“La vida es silbar”, tre personaggi che si incontrano in un finale onirico e fantastico

Articolo di Gordiano Lupi

La vida es silbar racconta le esistenze di tre personaggi che si incontrano soltanto in un finale onirico e fantastico. La narratrice è esterna alle storie incrociate di Elpidio, Julia e Mariana che cercano di rappresentare la Cuba contemporanea tra poesia, elementi fantastici e un pizzico di vita quotidiana. Elpidio porta il nome di un popolare personaggio dei cartoni animati, è stato abbandonato da una madre di nome Cuba, conduce un’esistenza da vagabondo e si innamora di una turista inglese. Mariana è una ballerina classica che ama gli uomini al punto di vederli nudi quando passano per strada, ma pur di ottenere la parte principale nell’opera Giselle fa voto di castità. Julia sviene quando sente pronunciare la parola sesso e non riesce a smettere di sbadigliare. Le tre esistenze sono introdotte dalla frase di John Lennon, ripetuta anche da un tassista nel corso del film: “La vita è quel che accade mentre ci stiamo occupando d’altro”. La musica cubana è il filo conduttore, soprattutto il son di Bola de Nieve e di Benny Moré (Maracaibo), ma ci sono molte incursioni classiche che non stonano con il tenore della pellicola. Tutto comincia in un orfanatrofio dove conosciamo Bebé, una bambina che invece di imparare a parlare si ostina a fischiare fino a quando non viene allontanata dalla scuola. “L’Avana è sola ma non come me. Sono felice. Vado a cercare altre persone che siano altrettanto felici”, dice una Bebé diventata donna che conduce lo spettatore alla scoperta delle tre storie avanere. Fernando Pérez non gira il suo miglior film, ma è in ogni caso ispirato nella costruzione dei personaggi e nella fotografia di un’Avana a metà strada tra il realismo e il fantastico. Lo spettatore apprezza numerose inquadrature che spaziano sulla capitale dall’alto dei tetti e la maggior parte degli esterni sono girati sul Malecón. L’Avana e il suo mare che la circonda da ogni parte – per dirla con Virgilio Piñera – è il protagonista principale della pellicola. Il personaggio più riuscito è quello di Elpidio, caratterizzazione del cubano che vive un rapporto di amore – odio con la sua terra, ma al tempo stesso si fa prendere dalla voglia di fuga e di apprezzare la vera libertà. Mariana è la donna che sprizza sensualità da tutti i pori, che non sa dominare il suo istinto ma vive intensamente molte storie d’amore. Julia è una persona di mezza età che un trauma ha ridotto in balia di complessi e frustrazioni. Uno psicologo l’aiuterà a risolvere i problemi ed esorcizzerà il rifiuto del sesso proponendosi come nuovo amante.

Il regista usa molti simboli e fa ricorso a elementi fantastici per caratterizzare metaforicamente la libertà, cita Miracolo a Milano di Zavattini – De Sica (1951) con il volo in pallone aerostatico sopra L’Avana, afferma che non si può fare a meno della libertà dopo che si è provata. Pare evidente una critica al sistema anche quando Elpidio invoca la madre che l’ha abbandonato, una madre che simbolicamente si chiama Cuba. “Non posso vivere senza di te, Cuba. Perché mi hai abbandonato? Non posso essere diverso da come sono. Non posso fare a meno di essere libero. Tu me l’hai insegnato. Perché adesso mi vuoi diverso? Devi accettarmi come sono: libero di pensare e di agire”, afferma tra le lacrime. Il film illustra anche piccoli momenti di vita quotidiana, ma non è il realismo la sua arma migliore, perché il regista preferisce la via della metafora, il simbolismo, l’elemento fantastico che faccia pensare. Gli uomini che svengono improvvisamente sul Malecón quando sentono una determinata frase sono le persone schiave delle loro debolezze, incapaci di liberarsi dai freni inibitori e dalle frustrazioni. Samuel Beckett, Eugene Ionesco e tutto il teatro dell’assurdo – soprattutto il cubano Virgilio Piñera – sono elementi imprescindibili per Fernando Pérez che arricchisce l’opera di molte scene paradossali. Un uomo osserva alcune lumache sul muro del Malecón rivolto all’oceano e afferma: “Possono andare all’estero senza avere nostalgia della loro casa”. Lo psicologo insegue Julia per le strade dell’Avana e grida a viva voce: “Doppia morale! Opportunismo! Verità!”. Molti svengono, perché sono parole che rappresentano le loro frustrazioni quotidiane. Elpidio abbraccia un uomo brutto: “Nessuno è perfetto”, gli dice per consolarlo. L’appuntamento finale dei tre protagonisti che corrono sotto la pioggia battente verso Piazza della Rivoluzione è un altro simbolo. Quando arrivano alla meta il sole splende alto nel cielo, sembra una resa dei conti stile western, ma vediamo soltanto Elpidio fischiare come quando era bambino. Il narratore esterno afferma che nel 2020 arriverà la felicità assoluta e il suo segreto è semplice: la vita è un fischio. La pellicola termina con il sottofondo musicale de La vie en rose.

Il film gode di una buona edizione italiana (La vita è un fischio), pure se il doppiaggio fa perdere la spontaneità di molti dialoghi in avanero e sarebbe stata migliore la scelta di sottotitolare. Sorprende la superficialità di Paolo Mereghetti che nel Dizionario assegna una stella e mezza con questo giudizio: “… è inutile cercare in questo film un ritratto plausibile della realtà cubana… il regista sciorina pretese poetiche di una pedanteria somma, con banali discorsi sul caso e sulla felicità affidati  a una narratrice grillo – parlante”. Pare più condivisibile l’opinione di Irene Bignardi che su La Repubblica del 16 giugno 2000 scrive: “La vita è un fischio è in realtà un film non giudicabile, che si deve godere soprattutto per come gioca fuori dagli schemi e dalle regole della maggior parte del cinema di oggi. Reticente in termini politici, creativamente sconnesso in termini narrativi, il film di Peréz ha i suoi momenti migliori nella vera sensualità delle situazioni e la sua chiave in un gioco continuo di metafore che chi è estraneo alla cultura cubana non riesce a cogliere se non nella sua parte più esterna e visiva. Peréz non ci risparmia nessuna lusinga e nessuna seduzione, nessun simbolo e nessun eccesso. Ma il sentimento vitale che lascia la miscela di musica, bellezza, paesaggio, danza, ironia, umanità di questa Cuba povera e bella vale il biglietto”. Da vedere senza pregiudizi.

Regia: Fernando Pérez. Durata: 110’. Soggetto e Sceneggiatura: Fernando Pérez, Eduardo del Llano, Humberto Jiménez. Produzione: Rafael Rey per ICAIC (Cuba). Distribuzione: Distribuidora Internacional de Películas ICAIC, Wanda Vision, Nirvana. Fotografia: Raúl Pérez Ureta. Montaggio: Julia Yip. Suono: Ricardo Istueta. Musica: Edesio Alejandro. Interpreti: Coralia Veloz, Luis Alberto García, Isabel Santos, Claudia Rojas, Rolando Brito, Joan Manuel Reyes, Bebé Pérez, Ana Victoria Pérez, Jorge Molina. Alcuni Premi: Miglior Pellicola e Miglior Sceneggiatura Latinoamericana, NHK International Filmmakers Awards, (1997); Selezionato come il Miglior Lungometraggio del 1998 dall’Associazione della Stampa Cinematografica di Cuba; Miglior Regia, Miglior Fotografia,  Miglior Interpretazione Femminile, Festival Internazionale del Nuovo Cinema Latinoamericano (1998); Premio UNEAC alla Miglior Pellicola, Fotografia, Montaggio, Suono (1999); Premio della Critica al Festival di Berlino (1999); Premio Speciale della Giuria, Festival Ispanoamericano di Santa Cruz (1999); Premio del Pubblico e della Giuria Giovane, Festival Internazionale di Friburgo (1999); Miglior Pellicola, Festival del Cinema di Viña del Mar (1999); Premiata ai Festival di Oslo, Rotterdam e al Sundace Film Festival (1999); Premio Flaiano alla Miglior Regia (2000); Miglior Pellicola Straniera in Lingua Spagnola, Premio Goya (2000); Miglior Pellicola, Providence Latin American Festival (2000).

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