“The Lost City”, un film che racconta la rivoluzione cubana dalla parte di chi la subisce

Articolo di Gordiano Lupi

The Lost City (2005) è un’altra pellicola che racconta la rivoluzione cubana dalla parte di chi la subisce e la sua morale sta tutta nella stupenda frase che Andy Garcia pronuncia in uno struggente finale: “Non posso essere fedele a una causa persa, ma posso esserlo a una città perduta”. Sono parole scritte da Guillermo Cabrera Infante, uno dei più grandi narratori cubani contemporanei, che firma soggetto e sceneggiatura.

The Lost City è un film importante, che si sforza di raccontare lo stato d’animo dei cubani durante la rivoluzione, il tradimento di un ideale, la presa del potere da parte dei barbudos e la successiva svolta autoritaria. The Lost City è un film diretto e interpretato da Andy Garcia, un cubano che vive sulla sua pelle il dolore di un esiliato, così come lo sentiva Cabrera Infante. La cosa più bella della pellicola è proprio quel senso di nostalgia profonda nei confronti di Cuba e dell’Avana (la città perduta) che pervade sequenze e dialoghi. Andy Garcia ha voluto nel cast molti attori cubani che vivono negli Stati Uniti per recitare la parte di loro stessi o interpretare il tormento dei genitori che dovettero abbandonare l’isola dopo il trionfo della rivoluzione.

Siamo nel 1958, la storia comincia all’Avana, durante la dittatura di Batista, tratteggiata senza indulgenze, facendo capire la durezza del regime e di una polizia che uccide cittadini inermi per motivi politici. Fico Fellove (Andy Garcia), proprietario di un night club alla moda frequentato anche da mafiosi come Lensky (un grande Dustin Hoffman), è membro di una famiglia borghese tradizionale. Il padre di Fico è interpretato da un ottimo Tomas Milian, perfetto nelle vesti di un professore universitario che non ama Batista ma non vorrebbe che il cambiamento avvenisse attraverso la violenza rivoluzionaria.

Due figli del vecchio Fellove, però, manifestano simpatie castriste e la loro scelta rivoluzionaria mina l’unità della famiglia. Il film procede come il racconto di una saga familiare, tra stupendi pezzi di musica cubana, balli caraibici, rapporti d’amore che sfumano e momenti di languida tristezza. Cabrera Infante scrive la storia della rivoluzione cubana attraverso le vicissitudini di una famiglia e racconta una storia d’amore intensa, dedicata alla sua città perduta.

Andy Garcia, Tomas Milian, Ines Sastre, Richard Bradford, Nestor Carbonell, Enrique Marciano, Dustin Hoffman e Bill Murray la interpretano da veri professionisti. The Lost City è un affresco veritiero e partecipe di un paese in cambiamento che sta preparandosi a commettere gli stessi errori del passato. Non si può affidare il governo a un solo uomo, rinunciare alla democrazia e alla scelta elettorale per delegare tutto al partito unico. Andy Garcia esprime da protagonista le sue idee politiche, cura la fotografia, la musica, i balli, sottolinea l’anima di Cuba e fornisce un omaggio sincero alla sua Terra.

Il film rappresenta per il regista cubano il coronamento di un sogno, lo spettatore attento lo comprende e perdona un po’ di lentezza nella prima parte, qualche dialogo fastidioso e un eccesso di retorica nel finale. La pellicola è capace di impostare un discorso di riflessione critica sulla rivoluzione cubana, lo fa senza manierismi e senza nostalgie fuori luogo nei confronti del regime di Batista. Andy Garcia non fa sconti a nessuno, ma racconta la sua verità, quella di un uomo profondamente democratico.

La musica è il filo conduttore della pellicola ed è lo stesso Andy Garcia che la compone, costruendo un film sulla falsariga dello stupendo The ArturoSandoval Story (2001). Alla base del film c’è una carica emotiva profonda e a volte si comprende che l’autore non riesce a mantenere il dovuto distacco da un racconto che brucia ancora sulla sua pelle. Ines Sastre è molto brava nella parte di Aurora e con la sua bellezza intensa rappresenta bene l’amore impossibile, il sogno irraggiungibile di un esiliato che ha scelto di vivere lontano da Cuba.

Il film è girato nella Repubblica Dominicana, gli ambienti esterni sono scelti con cura e ricordano Cuba. Vediamo piantagioni di tabacco, distese di palme, campagna e costruzioni coloniali, ma anche un palazzo presidenziale simile al Capitolio dell’Avana. Il regista inserisce bene filmati d’epoca e inquadrature che riprendono il Malecón, la Cabaña e Centro Avana. Andy Garcia confessa che sono serviti ben sedici anni per realizzare questo film, soprattutto non è stato facile trovare un produttore che riuscisse a farlo circolare nelle sale cinematografiche statunitensi.

The Lost City non è una pellicola facile e in Italia se n’è parlato poco, pare quasi che sia stata osteggiata da certa sinistra che vede ancora la rivoluzione cubana come un valore da difendere. Andy Garcia prova a far capire gli errori storici della rivoluzione e la sconfitta del popolo cubano che ha perso la possibilità di tornare a un regime democratico. Gli attori sono bravi e contribuiscono a dare forza al film, soprattutto un eccellente Tomas Milian e un ironico Bill Murray.

Peccato che Cabrera Infante sia morto senza aver visto il film nella versione definitiva, anche se dopo la visione del montaggio era molto soddisfatto. The Lost City è una poesia tragica, una lettera d’amore a Cuba, un film che un regista cubano come Andy Garcia doveva assolutamente girare. La speranza è che in un giorno non troppo lontano possa essere proiettato anche a Cuba. Tutto questo con buona pace di intellettuali nostrani alla Paolo Mereghetti che assegnano solo una stella al film e si ritengono infastiditi dal suo anticastrismo.

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