Umberto Eco: un uomo sulle spalle dei giganti

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il 19 febbraio 2016 muore a Milano Umberto Eco. Con la morte di Eco abbiamo perso uno dei più importanti uomini di cultura. Da cinque anni a tutti noi manca il suo sguardo acuto e ironico sul mondo. Umberto Eco è stato un filosofo, un medievista, un semiologo, un massmediologo, ecc. Nasce ad Alessandria, il 5 gennaio del 1932, città nella quale consegue la maturità classica presso il Liceo Classico «Giovanni Plana».

Negli anni della giovinezza è attivamente impegnato nel ramo giovanile dell’Azione cattolica (allora e fino al 1970 denominata GIAC [Gioventù italiana di Azione cattolica]). Nel 1954 si laurea in Filosofia all’Università degli Studi di Torino con il relatore, il filosofo Luigi Pareyson, con una tesi sull’estetica di san Tommaso d’Aquino: un campo di ricerca, un campo di indagine che percorrerà ed attraverserà in lungo e in largo nei suoi vari studi (romanzi, saggi, studi, ecc.). Una tesi che nel 1957 viene pubblicata da Bompiani con il titolo, appunto, Il problema estetico in Tommaso d’Aquino. Un saggio, questo, con il quale il giovane Umberto Eco inizia la sua carriera di studioso. Un saggio che è un sommario di storia delle idee, delle teorie estetiche elaborate dalla cultura del Medioevo latino (VI-XV secc.).

Uno studio che ha lo scopo di offrire un’immagine della sensibilità estetica del Medioevo ri-scoperto come un’epoca ricca di speculazioni affascinanti e vertiginose sulla bellezza, il gusto, il bello (pulcher) naturale e artistico. Un viaggio che attraversa le pieghe del mondo medioevale analizzando con finezza e stupore la mistica e il misticismo, la luce e il colore, l’allegoria e il simbolo (voci chiave dell’universo di Eco), Dante e la sua poesia, l’astrologia contro la provvidenza, l’estetica come norma di vita.

In una celebre intervista con Vittorio Messori (cfr. Jesus, n. 4, 1982) ricordando i suoi incipienti studi di Estetica e il suo lavoro di Tesi, limitato al problema del bello che l’Aquinate affronta in poche pagine, Eco con ironia asseriva che approfondendo la figura e la visione estetica in Tommaso smise di credere in Dio: «Tommaso d’Aquino mi ha miracolosamente curato dalla fede […] Non credo più in Dio, ma forse Dio crede ancora in me. Dunque, manteniamo un certo rapporto».

L’idea di bello come trascendentale (i trascendentali sono, nella metafisica scolastica, le proprietà generali dell’Essere), l’apporto dei «Classici» sono il Leit-motiv che tesse le tante lectio magistralis presentate alla Milanesiana dal 2001 fino al 2015. Testi che testimoniano l’amore e la passione per argomenti da sempre amati ed indagati, raccolti nel saggio postumo Sulle spalle dei giganti (2017). Con il grande successo internazionale de Il nome della rosa (1980) Umberto Eco ri-lancia il romanzo storico: la «storia diventa scenario in cui si mostra la fragilità moderna dei significati, come intercambiabilità delle situazioni e dei destini umani» (R. Luperini).

Nel 2004 pubblica Storia della bellezza: un percorso che ri-percorre iconograficamente e culturalmente (tra Letteratura e Filosofia, ma non solo) la Bellezza come storia di un’Idea. Nel 2007 pubblica Storia della bruttezza. Il lemma o meglio l’«idea» della Bruttezza non è semplicemente e banalmente l’opposto della Bellezza ma essa rappresenta, veste le deformità, le evoluzioni che accompagnano e ri-voltano il Sublime.

Infine, segnalo la trascrizione di un incontro tra Eco, Enzo Bianchi e Umberto Galimberti dal titolo Cura dell’anima (Asmepa Edizioni) ove il nostro studioso ci accompagna in un percorso affascinante che l’Uomo compie da sempre alla scoperta della propria interiorità. In questi cinque anni l’assenza di Eco si manifesta soprattutto nella perdita per la cultura contemporanea di una voce, di uno sguardo che donava senso e valore, all’interno del paradigma semiotico, alla metafora e all’allegoria della foresta e del bosco come narratività dell’esistenza umana sospesa tra caso e provvidenza.

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