“Plaff o Demasiado miedo a la vida”, una commedia di impronta teatrale

Articolo di Gordiano Lupi

Concha è una vedova innamorata di Tomás, ma diffida degli uomini, soffre per un’eccessiva paura della vita e non se la sente di affrontare una nuova storia d’amore. Vive come una sconfitta il matrimonio del figlio – famoso giocatore di baseball – con una valente ingegnera e deve sopportare di convivere con la coppia sotto lo stesso tetto. Il suo problema principale è un lancio di uova verso la sua casa compiuto da una mano misteriosa che non riesce a individuare. Plaff – la prima alternativa di titolo – è il rumore che fanno le uova quando si infrangono sul muro della casa. Concha frequenta una santera – sua madrina e vicina di casa – ma non riesce a eliminare dalla sua esistenza quello che ritiene una sorta di malocchio. Vive tra pregiudizi ed eccessivi timori, non riesce a lasciarsi andare, come recita la seconda opzione di titolo (Demasiado miedo a la vida – eccessiva paura della vita). Alleva una tartaruga nella vasca da bagno per scacciare il malocchio, segue i consigli della santera sui bagni purificatori e diffida di tutti. Alla fine muore d’infarto mentre crede che altre uova vengano lanciate sulla casa, mentre si tratta soltanto del rumore di una palla da baseball. Il finale è paradossale perché svela che il primo uovo era stato lanciato dalla stessa Concha per impedire il matrimonio del figlio e spaventare la futura nuora. Le altre uova, invece, sono state lanciate a turno da tutti i componenti della famiglia, persino da Tomás che era innamorato di lei, per convincerla a lasciare la casa e spingerla a vivere con il nuovo spasimante. Attorno al personaggio principale si sviluppa la storia della nuora che deve lottare contro la burocrazia e troppe regole illogiche per brevettare un polimero di sua invenzione capace di depurare le acque. Nell’azienda statale per la quale lavora servono inutili fogli e pratiche voluminose per ogni piccolezza, persino per spostare un mobile fastidioso e pericoloso per l’incolumità personale. Il figlio della protagonista è un giocatore di baseball molto famoso, per questo gode di privilegi e quando si sposa può fare persino la luna di miele all’Hotel Riviera.

Il regista realizza un credibile spaccato di vita quotidiana illustrando le frequenti liti di quartiere, le carenze di alloggi e la difficoltà di vivere sotto lo stesso tetto per diverse generazioni di persone. Il carattere dei cubani viene fuori con naturalezza, perché vivere seguendo i consigli di una santera è pratica comune, così come la superstizione è all’ordine del giorno. La musica è da finto melodramma, ma la storia è una commedia con divertenti parti comiche che sdrammatizzano la tensione. Si può parlare di melodramma comico – realistico, contaminato da commistioni realtà – fiction e da intromissioni del cinema nella storia. Il film è una commedia di impronta teatrale girata con pochi attori e carenza di mezzi, ricca di elementi surreali che portano la finzione a contatto con la realtà. Una storia d’amore in mezzo a tanti racconti di vita quotidiana, paure immotivate della protagonista e superstizioni. Tabío descrive le donne cubane che piangono guardando telenovelas, racconta l’amore di Tomás con toni farseschi e la diffidenza di Concha con momenti melodrammatici. La parte che descrive la santeria è realistica, vediamo la boveda, il famoso altarino che i cubani tengono in casa, la santera vestita di bianco con turbante e sigaro. Pure la festa del CDR – Comitato di difesa della Rivoluzione con sede in ogni quartiere – è ben riprodotta, tra bandiere cubane, discorsi politici, roba da mangiare, musica e rum. Tabío rivolge le sue critiche alla burocrazia e stigmatizza privilegi che portano differenze tra cittadini, ma racconta anche di superstizioni e pregiudizi tipici della società cubana. Il regista vuol far capire che le menti brillanti vengono allontanate da eccessive lentezze decisionali. Si mette il dito sulla piaga più dolorosa del sistema comunista per far capire che in un sistema burocratico fa carriera la mezza manica e non chi possiede inventiva. Alla fine il brevetto viene accettato perché il marito accusa la burocrazia durante un’intervista televisiva dopo una partita di baseball. Ancora una volta registriamo la doppia accusa al sistema burocratico e al privilegio concesso a pochi di far sentire la loro voce alle alte sfere del potere. Un discorso a parte merita la tecnica di realizzazione, basata sul trucco delle continue interruzioni da parte del regista e dei tecnici. Tabío vuol far capire la difficoltà con cui si è costretti a fare cinema a Cuba, tra scarsità di mezzi e mancanza di finanziamenti. Il film inizia con la pellicola capovolta che si strappa, subito dopo il regista interviene per raccontare la storia perché la scena non si può girare, spesso vediamo carrelli, mani, ciack che spuntano fuori e inopinati interventi tecnici. Finti rumori di scena disturbano e interrompono la lavorazione, ci sono problemi di audio, la pellicola si strappa e deve essere rattoppata. Vediamo finti errori, attori che discutono con il regista per la mancanza di oggetti e per le molte imprecisioni. Plaff non è tra i film memorabili di Tabío ma confeziona un realistico quadro della vita quotidiana cubana.

Regia: Juan Carlos Tabío. Durata: 110’. Produzione e Distribuzione: ICAIC (Cuba). Produttore: Ricardo Ávila. Soggetto e Sceneggiatura: Daniel Chavarría e Juan Carlos Tabío. Fotografia: Julio Valdés. Montagio: Roberto Bravo. Musica: Nicolás Reynoso. Suono: Raúl García. Interpreti: Daisy Granados, Luis Alberto García, Jr., Thais Valdés, Jorge Cao, Raúl Pomares, Alicia Bustamante. Alcuni premi: Menzione al Festival del Cinema Ispanoamericano di Huelva (1988), Miglior Sceneggiatura al Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano (1988), Miglior Regia e miglior Sceneggiatura al Festival Nazionale UNEAC di Cinema.

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