Giuseppe: l’uomo giusto che si prende cura delle persone a lui vicine

Articolo di Pietro Salvatore Reina

Il 19 marzo in tutte le chiese cristiane, che ammettono il culto dei santi, si festeggia la memoria di san Giuseppe (in ebraico Yosef ed in greco Ιωσηφ, ed infine, in latino Ioseph).

I testi biblici relativi allo sposo di Maria e al padre putativo (dal latino “puto”, creduto tale) di Gesù sono piuttosto scarsi e ciò spiega l’abbondanza di letteratura apocrifa sul personaggio, tra cui si segnala in particolare il Protovangelo di Giacomo (un manoscritto che racconta “ciò che precede i Vangeli”. È il più antico dei cd. vangeli apocrifi dell’infanzia di Gesù ma soprattutto quello che godette e gode di maggiore popolarità. Ebbe una larga diffusione certamente e fu noto soprattutto ad Origene).

Grazie ai testi del Vangelo secondo Matteo e del Vangelo secondo Luca conosciamo il nome del padre legale di Gesù e sposo di Maria. Per quanto riguarda la sua attività lavorativa bisogna riferirsi unicamente al Vangelo secondo Matteo (13,55): infatti in questo versetto Gesù viene definito come il “figlio del carpentiere” (in greco “tekton” che corrisponde al latino “faber”) e indica un artigiano che lavora il legno o la pietra. Il Vangelo secondo Matteo in particolare sottolinea il fatto che Giuseppe è l’uomo dei “sogni” ma soprattutto un uomo “giusto”, obbediente alla volontà di Dio. È l’uomo che sa “prendere con sé”, che sa prendersi cura delle persone a lui affidategli.

Fu il pontefice francescano Sisto IV Della Rovere che nel 1479 istituisce la festa di san Giuseppe inserendola nel calendario romano. Sempre nell’aureo Cinquecento la figura di Giuseppe viene rivalutata in campo artistico dal genio di Michelangelo Buonarroti. Michelangelo fu tra i primi ad innovare la rappresentazione iconografica di Giuseppe in coerenza con la sua poetica pittorica che si palesa, ad esempio, nella realizzazione del Tondo Doni (1503): un’immagine che evidenzia plasticamente la dedizione e la cura di Giuseppe nei confronti della moglie e del figlio Gesù. Nel Seicento, san Giuseppe comincia ad apparire appunto da solo senza la presenza di Maria. Una innovazione che è particolarmente presente nella poetica pittorica di Guido Reni autore di tre tele su san Giuseppe. La più famosa è quella conservata al museo dell’Ermitage a San Pietroburgo.

Infine, in quest’anno dantesco, non si può non ricordare il “casuale acrostico” (IOSEP AV) presente nel canto XXXIII, vv. 19-33 del Paradiso. Un “casuale acrostico” strettamente legato al contesto della preghiera alla Vergine di san Bernardo, autore anche di un’omelia In laudibus Virginis Matris in cui celebra ed esalta la funzione paterna del “giusto” Giuseppe.

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