Una passeggiata con Aldo Onorati nella “selva selvaggia” dantesca e nella pianura letteraria italiana

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il 25 marzo è la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, istituita nel 2020 dal Consiglio dei Ministri su proposta del Ministro della Cultura Dario Franceschini. Ma non tutti gli studiosi sono d’accordo nel ritenere il 25 marzo la data d’inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia.

A pochi giorni da questa Giornata nazionale abbiamo chiesto al professore Aldo Onorati, laureato in Lettere, a Roma, con Giorgio Petrocchi, ha collaborato alla rubrica «Dipartimento Scuola-Educazione» di Rai 3 ed autore di molte opere tradotte in molte lingue del modo. Nel 2009 è stato insignito dalla Società Dante Alighieri del Diploma di benemerenza con medaglia d’oro per la «profonda conoscenza dell’opera dantesca, al punto di diventare testimone nel mondo della Divina Commedia».

D.: Tra pochi giorni il nostro Paese celebrerà il Dantedì? Nel giorno del 25 marzo a Firenze, solennità dell’Annunciazione e quindi dell’Incarnazione del Verbo, si celebrava il Capodanno. Centro di tale importante ricorrenza era la Basilica della Santissima Annunziata. Una basilica, probabilmente frequentata dallo stesso Dante. Lei, professore Onorati, è d’accordo con la data del 25 marzo come giorno dedicato al Sommo Poeta?

R.: Non proprio. Sembra che la data sia stata scelta in base al criterio dell’inizio del viaggio provvidenziale dell’Alighieri: 25 marzo 1300, ma è una collocazione opinabile, perché più probabilmente Dante pone l’incipit dell’itinerarium il 7 aprile dello stesso Anno Santo, settimana pasquale. Tuttavia, nei versi 37-43 del I canto dell’Inferno, si parla della costellazione dell’Ariete, la quale sta in congiunzione col Sole dal 21 marzo al 20 aprile, quindi la settimana dal 25 marzo al primo del mese successivo è alternativa a quella che va dall’8 al 15 aprile. Non so in base a quale criterio sia stata scartata la seconda ipotesi e canonizzata la prima. Non abbiamo tante cifre esatte della vita dell’Alighieri. Incerto è il mese e il giorno della nascita, come quello della morte. Boccaccio indica con fermezza il 14 settembre del 1321, ma gli epitaffi di Giovanni del Virgilio e di Menghino Mezzani datano il 13 settembre, mentre il Villani dice addirittura che morì nel mese di luglio. Insomma, un giorno certo lo abbiamo, e di grande importanza: il 26 marzo 1266, quando Dante fu battezzato nel suo «bel San Giovanni». Aveva quasi un anno, ma era consuetudine in Firenze che i battesimi fossero corali: affluiva tanta gente, era il Sabato santo e c’erano tutti i bambini nati nell’ultimo anno. Non solo una cerimonia pubblica, ma il momento per eccellenza del cristianesimo dantesco. Lo constatiamo nell’introduzione al XXV del Paradiso, dove si legge che «Pietro per lei sì mi girò la fronte». Io non avrei esitato un momento a scegliere quella data centrale nella vita interiore dell’Alighieri. Ma l’Italia – è una mia idea discutibilissima – ci tiene a dimostrarsi laica, come ha fatto l’Europa quando non ha voluto specificare i fondamenti cristiani dell’Antico Continente.

D.: Il successo della Commedia fu immediato. Il poema dantesco è caratterizzato da una grande varietà di lingue (latino, provenzale), di stili e toni (basso, perfino osceno e sublime). La Commedia è una enciclopedia medievale del sapere, è l’«officina» lessicale della nostra lingua italiana. La Commedia è il più grande serbatoio della nostra lingua. A proposito – 700 anni dopo Dante – qual è lo stato di salute della nostra lingua italiana?

R.: Il successo del Poema Sacro si riferiva al Dante teologo; quando prese piede Petrarca, Dante passò in secondo piano, si voglia ammetterlo o no. I motivi sono molti, non escluso quello che il Sommo Poeta dava fastidio alla gerarchia ecclesiastica, tant’è vero che il Monarchia fu bruciato in piazza a Bologna dai domenicani nel 1380 e il cardinale Del Poggetto voleva riesumare le ossa del Fiorentino per arderle sul rogo… Per quanto riguarda la salute della nostra lingua oggi, la vedo malridotta. Sparita la consecutio temporum, la ricchezza dei vocaboli, la precisione degli articoli (quello maschile singolare «il» è soppiantato dal femminile «la»: sentite i telegiornali e mi darete ragione); in più, troppi anglismi sono entrati nella parlata nazionale e, quel che è peggio, non vengono italianizzati, bensì scritti nella lingua «mondiale» e pronunciati in quell’idioma. Non solo: anche alcune parole derivanti dal latino, come «media», sono dette «midia». Un orrore al quale nessuno mette riparo. Se tornasse Dante (o lo stesso Manzoni che è più vicino a noi nel tempo) capirebbe poco del nostro idioma. Io stesso, che non ho dimestichezza con le lingue straniere, debbo tradurre le crescenti parole inglesi ficcate nei giornali, nel gergo scientifico, politico, tecnico, giornaliero, televisivo, dei cellulari e dei codici nel linguaggio giovanile. Forse ha ragione chi afferma che l’Italiano è un dialetto dell’Inglese. E pensare che fino a un secolo fa, tanti stranieri imparavano la nostra lingua solo per gustare nell’originale Dante!

D.: La «Letteratura come vita». Grandi intellettuali e critici della nostra attività letteraria (Francesco De Sanctis, Natalino Sapegno, Carlo Bo, Giulio Ferroni) ci insegnano che letteratura, da -littera, è l’alfabeto, la memoria, l’officina dove affinare la nostra vita con le sue emozioni, paure, sentimenti, ecc. Gli Italiani, dopo centocinquanta dall’Unità d’Italia, siamo cresciuti, diventati «adulti» oppure ancora fatichiamo a crescere?

R.: Ho l’impressione – tanti sono del mio parere – che dall’unità d’Italia si sia imboccata una discesa culturale e intellettuale che è finita in un precipizio vero e proprio dal dopoguerra a oggi. Ho letto una statistica seria (non ricordo però la matrice) in cui si dimostra che la stessa capacità intellettiva a livello mondiale è calata in questi ultimi 30 anni.

D.: La Commedia è un cammino di conoscenza, di salvezza. Lei, professore Onorati, la legge, la studia, la commenta da decenni. Cosa le ha insegnato?

R.: Il coraggio di denunciare le storture. Tutta la Commedia è un superumano mettere a nudo le ipocrisie, il male, i tradimenti degli ideali. Al tempo di Dante si correva il rischio del rogo criticando il Potere. Un uomo senza patria, senza famiglia, senza una casa, ebbe l’ardire supremo di denunciare – come testimone libero e audace – le storture della sua epoca e di indicare la via della salvezza. Ma il modo di fare e di «dettare» di un Dante si paga caro!

D.: Dante non è solo l’autore della Commedia. Quale altra opera di Dante consiglierebbe di leggere e perché?

R.: Il Monarchia, perché l’Autore ha una visione non solo supercittadina, ma sovranazionale: Dante ha guardato all’Europa unita. E ha detto chiaro che Stato e Chiesa devono restare separati, ognuno sommo nel suo impegno affidatogli da Dio.

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