Pier Paolo Pasolini: una «vita violenta» ed assoluta d’un’anima spaccata

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Alberto Moravia (psued. di Alberto Pincherle) dichiarava, con folgorante semplicità, che Pier Paolo Pasolini è stato l’unico poeta civile italiano nato dopo Ugo Foscolo (1778-1827), è uno dei più grandi del Novecento. Uno dei pochi scrittori ed intellettuali che con coraggio e intelligenza visse il «mondo» della Cultura e della Letteratura come «presenza nel mondo, intervento nell’attualità» (G. Ferroni), un modo per analizzare e comprendere nella sua interezza la realtà rifiutando corruzione e disumanità.

Pier Paolo Pasolini è nato a Bologna il 5 marzo 1922 da Carlo Alberto Pasolini, un ufficiale di fanteria e da Susanna Colussi, una maestra elementare di Casarsa della Delizia (Pordenone). Per tutta l’infanzia Pier Paolo, il fratello Guidalberto detto Guido e la mamma seguono gli spostamenti del padre militare adattandosi continuamente alle nuove sedi. Per tale motivo Pier Paolo Pasolini frequentò la scuola elementare a Sacile, la scuola media a Cremona, il ginnasio a Reggio Emilia e il liceo classico a Bologna. Città nella quale compie gli studi universitari, iscrivendosi e laureandosi in Lettere con una tesi, chiesta al professore di Letteratura italiana Carlo Calcaterra, su Giovanni Pascoli. Pier Paolo Pasolini discute la sua tesi di laurea, Antologia della poesia pascoliana: introduzione e commenti, il 26 novembre 1945. Pasolini era profondamente legato a Pascoli, quasi da una «fraternità umana».

Il forte legame con la madre («È difficile dire con parole di figlio / ciò a cui nel cuore poco assomiglio. Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, / ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore», Supplica a mia madre in Poesia in forma di rosa, 1964) e gli studi di Filologia romanza lo spinsero a cercare nel dialetto materno un mezzo col quale esprimere il suo delicato e fantastico mondo poetico: nacquero così le Poesie a Casarsa (1942), poi raccolte e riaggiornate in La meglio gioventù (1954). Poesie a Casarsa, fu recensito più che favorevolmente da Gianfranco Contini sul «Corriere del Ticino», dando la prima «gioia letteraria» al giovane poeta Pier Paolo Pasolini.

Per pochi giorni, dal 1° all’8 settembre 1943, Pasolini fu chiamato sotto le armi («Ritornai da Pisa a Casarsa, lacero con una scarpa diversa dall’altra, dopo aver disobbedito all’ordine datomi dai miei ufficiali di consegnare le armi ai tedeschi su un canale presso Livorno; dopo aver fatto un centinaio di chilometri a piedi e dopo aver rischiato mille volte di finire in un treno per la Germania»). Il fratello Guido, classe 1925, decise di andare in montagna a fare il partigiano armato con la divisione Osoppo e non torno più: fu ucciso nel 1945, nei fatti legati all’eccidio di Porzûs, da un gruppo di comunisti di Tito che intendevano annettersi una parte del Friuli. La perdita del fratello fu un dolore che rimase sempre vivo in Pasolini per tutta la vita. All’amato fratello Guido, Pier Paolo Pasolini, ha dedicato la poesia Vittoria, in Poesia in forma di rosa, in occasione della ricorrenza del 25 aprile 1964.

A Casarsa, nel 1943, Pasolini, organizzò un periodico letterario in dialetto friulano che, nel 1945, divenne l’organo e il manifesto dell’Accademia o Accademiuta de lenga furlana: un’associazione culturale che affermava la fratellanza e il diritto a vivere nella propria indipendenza culturale di tutte le «piccole patrie» di lingua romanza come il Friuli, la Catalogna e la Provenza. Nel 1947 si iscrisse al PCI; nel frattempo era divenuto insegnante in una scuola media di Valvasone, un piccolo paese vicino Casarsa, e collaboratore di numerose riviste locali. Ma nel 1949, in seguito a una denuncia per corruzione di minori e atti osceni, fu sospeso dall’insegnamento ed espulso dal PCI «per indegnità morale e politica». Il poeta fu costretto a lasciare Casarsa e a fuggire con la madre a Roma. Andando via, lasciò una lettera alla sezione comunista, in cui affermava: «Malgrado voi, sono e resterò comunista».

A Roma, dapprima Pasolini e la madre, vissero a Piazza Costaguti, vicino al Portico d’Ottavia (il «ghetto») poi si trasferirono in una casa senza tetto vicino alla prigione di Rebibbia. Per due anni Pier Paolo Pasolini fu un disoccupato disperato poi trovò da insegnare in una scuola privata a Ciampino. Nella casa di Rebibbia ha cominciato la sua prima vera e propria opera poetica: le Ceneri di Gramsci e Poesia in forma di prosa.

Negli anni Cinquanta lavora indefessamente alla stesura delle sue opere in versi e in prosa ed anche con un gruppo di amici fonda la rivista di poesia Officina, che fu pubblicata dal 1955 al 1959.

Nel 1960 cominciò, invece, con il film Accattone sua esperienza cinematografica. Un’attività acui lavorò con maestria e saggezza fino alla morte e che lo portò alla produzione di venti pellicole tra film e documentari. Andrea Zanzotto, nel suo studio Pasolini nel nostro tempo, afferma che il cinema fu per Pasolini uno «sviluppo del suo modo di impostare la parola, la verbalizzazione».

Agli inizi degli anni Sessanta Pier Paolo Pasolini era ormai considerato uno scrittore, un saggista (Passione e ideologia, 1960), un artista di successo. Ma soprattutto un intellettuale che scorgeva una completa «omologazione» della vita sociale: il crollo degli antichi valori autoritari diffondeva i nuovi valori di un edonismo spicciolo, egoistico, tendenzialmente scriminale (G. Ferroni). Tra i maggiori responsabili di questo degrado della società Pier Paolo Pasolini indicava la televisione e la scuola di massa, il Sessantotto ed il suo antiautoritarismo. Ma soprattutto denunciava la classe politica, il Potere, il Palazzo, con i suoi articoli tentava di dare vita a un processo alla classe dirigente italiana corrotta ed incapace che «lasciava marcire un Paese».

La notte fra l’1 e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini fu massacrato e ucciso all’idroscalo di Ostia. La morte di Pasolini rimane uno dei «misteri» della nostra storia repubblicana ma soprattutto la sua morte – osserva con acume Giulio Ferroni – rimane nella coscienza comune come un «atto sacrificale» che dà vita al mito di Pasolini.

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