“Alicia en el pueblo de Maravillas”, tra l’assurdo e l’orrore

Articolo di Gordiano Lupi

Alicia en el pueblo de Maravillas è la pellicolache consacra il successo internazionale di Daniel Díaz Torres, autore di soggetto e sceneggiatura insieme a un non ben definito Grupo Nos-y-Otros. Il film è una satira surreale della società cubana impostata su un registro fantastico ma con molte immagini metaforiche ispirate alla realtà. Si comincia con una ragazza che lancia un uomo da un altissimo ponte, ma il supposto cadavere scompare. L’immagine tornerà alla fine senza chiarire il senso della metafora, che forse consiste nella liberazione di un popolo dal potere dispotico e da un tiranno. Alicia può aver sognato tutto, il suo viaggio forse è stato soltanto un incubo, ma resta una morale inquietante: “Con acqua gasata e senza etichetta non arriverai mai alla meta”. Pure qui satira e immagine metaforica assumono aspetti sconvolgenti.

La storia di Alicia racconta le vicissitudini di una ragazza che si reca a Maravillas de Noveras per insegnare teatro. Nella fantasiosa località le situazioni più assurde vengono accettate come naturali, ma soprattutto ogni abitante si trova in quel paese perché ha commesso un crimine contro i valori della patria. Maravillas è abitato da una serie di persone destituite dagli incarichi e confinate in un luogo surreale percosso dal vento e sottoposto a ordini che escono da altoparlanti. Alicia lavora in televisione e si reca a Maravillas per sua scelta, a fare il lavoro per cui ha studiato, viene accolta da una radio che non si spenge mai (Radio Compañeros) ma diffonde musica e ordini da un altoparlante. L’Hotel Maravilloso è cadente, la stanza infestata da piattole e scarafaggi, il vento sconvolge la città. “È in riparazione”, pare la frase consueta della gente, ma l’analogia con la Cuba del periodo speciale è più che evidente. Lo scenario è da film horror ma ci troviamo in una commedia grottesca dai tratti sperimentali e fantastici. Candido è un personaggio dal nome voltairiano, spedito a Maravillas con l’accusa di sottrazione dei beni statali per consumo personale. Vediamo un flashback onirico sulla vita di Candido, ascoltiamo la televisione che lo elogia, ma subito dopo cade in disgrazia per colpa di una donna che lo circuisce sessualmente. Candido si trasforma in un colpevole, un perfetto capro espiatorio che ha tradito la Rivoluzione. Maravillas è funestata dal vento, volano cartacce, le persone lavorano poco e i palazzi cadono a pezzi. Sembra un posto orwelliano, perché una sorta di Grande Fratello radiofonico incita alla produzione ed esorta a compiere i progetti della patria. Alicia conosce il direttore di un sanatorio che ha inventato una formula per un’acqua solforosa, ma questo personaggio è il capo carismatico di Maravillas. Le analogie con Fidel Castro sono impressionanti, perché tutti temono il direttore, sono sedotti dal suo sguardo e dal modo di parlare. “Cara Alicia, tu devi conoscere meglio gli abitanti di questo posto. Non hanno voglia di sacrificarsi”, ammonisce. Pare vero perché i paesani ballano dietro a un trattore mentre tutto cade a pezzi. Alicia incontra una bambina spedita a Maravillas perché si è ribellata all’insegnante e perché la sua famiglia trafficava con il mercato nero. Il regista ironizza sui programmi della televisione cubana quando mostra un documentario su “Maravillas fluorescente” e insiste sulla retorica nazionalista. A Maravillas sono state mandate tutte persone considerate inutili dalla patria, a scopo punitivo. Apprendiamo la storia di Perez, un’altra persona spedita a Maravillas dopo essere stata coinvolta in un giro di risorse statali deviate. Perez si era permesso di accusare i veri colpevoli, i dirigenti più importanti, per questo motivo deve pagare a nome di tutti. Maravillas è un chiaro apologo di quel che è diventato il sogno socialista di una società egualitaria. Il regista inserisce un grottesco cartone animato realizzato da Juan Padrón e racconta la storia di un pulcino che vive tranquillo finché resta nascosto sotto gli escrementi di una vacca. Non appena mette fuori la testa viene divorato da un gatto famelico. La morale non è certo positiva perché l’autore del cartone animato invita i cittadini a non parlare, evitando problemi e spiacevoli conseguenze. Alicia contesta il disegno animato ma viene messa in minoranza dai compagni e dall’intervento del direttore. La metafora del pulcino potrebbe essere interpretata anche in senso più ampio: la vacca sarebbe l’Unione Sovietica, mentre Cuba è il pulcino che ha vissuto per anni sotto la sua protezione. Adesso rischia di essere divorato. Conosciamo un prete spedito a Maravillas perché ha bestemmiato durate la visita del Papa all’Avana, anche se il suo atto involontario è stato causato da una mano rinchiusa nella portiera di un’auto. Arriva il fidanzato di Alicia e il direttore lo invita a fare qualcosa per integrare la ragazza nel progetto collettivo perché mostra chiari segni di non conformità. Il regista inserisce una nuova metafora sulla società comunista che fabbrica finte prove per mettere nei guai le persone. Il direttore fa credere al fidanzato che Alicia lo ha tradito e ha avuto diverse relazioni con gli abitanti del paese. Alicia è troppo libera e indipendente, logico che come tutte le persone non conformi si metta nei guai e finisca reclusa. Alla fine sarà l’amico Perez a salvarla, insieme ai bambini di Maravillas, che possiamo interpretare come un simbolo di speranza per il futuro. La metafora della società comunista che soffoca le idee e non permette la libera espressione del pensiero è forte. Perez e Alicia si baciano e fanno l’amore dentro un grande fantoccio di cartapesta che serve a fuggire da Maravillas. I bambini bersagliano il palco con pezzi di carta e deridono i dirigenti, come a voler dire che per i giovani questa società è obsoleta, non ha più un senso e va cambiata. Alicia en el pueblo de Maravillas è una commedia singolare, a metà strada tra l’assurdo e l’orrore, ma che realizza una critica pungente della realtà. L’argomento del film è così scabroso che in patria non ottiene alcun riconoscimento ufficiale, ma in compenso viene premiato con menzioni speciali al Festival di Berlino nel 1991 e al Festival di Montevideo nel 1993.

Regia: Daniel Díaz Torres. Durata: 99’. Soggetto e Sceneggiatura: Daniel Díaz Torres e Grupo Nos-y-Otros. Produzione Generale: Humberto Hernández. Fotografia: Raúl Pérez Ureta. Montaggio: Jorge Abello. Suono: Ricardo Istueta. Musica: Frank Delgado. Disegni animati: Juan Padrón. Interpreti: Thais Valdés, Reynaldo Miravalles, Alberto Pujol, Carlos Cruz, Raúl Pomares, Alina Rodríguez, Jorge Martínez, Enrique Molina.

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