Non ci resta che piangere

Articolo di Gordiano Lupi

Un film che ha segnato un’epoca, sempre fresco e divertente dopo trentacinque anni dalla sua uscita in sala, dove lo vidi la prima volta, a ventiquattro anni. Ebbene, dopo quella prima visione ho visto Non ci resta che piangere un numero incalcolabile di volte, sempre ridendo delle stesse irresistibili battute, ormai imparate a memoria. Versione lunga o versione corta non fa differenza, ché la storia è un insieme di nonsense fantastici, aggregati dal magico collante di una coppia comica inedita e straordinaria. Roberto Benigni e Massimo Troisi sulla scena per tutto il film – unica volta in carriera – ma anche registi, soggettisti e sceneggiatori (con Giuseppe Bertolucci), in ogni caso strepitosi attori comici.

La trama è persino inutile raccontarla, tanto è risaputa. Mario e Saverio vengono catapultati nel 1400 (quasi 1500) a Frittole, ai tempi del terribile Savonarola, in realtà nel 1492, anno della scoperta dell’America. Lo spettatore si rende conto soltanto alla fine che lo scopo di Saverio è impedire il viaggio di Colombo, così la sorella non verrà abbandonata da un soldato statunitense di stanza a Camp Derby, visto che nessuno scoprirà l’America.

Questi i parametri temporali, ma in mezzo ne accadono di tutti i colori: l’incontro con il ribelle Vitellozzo (un grande Carlo Monni), la lettera a Savonarola (citazione di Totò Peppino e la malafemmina), la sequenza della dogana e del daziere che chiede ripetutamente un fiorino, la bellissima Iris Peynado che tenta di uccidere i nostri amici, l’incontro con Leonardo da Vinci … Amanda Sandrelli debutta al cinema in un ruolo singolare da pulzella ingenua e innamorata, indimenticabile con i suoi provare, provare, provare … mentre Benigni ironizza su Troisi finto compositore di canzoni famose e sulla ragazza giocatrice di pallone.  Tutto è straordinario in questo film, persino il successo epocale, l’incasso fuori dal comune, lo status di pellicola di culto che ha portato restauri e nuova circolazione cinematografica. Un film che non invecchia, perché costruito su comicità naturale, mimica, clownesca, persino slapstick, basato sulle doti comiche inimitabili di due grandi del nostro cinema. Leonardo da Vinci che scopre il treno seguendo le istruzioni dei due ingegneri e che afferma di aver capito la ripartizione delle percentuali sui diritti d’autore è la degna conclusione di un film fantastico e surreale.

Regia, Soggetto: Roberto Benigni e Massimo Troisi. Sceneggiatura: Roberto Benigni, Massimo Troisi, Giuseppe Bertolucci. Fotografia: Giuseppe Rotunno. Montaggio: Nino Baragli. Effetti Speciali: Giovanni Corridori. Musiche: Pino Donaggio. Scenografia: Francesco Frigeri. Costumi: Ezio Altieri. Produttori: Mauro Berardi, Ettore Rosboch. Durata (107’ versione cinematografica – 145’ versione televisiva). Genere: Commedia. Interpreti: Massimno Troisi (Mario), Roberto Benigni (Saverio), Amanda Sandrelli (Pia), Carlo Monni (Vitellozzo), Iris Peynado (Astriaha), Livia Venturini (Parisina), Elisabetta Pozzi (locandiera), Paolo Bonacelli (Leonardo da Vinci), Stefano Gragnani (uomo sotto al bancone).

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