Intervista al sociologo Francesco Pira, autore del nuovo saggio “Figli delle App” in uscita l’8 marzo 2021

Articolo di Merelinda Staita

Mancano davvero pochissimi giorni all’uscita del nuovo saggio “Figli delle App” del sociologo Francesco Pira. Il volume sarà disponibile a partire dall’8 marzo 2021 in tutte le librerie e noi del Magazine, “Il Salto della Quaglia”, non vediamo l’ora di leggerlo.

Ho voluto intervistare, con grande orgoglio e profonda stima, il Professor Francesco Pira che collabora attivamente, donando la sua esperienza e il suo preziosissimo contributo, al nostro Magazine, diretto dal giornalista Angelo Barraco.

Credo sia doveroso ricordare che il Prof. Francesco Pira è professore associato di sociologia dei processi culturali e comunicativi presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Delegato alla Comunicazione dell’Ateneo e Coordinatore Didattico del Master in Social Media Manager. Sociologo, saggista e giornalista è autore di numerosi articoli e pubblicazioni scientifiche. Columnist del quotidiano statunitense La Voce di New York, scrive per riviste specializzate. Figli delle App è il suo sesto libro con la Franco Angeli, perché precedentemente ha pubblicato con la stessa casa editrice: La net comunicazione politica ( 2012), Come dire qualcosa di sinistra ( 2009), La nuova comunicazione politica (con L. Gaudiano 2007), Come comunicare il sociale ( 2005) , Di fronte al cittadino ( 2000).

Prof. Pira, mancano pochi giorni all’uscita del suo nuovo saggio “Figli delle App” può spiegarci perché ha scelto proprio questo titolo?

“Figli delle app” è il provocatorio titolo che ho scelto, da immigrato digitale e adolescente, quando Alan Sorrenti cantava: Noi siamo figli delle stelle/ Non ci fermeremo mai per niente al mondo/ Per sempre figli delle stelle/ Senza storia senza età, eroi di un sogno… Non sono sicuro che essere figli delle app sia essere eroi di un sogno, purtroppo concordo con il pensiero del grande sociologo Zygmunt Bauman che il consumismo tecnologico rischia di trasformarci in individui senza storia e identità.

Qual è stata l’idea di partenza che l’ha convinta a scrivere questo saggio?

Il saggio nasce da un percorso attraverso generazioni che si sono evolute all’interno di ambienti sempre più tecnologici, spesso da soli, e che oggi sono gli adulti appena diventati genitori, tutti accomunati nell’evidente dicotomia tra connessione e relazione. Un uso della tecnologia che ci mostra come l’intuitività, l’immediatezza siano gli aspetti prevalenti che di fatto sembrano annullare quasi del tutto lo spazio per comprendere il contesto prima di agire. Così, l’azione viene prima della riflessione, che genera una risposta emotiva immediata e mediata dallo schermo.

Ci spieghi l’excursus della “Survey online”, so che ha ottenuto dei risultati davvero interessanti.

Il terzo capitolo è infatti interamente dedicato ai risultati della survey online “La mia via ai tempi del Covid.”. Condotta nel periodo aprile – maggio 2020, ha coinvolto in totale 1.858 ragazze e ragazzi delle scuole medie inferiori e superiori che hanno risposto ad un questionario online composto da diciassette domande. I dati evidenziano come questi adolescenti rappresentino a tutti gli effetti la prima generazione digitale. Praticamente il 100% (96,6%) degli intervistati possiede uno smartphone e oltre l’80% (88,8%) ha un computer. Uno degli aspetti di maggiore interesse emerso è quello relativo alla tendenza a isolarsi rispetto all’ambiente familiare. Sempre più dipendenti dal gruppo di pari, hanno vissuto una forte sensazione di isolamento, paura e scoraggiamento, con oltre il 60% degli intervistati che dichiara di avere provato questo sentimento. C’è poi un dato che più di tutti gli altri offre spunti di approfondimento, ed è quello relativo all’ eventuale possesso di un profilo social falso. Su 544 risposte ottenute, il 69% ha dichiarato di averlo. Vivono su Instagram e Whatsapp. Appare evidente, una volta di più, come nell’era liquido-moderna l’inganno sia diventato centrale nei processi di comprensione del reale, e la distinzione tra vero e falso non sia più percepita.

Mi ha colpito molto la citazione che ha scelto per l’apertura del suo saggio: “Dalla buona o dalla cattiva educazione della gioventù dipende un triste avvenire della società” di San Giovanni Bosco. Lei è un sociologo di fama nazionale e internazionale, in base alla sua ricerca, quale messaggio vuole dare alle nuove generazioni?

Di non perdere la speranza. Perché noi adulti abbiamo il dovere di consegnare a loro una società migliore di quella che i nostri genitori hanno garantito a noi. E soprattutto di non farsi rubare mai i sogni da nessuno. Di credere fino in fondo a loro stessi.

Un sociologo deve essere bravo, credibile e lei ha raggiunto un enorme successo e traguardi importantissimi nel panorama della sociologia contemporanea. Cosa significa per lei essere credibile ed essere una fonte autorevole?

Lei è generosissima. Io mi sento soltanto una persona che ha speso la sua vita lavorando con passione e dedizione e soprattutto con onestà. Oggi essere credibile significa supportare tutto quanto si afferma. Nell’era delle Fake news anche la verità vera viene messa in discussione. Il 2 dicembre 2020 si è tenuto un webinar, organizzato dall’Università di Messina, dal titolo “La crisi di autorevolezza degli esperti” e l’ospite d’eccezione è stato il Dott. Francesco Censon, Autore Rai e Scrittore.

Il Dott. Censon in un articolo dal titolo “La crisi dell’autorevolezza degli esperti” scrive: “ Il gap si manifesta in un diffuso disconoscimento della titolarità degli esperti istituzionali, per cui credo che non si possa parlare di “fine della competenza” ma, casomai, di una “crisi dei competenti”, cioè di una ridefinizione delle condizioni dell’attribuzione di autorevolezza a un soggetto competente” e ancora “Ciò che forse stimola un gran numero di persone a rifiutare la figura dell’esperto è il suo modo di comunicare: il modo in cui gli esperti intendono la loro “autorevolezza” è molto vicino all’idea di “autorità”.

Mi sono reso conto, fin dai primi mesi dell’inizio della pandemia, delle gravi difficoltà relative alla comunicazione. In questo ultimo anno i cittadini si sono sentiti disorientati. Senza punti di riferimento certi.

In Italia, nella prima fase della pandemia, da febbraio ai primi di marzo, gli scienziati ci hanno spiegato che non dovevamo preoccuparci, che non sarebbe successo nulla, che tutto era sotto controllo, perché in fondo avevamo a che fare con una semplice influenza o quasi. Poi abbiamo registrato un cambio di rotta. Ormai era chiaro che il mondo stava vivendo qualcosa di molto più grave e che gli scienziati non avevano soluzioni per un’epidemia completamente diversa da quelle del passato. Non c’erano risposte, questa è la verità, sia in termini curativi, sia di intercettazione del virus e che sarebbe stato, ancora oggi rimane necessario, il distanziamento e lavarsi spesso le mani. Abbiamo iniziato ad intravedere un barlume di speranza quando abbiamo compreso che i vaccini sarebbero stati presto disponibili. Adesso, attendiamo tutti di poterci vaccinare per arginare i contagi e tornare ad una normalità completamente nuova. Molti temono di non riuscire a vaccinarsi, a causa delle continue notizie relative al numero di dosi disponibili, e questo crea parecchio sconforto tra la popolazione. Ci si chiede il perché dei ritardi e il perché dei tanti blocchi. Difficile non immaginare che ci siano giochi di potere e lotte per l’acquisizione di più dosi nelle diverse nazioni. Ho sperato che si pensasse al bene delle persone, ma la solidarietà sembra essere una chimera nel mare magnum dell’egoismo. Mesi in cui il confronto tra gli stessi scienziati è stato un continuo barcamenarsi tra teorie. In alcune occasioni le supposizioni sembravano sconcertanti. Chi sosteneva una cosa, chi un’altra. Sono iniziati dibattiti a distanza che sono sembrati l’effetto non di una diversa considerazione della pandemia, ma di veri e propri duelli all’interno del mondo scientifico. Questa Torre di Babele ha gravato sull’opinione pubblica, confusa e smarrita. Mi è stato chiesto in molte occasioni, interviste e webinar, se è mancata la comunicazione scientifica e istituzionale ed io ho risposto che la prima è entrata in crisi perché la scienza non aveva una soluzione e la seconda è entrata in crisi nella gestione delle decisioni prese o ancora da prendere. Per colpa dei comunicatori? Dei giornalisti? Della politica? Non mi interessa, so soltanto che la comunicazione istituzionale non è riuscita a dare le risposte necessarie alla popolazione. In una situazione del genere hanno preso il sopravvento le Fake news, fenomeno di cui mi occupo e che combatto da diversi anni. In una situazione caotica, e profondamente vacillante, era scontato che le Fake news proliferassero in modo esponenziale, generando il panico tra gli internauti e soprattutto tra gli utenti dei social network. Più volte ho dichiarato che i giornalisti devono riacquistare il ruolo di “Cani da guardia della democrazia” con un controllo continuo di smentita delle Fake News. In questa lotta continua diviene basilare il fact checking, il controllo delle fonti un tempo inflessibile regola dei media tradizionali. Abbiamo assistito, e stiamo assistendo, ad un vero allarme sociale e democratico che bisogna arrestare, acquisendo la coscienza dei pericoli a cui andiamo incontro e su cui nemmeno riflettiamo adeguatamente. Tanti e troppi i motivi della crisi dell’autorevolezza degli esperti e forse è il caso che si trovino delle soluzioni adeguate, prima di addentrarci in un viaggio di sola andata senza ritorno.

Prima di salutarla voglio chiederle se vuole svelarci qualche “piccolo” segreto del suo volume, sa noi siamo abbastanza curiosi.

I segreti non si rivelano. Penso che chi lo leggerà troverà un pezzo in cui si ritroverà e un altro in cui magari può apprendere qualcosa che non sapeva o rafforzare concetti che conosceva. I primi riscontri sono straordinari. Spero che questo libro possa essere un utile strumento per genitori, educatori e anche per i giovani. Vorrei che servisse per usare le tecnologie per condividere sentimenti positivi e non odio. Come una grande opportunità e non come un luogo dove si verificano fatti che generano episodi terribili di cronaca.

Voglio dedicarle un pensiero di Steve Jobs che, a mio avviso, la rappresenta: “Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite, e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate”.

Carissimo Prof. Pira, lei dedica moltissimo tempo al suo lavoro con passione e attenzione infinita. Quando si ama la propria professione non esiste più la cognizione del tempo, non contano le ore e nemmeno i minuti. I suoi progetti ottengono risultati grandiosi e la chiave di tutto è racchiusa nella parola “amore”. Impossibile non apprezzarla, poiché è riuscito a coniugare lavoro e amore. Si vede, si sente e si percepisce …

Al Prof. Pira certa del suo impegno costante, della sua totale abnegazione al lavoro di ricerca e dei profondi valori umani che lo contraddistinguono, non mi resta che dire grazie per questa intervista e augurare a questo saggio la fortuna che merita a nome mio e di tutto lo Staff del Magazine “Il Salto della Quaglia”.

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