sembianze della Gorgone oppure? La Scuola colpita da questa peste, memore della peste di Atene (430-427 a.C., raccontata da Tucidide e non solo), di Firenze (1348, raccontata da Boccaccio e non solo), di Milano (1630, raccontata da Manzoni), quale lezione potrà trarne?

R.: La Scuola che si è chiusa lo scorso marzo aveva mille problemi, non uno. Tuttavia, era sicuramente meglio di quella che abbiamo vissuto da allora sino adesso. La DAD è una misura emergenziale che va bene in casi eccezionali e per periodi di tempo limitati, dopodiché bisogna tornare assolutamente in classe. Le nuove generazioni hanno subìto e stanno subendo danni molto gravi. Di essi stiamo già pagando le conseguenze ma continueremo a pagarle per moltissimo tempo. E non mi riferisco tanto ai ritardi nella trasmissione dei contenuti (peraltro attutiti dal lavoro dei docenti anche dietro uno schermo) ma, soprattutto, a quegli aspetti che fanno della Scuola un’agenzia fondamentale per la formazione della persona e del cittadino. Aspetti che la DAD, con la inevitabile compromissione di una relazionalità autentica, non può garantire. La lezione?

Probabilmente i ragazzi avranno avuto finalmente la possibilità di apprezzare quanto la Scuola sia importante per loro. Sulla lezione per gli adulti, invece, sono scettico: credo che invece il virus ci abbia denudati in tutti gli ambiti, facendo emergere quello che siamo, con i nostri pregi, i nostri difetti, le nostre fobie, la considerazione che abbiamo dell’altro e del nostro stare al mondo. Nel caso della Scuola, squarciando tale velo è emerso che buona parte del personale docente – e lo dico con dispiacere e sofferenza – è fuori posto e inadatto al ruolo. Vedere insegnanti tifare per la DAD e invocare la chiusura delle scuole a tutti i costi è una cosa che mi ha provocato rabbia e frustrazione. Significa ignorare qual è il compito di un professionista dell’educazione, il senso del suo lavoro. Questa gente farebbe bene a mettersi da parte e a lasciare il posto a chi vuole lavorare per gli studenti e per un futuro sano delle comunità in cui viviamo.

D.: La follia della pandemia segna anche il nostro corpo (assenza di abbracci, ecc…), il nostro linguaggio (forse sempre più turpe?), le nostre relazioni (separate, spezzate, ecc…). Cosa ne pensi da uomo, da insegnante ma anche da uomo della musica: quale sinfonia potrà riscrivere l’orizzonte umano?

Mah, sono scettico anche su questo, francamente. Non credo, come molti hanno ripetuto in questi mesi, che ‘ne usciremo meglio’. Ovviamente, però, mi auguro di sbagliare. La musica, come l’arte in generale, può fare molto. Essa è un esercizio di verità, e in questo momento ne abbiamo bisogno più che mai. Per rispondere però alla metafora contenuta nella domanda, mi auguro che la sinfonia per riscrivere l’orizzonte umano sia disposta ad accettare e integrare la dissonanza. Che ci sia sempre spazio, cioè, per voci fuori dal coro, per chi esprime e testimonia ‘differenze’. Uno degli aspetti più pericolosi della pandemia, infatti, è stato quello di far passare narrazioni uniche e incontestabili, con relativa discriminazione – anche violenta – nei confronti di chi ha espresso ed esprime dubbi e perplessità. Una società autenticamente democratica non può e non deve permetterselo.

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