“El elefante y la bicicleta”, un film costruito con toni surreali e fantastici

Articolo di Gordiano Lupi

La sinossi del film non rende giustizia. In questo straordinario lavoro di Juan Carlos Tabío – purtroppo non tradotto in italiano – la trama è la cosa meno importante, ma proviamo a raccontarla in poche parole. Un giovane che torna a casa dalla sua donna per sposarsi, porta il cinematografo per la prima volta in un paesino circondato dal mare e unito alla terraferma solo da un ponte di legno. Ne viene fuori un’esperienza singolare che si inserisce nella vita di ogni abitante.

Il film è costruito con toni surreali e fantastici, da realismo magico, come se fosse un cartone animato e una sorta di grande omaggio al cinema. Si comincia con una professoressa cieca che invita i suoi alunni a fare il gioco della nuvola in cielo per saggiare le loro capacità fantastiche. Alcuni vedono un elefante, altri una bicicletta, mentre un personaggio adulto – che nel film rappresenta la mancanza di fantasia e la chiusura mentale – non comprende. La pellicola prende il via come un racconto storico – fantastico ambientato nel 1925 nell’immaginario Pueblo de la Fe, paese circondato dal mare e unito alla terraferma soltanto da un ponte di legno. Un uomo torna a casa per sposarsi dopo un anno di assenza dal paese, ma scopre che la moglie ha avuto un figlio da un altro. La ricostruzione scenografica è ottima, così come sono ben fatte le parti costruite con la tecnica del cartone animato per dimostrare l’assoluta fantasia del contesto. L’uomo viene chiamato isleño – perché proviene dalle Canarie – e il suo lavoro consiste nel portare un proiettore per vedere il cinema da un paese all’altro. A Pueblo de la Fe nessuno ha mai visto un film e anche per questo motivo lo spettacolo è un successo. Il perfido Don Francisco – tiranno del paese – controlla dal suo castello, osserva i preparativi per fare il cinema, dal posizionamento del telo sino ai primi movimenti del proiettore. Nel sottofondo scorre una musica da cinema muto, il film è una sorta di Robin Hood apocrifo interpretato dagli stessi attori della pellicola principale e girato da Tabío. La proiezione provoca discussioni in paese tra gli abitanti. Molto divertente il dialogo tra una signora che inforca gli occhiali e discetta in maniera forbita per affermare che il cinema deve assomigliare alla vita e deve essere uno strumento per trasformare la realtà. Sono le tesi dell’ICAIC e della Rivoluzione Cubana, ma Tabío le usa con intelligente ironia pure se le condivide. Altri abitanti del paese vorrebbero cinema poco impegnato, sentimentale, con storie a lieto fine, magari d’amore, insomma niente di simile alla realtà ma soltanto materiale per sognare.

Quando l’isleño viene a sapere che la sua compagna ha avuto un figlio da un altro – non sa che è stata violentata dal perfido Don Francisco – vorrebbe lasciare il paese, ma il ponte è crollato ed è costretto a restare. Il paese intero implora l’isleño di proiettare ancora una volta il film perché gli abitanti ormai si sono abituati al cinema e non possono farne a meno. “Ho solo una pellicola”, dice l’isleño. Ma come per miracolo il film proiettato sullo schermo non è il solito Robin Hood del giorno prima, dispone di colona sonora e non è muto. Si tratta di una nuova finta pellicola d’epoca rifatta dal regista che vede protagonista l’isleño mentre difende la sua donna dalle guardie di Don Francisco. Grazie al cinema l’isleño comprende tutto, viene a sapere del rapimento e della violenza subita dalla compagna per cinque notti consecutive. L’assunto è surreale perché il cinema si inserisce nelle esistenze degli abitanti, provoca immedesimazione e racconta la realtà. Si vede in bianco e nero la scena della violenza carnale, con toni soft, da commedia, senza indugiare su aspetti morbosi o drammatici. Al paese si discute ancora e questa volta il tema è la presunta pornografia della pellicola. Tabío inserisce il personaggio di una beghina sessuofoba che vede offese al pudore in ogni scena mentre lei è davvero condizionata dal sesso. Il prete è più moderno della beghina e accetta la rappresentazione della realtà. Molti attori ricoprono due ruoli, sono interpreti della presunta realtà e dei film che vengono proiettati nel corso della pellicola. “Se dici a qualcuno che ti ho obbligata, faccio uccidere il tuo fidanzato”, minaccia Don Francisco. L’isleño comprende il dramma della ragazza e la perdona. Il leitmotiv del racconto è una frase ripetuta dai protagonisti, sia nella pellicola proiettata che nella presunta realtà: “L’importante non è come accaddero le cose, ma che accaddero”. Ogni sera il film è diverso, pure se l’isleño proietta sempre la stessa pellicola. Assistiamo a un film sulle guerre d’indipendenza sullo stile dei cartoni animati di Elpidio Valdés, il pubblico dialoga con i soldati e fornisce indicazioni che vengono seguite dalla truppa. La professoressa cieca avvisa il comandante che si tratta di una trappola e nella realtà viene uccisa da un governativo mentre interpreta il ruolo della ribelle. La commistione realtà – fantasia è totale. Gli attori dei film proiettati sono gli abitanti del villaggio, il pubblico suggerisce agli interpreti che cosa fare e la professoressa torna in vita nella pellicola come eroina, nonostante sia stata uccisa. Vediamo scene della rivoluzione messicana interpretate dagli abitanti del paese, piove al cinema come piove nella realtà, quindi l’isleño e la fidanzata si baciano pure nella pellicola. Juan Carlos Tabío realizza un’efficace commistione di generi. Altre sequenze ci fanno apprezzare un film sui rivoluzionari brasiliani, ma la pellicola penetra continuamente la realtà e viceversa. Le truppe di Don Francisco passano da un’epoca all’altra ma danno sempre la caccia alla ragazza e al fidanzato. A un certo punto sono marines americani e rapiscono le donne del villaggio. Il film proiettato si trasforma in una pellicola sulla Rivoluzione Cubana, vediamo i barbudos contro i batistiani in alcune scene d’epoca e in sequenze tratte da documentari di importanti autori cubani. Il film proiettato sullo schermo condiziona la realtà, perché tutti vivono le avventure come sogni a occhi aperti e accettano la finzione come veridica. Solo una persona priva di immaginazione che nessuno ascolta continua a vedere ogni sera Robin Hood. Non sa pensare scenari diversi, non riesce a farsi compenetrare dalla magia del cinema, è la rappresentazione del burocrate capace soltanto di eseguire. Don Francisco spara una cannonata dal castello, ma gli abitanti del paese girano lo schermo del cinema e gli rivolgono contro il proiettile. Il castello salta in aria, in paese vediamo rivoluzionari che gettano i vecchi simboli, scuole per tutti, nuove case, una nuova vita. Questa parte è un apologo rivoluzionario, perché il tiranno abbattuto e la nuova vita che comincia sono elementi che citano una realtà vissuta. Il film diventa un musical, una commedia musicale che mostra un popolo liberato dall’oppressore intento a costruire il proprio futuro. Vediamo la ricostruzione, il cambiamento, il lavoro volontario e un progresso capace di restituire persino la vista alla professoressa cieca. Purtroppo arrivano i primi intoppi: si rompe la cinepresa, manca il pezzo di ricambio e il cinema non può andare avanti. La vita reale non è cinema, se il futuro è di tutti è anche vero che i problemi non si risolvono magicamente. I bambini a scuola – interrogati sulle nuvole – non vedono più elefanti o biciclette ma ragionano scientificamente. Il problema della perdita della fantasia condiziona il futuro e rende incapaci di costruirlo per carenza di idee. Quando si trova il pezzo che serve la proiezione può ricominciare, ma al cinema si vede sullo schermo soltanto il riflesso della realtà: il pubblico seduto in sala. L’identificazione realtà – fantasia è completa, ma il pubblico non è contento. “Cosa ci fa tutta quella gente seduta?” “Non succede nulla…”. Molti abbandonano la sala perché non sono interessati a uno spettacolo monotono incapace di far sognare. Il finale è una sorta di apologo sulla possibile morte del cinema, che deve essere sogno, fantasia, immaginazione e non solo mera didattica rivoluzionaria. La sequenza conclusiva può essere letta anche come critica a un sistema sociale schematico e rigido che penalizza la fantasia e la voglia di sognare. La pellicola è cinema fantastico, irrazionale, privo di una trama logica, contaminata da azione, cinema storico, in costume, di guerra, cartone animato e commedia sentimentale. Tabío è molto bravo perché rende credibili i diversi giochi a incastro tra finzione e realtà, ma soprattutto confeziona una storia dei generi cinematografici. L’apologo finale sulla Rivoluzione Cubana, sulle molte potenzialità sprecate e sulla difficoltà a continuare a sognare è cinema sociale di grande rilevanza culturale.

Regia: Juan Carlos Tabío. Durata: 85’. Produzione: Rafael Rey per ICAIC (Cuba) e Channel 4 (Inghilterra). Soggetto e Sceneggiatura: Eliseo Alberto Diego e Juan Carlos Tabío. Fotografia: Julio Valdés. Montaggio: Lina Baniela. Suono: Raúl García. Interpreti: Luis Alberto García Jr., Lillian Vega, Raúl Pomares, Martha Farré, Daisy Granados, Adolfo Llauradó, Patricio Wood. Alcuni Premi: Migliore Interpretazione Femminile e Menzione speciale della giuria – Festival del Nuevo Cine Latinoamericano (1996).  Premio Goya Migliore Pellicola Straniera in Lingua Spagnola (1996).

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