“Cecilia”, un film che ci porta nell’Avana della prima metà del secolo XIX

Articolo di Gordiano Lupi

La pellicola è composta di due parti della durata rispettivamente di 147’ e 100’. Si tratta di un libero riadattamento cinematografico del classico romanzo Cecilia Valdés o La loma del Ángel (Cecilia Valdés o La collina dell’Angelo) che lo scrittore cubano Cirilo Villaverde ha pubblicato nel 1879, anche se una prima versione era stata redatta nel 1839.

Una scenografia perfetta e minuziosa ci porta nell’Avana della prima metà del secolo XIX, ricostruita con grande sfarzo scenografico, sia negli angoli cittadini che nelle fazendas rurali. Riconosciamo la piazza della Cattedrale con la grande chiesa barocca in mezzo ai banchi di un mercato e le immense piantagioni di canna da zucchero che si estendono di fronte a ville padronali. Cecilia è un’affascinante mulatta interpretata dalla bravissima Daisy Granados che la famiglia spinge a entrare nel mondo dei bianchi aristocratici e a concupire un uomo facoltoso. Finisce per innamorarsi di Leonardo, un giovane contraddittorio e immaturo che porta avanti la relazione con Cecilia insieme a quella con la promessa sposa. La madre di Leonardo non vuole saperne di un rapporto con una povera mulatta e fa di tutto perché vengano celebrate le nozze tra il figlio e la ragazza prescelta. Cecilia è furente di gelosia e spinge Pimienta, una sua vecchia fiamma, a compiere la vendetta proprio nel giorno delle nozze, ma le cose non vanno come vorrebbe perché l’uomo uccide Leonardo invece che la donna. Il film è costruito come un romanzo d’appendice storico, una telenovela appassionata, un melodramma romantico di amore e morte, ma ha il merito di mostrare con crudo realismo la società schiavista del secolo scorso. 

Cecilia è un film in costume che presenta molti elementi di interesse. Prima di tutto nelle stupende immagini iniziali mostra la differenza di fede tra neri e bianchi, le processioni di origine spagnola e i riti africani dedicati ai santi che si fonderanno nel sincretismo della santeria. Vediamo gli schiavi neri celebrare riti nelle grotte e ascoltiamo la nonna di Cecilia raccontare la storia di Oshún che nasce dalle acque del fiume e si cosparge il corpo di miele. La storia parla di un soldato spagnolo che cattura Ochún e la porta a Cuba dove lei inganna i bianchi e si traveste per passare inosservata. Molto suggestiva la danza di Changó – dio del ferro e della guerra – con Oshún, abbracciati nel fiume mentre indossano i tipici costumi. Il film entra nel vivo presentando Cecilia, una mulatta che frequenta il mondo dei bianchi aristocratici e che cerca uno spasimante nelle feste frequentate dai ricchi. Leonardo è la sua preda, anche se il mulatto Pimienta muore di gelosia perché aspira ancora ad avere il suo amore. La famiglia di Leonardo è composta da ricchi proprietari terrieri che temono la fine dello schiavismo, il padre è molto rigido e di vecchie tradizioni, mentre la madre difende un figlio ancora indeciso su quale strada prendere. Il regista ricostruisce molto bene la società aristocratica della prima metà del secolo XIX e si abbandona a momenti onirico – fantastici molto ben fatti. Ricordiamo la donna giustiziata nella pubblica piazza per aver ucciso il marito a colpi d’ascia nelle cui fattezze il ragazzo vede il volto della madre. La trama da telenovela è riscattata dall’arte di Solás che va ben oltre la tragica storia d’amore e realizza un grande mix di musica intensa e nitida fotografia. Il regista inserisce un discorso contro lo schiavismo e racconta i motivi economici (vendere le macchine per lavorare i campi) per cui gli inglesi volevano abolire la tratta degli schiavi. Alcune evocazioni spiritiche dei santi portano nella storia un clima da film horror ma sono anche interessanti momenti storico – culturali. I momenti di genio fanno perdonare un eccesso di teatralità, la lentezza del montaggio e il melodramma a volte patetico di tutta la parte centrale dove si racconta l’amore tra Cecilia e Leonardo. “Sono povera, non sono bianca, non puoi sposarmi”, dice Cecilia mentre accusa con una breve frase una società razzista e classista. Notevole la parte onirica dove il registra mostra gli schiavi al lavoro, orribili punizioni e torture, frustrate a sangue, scene macabre che riportano a suggestioni horror tipiche del cinema di exploitation. Vediamo nel sogno di Leonardo un uomo e una donna crocefissi a un palo e una rivolta cruenta degli schiavi esasperati. Si tratta della parte migliore della pellicola, grande cinema estremo e realistico, che si conclude con sequenze di evirazione degli schiavi e con la decapitazione del padrone a colpi di machete. Il gore e lo splatter la fanno da padrone in una parte onirica esplicita e intensa. Nella realtà Pimienta sta organizzando una rivolta di schiavi e il film evolve in melodramma quando lui si veste da Changó e vendica Cecilia a colpi di coltello. Leonardo – immaturo e pavido della vita – viene massacrato sull’altare dal mulatto che vede in lui il simbolo del potere e il rivale in amore. Cecilia non voleva la sua morte ma quella della donna che le aveva rubato l’amore e quando viene a sapere che Pimienta ha accoltellato Leonardo, si getta dal campanile di una chiesa e muore suicida. Il finale è da tragedia greca, persino eccessivo, ma in sintonia con il gusto cubano per il melodramma. Solás immortala Leonardo morente tra le braccia della madre come se fosse un Gesù Cristo deposto che viene accolto da Maria in lacrime.  Cecilia Valdés è un romanzo che è diventato con gli anni l’emblema della nazione cubana, il paradigma culturale che ha dovuto subire ogni cubano. Humberto Solás lo porta al cinema con grande impegno scenografico e fotografico, sfruttando le doti di un’ottima interprete come Daisy Granados. Ne viene fuori un’opera nazionalista e antischiavista che racconta in maniera originale ed esplicita una grande storia d’amore e le contraddizioni di un’epoca.

Regia: Humberto Solás. Soggetto e Sceneggiatura: Humberto Solás, Nelson Rodríguez, Jorge Ramos, Norma Torrado. Fotografia: Livio Delgado. Montaggio: Nelson Rodríguez. Suono: Ricardo Istueta. Produzione: Humberto Hernández per ICAIC (Cuba), Impala S.A. (Spagna). Interpreti: Daisy Granados, Imanol Arias, Raquel Revuelta, Nelson Villagra, Gerardo Riverón, Miguel Benavides, Eslinda Núñez, actuaciones especiales de Alejandro Lugo, Alfredo Mayo, Enrique Almirante, Mayda Limonta, Ángel Toraño, Hilda Oates. Alcuni Premi: Miglior Fotografia e Miglior Scenografia, Festival Nazionale UNEAC di Cinema, Radio e Televisione (1982); Menzione al Festival di Cannes (1982); Menzione al Festival della Cultura Cubana di Bourdeaux e Leognan, Francia (1986).

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