“Un hombre de éxito”, linguaggio colto, ma comprensibile a tutti

Articolo di Gordiano Lupi

Un hombre de éxito è un buon melodramma storico, dal solido impianto ideologico – didattico, che non scade nel didascalico e rispetta le esigenze cinematografiche. Siamo di fronte a un genere di pellicola che induce la critica a inquadrare Solás come “il Visconti dei Tropici”, perché si nota una perfetta ambientazione storica e una notevole ricostruzione di ambienti. Solás come Visconti racconta il passato per far capire il presente, utilizza la storia per indagare problemi e approfondire la complessità umana. Un’altra similitudine con il popolare autore di Rocco e i suoi fratelli è che utilizza un linguaggio colto, ma comprensibile a tutti ed è capace di realizzare cinema popolare.

L’azione prende le mosse nell’Avana degli anni Trenta, dove il regista comincia a seguire vita e psicologia del personaggio principale. Javier è un giovane ambizioso che intraprende un’ascesa sociale servendosi di grandi capacità seduttrici e di un’assoluta mancanza di scrupoli. Dopo la caduta della dittatura di Gerardo Machado, nel 1933, riesce a inserirsi nei meccanismi del potere e diventa un uomo fidato di Fulgencio Batista. A partire da questo momento la sua carriera politica si sviluppa con successo, ma porta a esaurimento uno dopo l’altro tutti i vincoli familiari e affettivi. L’opportunismo e la disponibilità al tradimento lo inducono persino a incastrare il fratello rivoluzionario che viene ucciso dagli sgherri di Batista. Javier resta completamente solo, perché la madre lo rinnega e lo caccia dal funerale, prima di suicidarsi in preda alla disperazione. Il primo gennaio del 1959 i rivoluzionari di Fidel entrano all’Avana, vediamo Javier pensieroso nel suo studio mentre sta cambiando un quadro appeso alla parete. Non ha imparato niente dalla vita, perché l’opportunismo continua a guidare le sue azioni. 

La pellicola gode di un’ottima colonna sonora basata su vecchi pezzi di musica cubana e realizzata dal compositore italiano Luigi Nono (1924 – 1990), attivo pure in politica, divenuto famoso con Il canto sospeso (1965), opera basata sulle lettere delle vittime della repressione durante la Seconda Guerra Mondiale. Altri suoi lavori importanti sono: La fabbrica illuminata (1964), un brano di denuncia sulle condizioni degli operai nelle fabbriche, e Ricorda cosa ti hanno fatto ad Auschwitz (1965), basato su testimonianze di sopravvissuti nell’omonimo campo di concentramento. Luigi Nono mette in musica opere di poeti come Giuseppe Ungaretti, Cesare Pavese, Federico García Lorca, Pablo Neruda e Paul Éluard. La musica scandisce il passare degli anni: il vecchio son de El manicero, il bolero de Dos gardenias para ti, il rock and roll americano degli anni quaranta, il cha – cha – cha anni Cinquanta con pezzi come El bodeguero e Toma chocolate. La fotografia di Livio Delgado è stupenda, sia per le sezioni in bianco e nero ricche di filmati d’epoca che per le connotazioni romantiche di un lungomare avanero frantumato dalle onde. Solás ci introduce nel mondo degli aristocratici anni Trenta, mostra il disagio di un giocatore di baseball innamorato di una ragazza nobile che non sa stare a tavola e non segue le regole della buona educazione. Il regista sembra voler dire che nella Cuba del passato esistono due mondi nettamente separati e impossibili da mettere in comunicazione. Vediamo le case da gioco, la prostituzione degli anni Trenta e gli arrampicatori sociali che si fanno mantenere da ricche signore. Solás confronta due opposti stili di vita indagando la personalità di due fratelli: Darío, giornalista idealista che non si lascia corrompere da nessuno, e Javier, uomo privo di scrupoli che per ottenere il successo è disposto a tutto. Le figure femminili sono ben sviscerate nelle loro complesse psicologie, ma il vero protagonista è Javier che con le sue connotazioni negative serve a dimostrare la tesi del film. Finisce la dittatura di Machado, Javier entra nei meccanismi del potere di Fulgencio Batista, maneggia gli strumenti della repressione ed è costretto a eliminare il fratello, diventato un pericoloso giornalista di sinistra. Molto interessante la figura della madre divisa tra due figli così diversi, straziata dal dolore quando perde l’idealista Darío, allucinata nella sequenza in cui scaccia dal cimitero il figlio opportunista e quando sceglie la via del suicidio. Humberto Solás racconta la storia di Cuba attraverso due figure emblematiche di uomini, forse un po’ troppo monodimensionali, visto che Javier è totalmente negativo e Darío è idealista sino alla morte, ma grazie a due opposte scelte di vita sviluppa un racconto interessante. Javier vive per il potere e per il denaro, Darío per gli ideali della rivoluzione. La scena che mostra l’esecuzione del giornalista su un lungomare di periferia è cinema puro, così come le sequenze al cimitero e il suicidio sono grande melodramma. 

Un hombe de éxito è un melodramma storico – sociale intriso di realismo, racconto veritiero di una Cuba che cambia, caratterizzato da inserti in bianco e nero, documentari d’epoca e copertine di giornali. Il trionfo rivoluzionario viene descritto nelle sequenze finali con poche pennellate in bianco e nero e la prima pagina della stampa quotidiana dove campeggia un Grazie Fidel!. La solitudine di Javier è l’altra faccia della medaglia, di un uomo senza ideali che tenta disperatamente di adattarsi al nuovo cambiamento, ma che perde ogni affetto familiare per la sua brama di potere.

Regia: Humberto Solás. Durata: 116’. Produzione: ICAIC (Cuba). Distribuzione: Distribuidora Internacional de Películas ICAIC. Produzione: Humberto Hernández. Soggetto e Sceneggiatura: Juan Iglesias, Humberto Solás. Fotografia: Livio Delgado. Montaggio: Nelson Rodríguez. Musica: Luigi Nono. Suono: Carlos Fernández. Interpreti: César Évora, Raquel Revuelta, Daisy Granados, Jorge Trinchet, Mabel Roche, Rubens de Falco, Carlos Cruz, Miguel Navarro. Alcuni Premi: Miglior Fotografia e Miglior Scenografia, Festival Internazionale Nuovo Cinema Latinoamericano (1986); Selezionato dall’Associazione Cubana della Stampa Cinematografica tra i film più significativi dell’anno (1987); Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Montaggio, Miglior Fotografia e Miglior Scenografia, Festival Nazionale UNEAC di Cinema, Radio e Televisione (1987); Menzione Speciale Miglior Regia, Festival Internazionale Cinema Ispanoamericano di Huelva (1987); Miglior Lungometraggio, Festival di Cinema Cartagenas de Indias (1987); Miglior Pellicola Straniera in Lingua Spagnola, Premio Goya (1988).

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